“La morte e la fanciulla” (1994) di Roman Polanski

Personalmente, ho un debole per tutti i film ambientati in una sola location, in questo caso, in una casa di un imprecisato paese dell’america del sud, con pochi attori, e una storia concentratissima che fin dall’inizio ci butta nel fulcro della narrazione senza troppe preparazioni. Si tratta di storie claustrofobiche, geometriche per via del poco spazio su cui muoversi e permettendoci di conoscere l’abitazione come fosse la nostra. Riassumendo, una sorta di microcosmo in cui è racchiusa una piccola parte di vita che invece è importantissima. Polanski è un maestro di film di questo tipo, vedasi ad esempio “Repulsion”, “Carnage”, “L’inquilino del terzo piano”, “Venere in pelliccia” tutte opere che possiedono la stessa caratteristica e dove spesso la location è talmente ben rappresentata e caratterizzata da essere considerata essa stessa un personaggio della storia.

La storia è una sorta di “rape and revenge”. Una sera, Paulina (Sigurney Weaver) vede il marito rientrare tardi a casa da lavoro insieme ad un certo dottor Miranda (Ben Kingsley) che si è offerto di accompagnarlo in quanto il primo ha forato la ruota dell’auto. Paulina, riconosce però nella voce del dottor Miranda l’uomo che l’aveva stuprata e torturata ripetutamente quindici anni prima.

E’ chiaro che la premessa di ambientare tutto un film in una sola casa e per giunta con tre soli attori può far paura a tutti. Come si può quindi rendere una storia di questo tipo interessante? Provo a dare la mia idea. Anzi tutto, come dicevo all’inizio, Polanski non si perde in sequenze inutili, e la storia parte già contestualizzandoci sul tipo di lavoro che svolge il marito della protagonista. Ci viene mostrata la casa e subito dopo iniziano gli eventi. Paulina ha intenzione di vendicarsi del dottor Miranda, suo marito Gerardo (Stuart Wilson) è però un avvocato e non può permetterglielo. La situazione si complica, e a noi spettatori le informazioni ci vengono fornite un poco alla volta tenendoci alta l’attenzione e la curiosità della componente mistery. Non sappiamo se Pauline si sia sbagliata, dopotutto afferma lei stessa di averlo riconosciuto dalla voce, e ciò potrebbe non essere sufficiente. Di conseguenza il personaggio di Ben Kinglsey si dichiara innocente e per assurdo potrebbe anche esserlo. Noi peniamo per lui, nonostante non lo vedremo mai subire violenze ma solo restare legato ad una sedia. Quello che Pauline vuole infatti è solo una sua confessione. La storia è piena di informazioni e sottotesti che ci aiutano a capire i fatti e ci spingono ad entrare nelle teste dei personaggi. Restiamo in dubbio su tutto il film incerti della sicurezza di Pauline. Questo crea emozioni discordanti ma li che ce ne siamo accorti, siamo già dentro una narrazione che ci ha già tenuto incollati per un’ora. E’ la percezione del tempo quindi che alleggerisce il film in questo caso, e mi sono stupito per quanto velocemente scorre. Questo è merito della regia, del montaggio e della sceneggiatura stessa. Della maniera centellinata in cui ci vengono fornite informazioni, grazie alle interpretazioni meravigliose di tutti e tre i personaggi e a una colonna sonora spesso diegetica (musica che sentono anche i personaggi), ovvero il famoso “La morte e la fanciulla” di Schubert”. In conclusione, tutti elementi ben dosati e utilizzati così da creare una storia che in mano ad un regista di medio livello avrebbe sicuramente rischiato di annoiare. Spero gli diate fiducia e che riscopriate questo film stupendo dalla forte tensione e drammaticità.

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