“The Suicide Squad – Missione suicida” (2021) di James Gunn

L’arte del prendersi poco sul serio. James Gunn, già affermato regista e ormai ultra famoso a seguito dei due film sui Guardiani della galassia, tira fuori una cosa completamente diversa dal prequel del 2016. Un gruppo di supereroi folli e idioti per un film che va anche a ridicolizzare i classici stilemi del genere, che non solo vuole divertire ma anche mandare un suo messaggio.

Come si era visto nel primo film, il governo, rappresentato nuovamente da Amanda Waller, manda in missione una squadra suicida composta da pericolosissimi avanzi di galera con la promessa di concedergli la grazia o favori vari. La scopo del gruppo è entrare nella torre Jotunheim sull’isola di Corto Maltese e distruggere ogni traccia del progetto “Starfish”.

L’ironia di Gunn c’è fin dai primi minuti, in cui le aspettative che ha creato per lo spettatore vengono da lui immediatamente distrutte. Questo non è un classico film DC e non è un classico film Marvel. I supereroi o meglio, antieroi, di questo “Suicide Squad” sono caricaturali, scemi ed egocentrici e chi più ne ha più ne metta. Tutti personaggi i quali difetti vengono utilizzati come aspetto comico, con caratterizzazioni stratificate, profonde e anche drammatiche. Come nel caso di Polka-dot man. I sali e scendi emotivi del film si basano quasi sempre su un’aspettativa, spessissimo sentimentale o commovente, che James Gunn crea e deliberatamente distrugge poco dopo, ironizzando e prendendoci tutti per i fondelli. Stanco anche lui probabilmente della troppa tronfia epicità dei film di supereroi a cui siamo abituati, anche se molti naturalmente sono comunque ben fatti. Il genere principale del film è infatti la commedia, nonostante il ritmo della narrazione sia rapidissimo e ricco di sequenze action. Il risultato è un’opera che non annoia per niente e lascia incollati allo schermo trascinandoci con la forza visiva e degli eventi. Sebbene comunque principalmente sia comico, si tratta di una comicità talvolta grottesca e per niente becera, tenuta ben in equilibrio con gli altri elementi della storia e che lascia spazio a quelle rivelazioni di trama che poi vanno a comporre il messaggio critico del film: il cattivo più cattivo non è nient’altro che una vittima anche lui ed è malvagio veramente chi promette di agire per un bene superiore. Quest’ultima, scuola di pensiero che quasi mai si preoccupa di lasciare scie di morti in nome di qualcosa che può sembrare più importante.

Come ci era riuscito in Guardiani della galassia, il regista crea anche qui personaggi talmente ben fatti da non poter non divenire iconici e sfido, a diventare cult, come l’ingenuo ma letale King Shark o il triste Polka-dot Man. Il personaggio di Harley Quinn viene invece reso ancora più pazzo mentre quello di Ratcatcher va al primo posto per interpretazione e emotività che trasmette. Infatti bravissima nella parte la giovane Daniela Melchior.

In conclusione, rientra nei film che riescono ad intrattenere con grandissima forza e al contempo a dirci qualcosa, facendoci ridere in modo per niente stupido e avvicinandosi anche a commuovere. Un quasi capolavoro.

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