Recensione “L’isola dei morti” di Fabrizio Valenza

Anno 1885. Andrea Nascimbeni è un antropologo veronese che si reca sulla cosiddetta “isola dei morti”, al largo della costa ligure di Zoagli, dopo averne viste rappresentate le “esotiche” strutture funerarie nei dipinti dell’amico Arnold Böcklin. L’intento di innovare i suoi studi, lo immerge nella soffocante atmosfera della cittadina senza nome, dove l’architettura destinata ai trapassati riceve maggiori attenzioni di quella dei viventi.
Il delirio lo avvolge ora dopo ora, forse provocato dai numerosi sinistri misteri in cui si imbatte. Nemmeno la febbre può, però, impedirgli di rintracciare i sepolcri aperti e nascosti alla vista di visitatori fortuiti. Esacerbato dai segreti dell’isola e dall’omertà dei suoi abitanti, Nascimbeni trova un momentaneo conforto solo in una donna, della quale si invaghisce. Nulla è però come sembra e l’incontro con un uomo avvolto dal mistero lo mette sul chi va là, quando lo invita ad abbandonare l’isola.
L’antropologo, tuttavia, s’ingegna per rimanervi nascosto fino alla vicina festa del “32” ottobre, come viene scherzosamente definita dalla locandiera che lo ospita, perché sa che si tratta del momento in cui potrà capire quali strani riti funerari si celebrano in quel luogo. L’esperienza sull’isola diverrà talmente insostenibile, da provocare il suo abbandono della professione.

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Titolo: L’isola dei morti
Autore: Fabrizio Valenza
Editore: Indipendente
Genere: Narrativa gotica
Data pubblicazione: 20 Agosto 2022
Voto: 4-/5

Classificazione: 4 su 5.

Cartaceo -> 8,99€ | Ebook -> 2,99€

FABRIZIO VALENZA, nato a Verona nel 1972, è scrittore, filosofo e insegnante. Conosciuto per il suo romanzo fantasy Storia di Geshwa Olers e per i numerosi romanzi horror (gli ultimi due: Codice infranto e Trasmissione inversa, pubblicati per i tipi di Dunwich Edizioni), propone con L’isola dei morti un romanzo gotico ispirato al poema sinfonico di Rachmaninov e ai dipinti inquietanti di Böcklin.

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Recensione

E finalmente, il freddo è giunto a bussare alle nostre porte. Che cosa c’è di meglio, con questo tempo infausto che gratta le tegole del tetto con lunghe dita gelide, di un bel romanzo gotico? Non intendo horror contemporaneo, mi riferisco proprio a quei bei libri pieni di brividi, castelli merlati e fantasmi che si agitano in catacombe dimenticate, funestando la quotidianità dei vivi.

Armata di copertina di pile e tisana fumante ai frutti di bosco (ne bevo litri e litri ogni giorno, forse sono addirittura dipendente da quella roba), mi sono affacciata a un’opera letteraria molto particolare, nuova fatica di Fabrizio Valenza.

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Fin dal principio, veniamo trasportati per mano dall’autore in un mondo rimasto bloccato nel tempo, a una fine Ottocento italiano che profuma di tradizione e di segreti cacciati negli angoli angusti di cantine dove riposano vini di produzione casalinga e vecchie tradizioni. A narrare gli accadimenti avvenuti sulla costa ligure di Zoagli, è l’antropologo Andrea Nascimbeni. Ormai è anziano, sconsolato e privo di certezze, ma il suo passato è segnato da quel che ha vissuto in gioventù e sente il bisogno di parlarne con qualcuno. Chi meglio del suo maestro, per ascoltarlo? Così, Andrea stende delle lettere dal sapore classico, con un linguaggio incredibilmente appropriato per delle missive di fine Novecento. In queste, racconta la sua storia a chi ha l’arditezza di starlo ad ascoltare.

Andiamo indietro nel tempo. Andrea è uno studioso giovane e pieno di iniziativa e di energia, che si appassiona ai dipinti dell’amico Arnold Bocklin. Questi ritraggono la cosiddetta Isola dei Morti, un posto ricco di mistero in cui il nostro protagonista decide di recarsi a indagare. Approdato sulla costa, già comincia a comprendere che qualcosa non quadra: i cittadini sono scontrosi nei suoi confronti, refrattari ad accoglierlo e sempre sul chi va là. Quasi come se nascondessero un segreto che Andrea non riuscirà mai a comprendere a pieno. Intanto, il giovane antropologo non può non rendersi conto della natura sinistra del luogo: i sepolcri dedicati alle anime perdute nel tempo sono quasi più accoglienti delle case dei cittadini. Il culto tributato ai morti è incredibilmente spiccato, troppo lampante per non insospettirlo. E così si lancia in un lungo percorso di comprensione, durante il quale rischierà più volte la propria sanità mentale. Sull’Isola dei Morti non c’è spazio per la ragione, tutto quel che Andrea vive è al limite dell’ordinario fino a quando non sfocia del tutto nel soprannaturale. Nemmeno l’amore riuscirà a salvarlo in questa discesa nell’oblio, anzi…

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Mi fermo qui, non voglio dire di più.
L’Isola dei Morti è un romanzo molto interessante, che ben unisce diversi campi artistici in un’unica treccia spessa e consistente. Arte, letteratura, antropologia, filosofia, tutte hanno il loro capo colorato che si insinua sotto e sopra gli altri, generando un insieme unico e variegato che incolla il lettore alle pagine.

Se le tematiche sono incredibilmente affascinanti, devo dire che la scrittura un po’ manieristica mi ha creato qualche problema a procedere. Sono sicura, però, che questo sia un mio limite: difatti, lavorando la mattina e il pomeriggio e riuscendo a leggere qualcosa solamente la sera, mi interfaccio con i romanzi di cui faccio esperienza in modo un po’ fiacco.
E poi, se si è abituati a divorare autori come Bierce, Le Fanu o Lovecraft, non sarà affatto un problema per i lettori seguire Andrea nelle sue avventure.

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Una scrittura ricercata, una storia affascinante ma, soprattutto, un’atmosfera da fiaba avvelenata, ottenebrante, dispersiva e al contempo “compattante”. Leggendo, è come se i muri della stanza dove ci si trova si avvicinino sempre di più, sempre di più, fino a premere sulla pelle e contro la gola e il petto. Il clima di pathos e tensione che l’autore riesce a generare è superbo, aiutato anche da una scrittura in prima persona sotto forma di lettera che fornisce il distacco necessario per approcciarsi al testo in maniera analitica.

Un’ottima prova gotica, consigliata agli amanti del genere.

Voto: 4-/5

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