Recensione “Memorie di un’avventuriera” Liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn di Emanuela Monti 

Prima donna scrittrice di professione nel panorama anglosassone, celebrata da Virginia Woolf e dal gruppo di Bloomsbury, Aphra Behn vive una parabola straordinariamente avventurosa sullo sfondo turbolento dell’Inghilterra del Seicento, tra la rivoluzione puritana, il regicidio di Carlo I, la restaurazione e il tramonto degli Stuart. La vicenda di Aphra Behn è narrata prevalentemente sotto forma di mémoire in prima persona, con un linguaggio “parlato” diretto e attuale, pur con echi dello stile “storico”, e con un taglio psicologico che conferiscono al personaggio un carattere universale. Dal lavoro di accurata ricerca e dallo studio delle fonti primarie è scaturito un romanzo dalla struttura agile, in cui l’immaginazione dell’autrice, sia quando si arroga il diritto di colmare i “vuoti” biografici, sia quando si prende la libertà di scegliere tra le versioni contrastanti quella più adatta allo scopo, rimane sempre ancorata al principio della verosimiglianza e al valore della prospettiva storica.

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Titolo: Memorie di un’avventuriera: Liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn
Autore: Emanuela Monti 

Editore: Il ramo e la foglia
Genere: Biografia
Data pubblicazione: 3 Marzo 2022
Voto: 4/5

Classificazione: 4 su 5.

Cartaceo -> 16€

Recensione

Ben tornati lettori, oggi vi parlo di un libro che mi è stato gentilmente omaggiato dalla casa editrice Il ramo e la foglia. Memorie di un’avventuriera, liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn, è un romanzo saggio, misto a biografia romanzata. Una tipologia a sé stante quindi, nata dalla necessità dell’autrice di coniugare ciò che derivava dalle ricerche che aveva fatto sulla figura di Aphra Behn a ciò che era invece circondato da un alone di mistero o vuoto storico.

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Ma chi è Aphra Behn? Aphra Behn, nata in Inghilterra nella contea di Kent nel 1640 e morta a Londra nel 1689 a neppure cinquant’anni, è stata una delle più celebri commediografe del suo tempo sorpassando in bravura, sagacia e quantità di rappresentazioni i colleghi maschi in un’epoca in cui alle donne tutto era negato, in special modo avere una ‘voce’ forte e potente come la sua. Fu infatti costretta a firmare i propri lavori sotto pseudonimo ma l’essere vedova le permise una libertà di azione che altrimenti non avrebbe avuto. Sposò il mercante olandese Johannes Behn nella speranza di assicurare a sé e ai suoi un po’ di benessere. Si rivelerà una pessima scelta poiché Johannes era un uomo avido e meschino e alla sua morte, durante l’epidemia di peste del 1665, Aphra scoprirà che non le ha lasciato nulla, avendo preventivamente programmato di lasciare i suoi averi ad un nipote e non alla giovane moglie.

L’autrice ci racconta questa storia rendendo Aphra voce narrante e in parte usando lettere e diari per colmare le lacune. Ne scaturisce una narrazione con una densità omogena, gradevole e di grande intensità emotiva che restituisce al lettore l’immagine vivissima di una donna libera, indipendente, coraggiosa e al di sopra delle convenzioni sociali dell’epoca. Ma dall’altro lato, ci conduce in una realtà buia, prima di sicurezze e giustizia. Basti pensare come la Behn sia finita in prigione per ben due volte, la prima per dei debiti che non poteva pagare a causa del lavoro da spia (per il Sovrano) che non le fu pagato e solo dopo l’intervento misericordioso del Re poté uscirne. L’assurdità della situazione, finire in carcere per dei debiti, quando in realtà era il Sovrano stesso ad essere in debito con lei e solo dopo l’intervento di quest’ultimo per nulla tempestivo, poter tornare ed essere libera. Teniamo conto che ci troviamo in uno dei secoli più bui per l’Inghilterra: la salita al potere dei puritani di Cromwell a seguito della decapitazione di Carlo I Stuart, le lotte fra realisti e repubblicani, la successiva caduta di Cromwell e il ritorno degli Stuart sul trono, la guerra con l’Olanda. Tutto ciò fa da cornice al racconto e viene contestualizzato molto bene.

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Aphra, figlia di un barbiere, fin da bambina ama scrivere versi e tenere un diario. In gioventù, frequenta la nobiltà e l’alta borghesia della contea e fra le amicizie altolocate c’è Philip Strangford il primo amore di Aphra e la sua prima grande delusione. Costretto a fuggire in Francia perché ostile ai Puritani di Cromwell, sarà raggiunto da una giovanissima Aphra spedita al suo seguito nel ruolo di spia, proprio a causa della conoscenza tra i due.

Dalla morte del marito in poi, la vita di Aphra si svolge fra una fervente attività come commediografa e piccoli lavori di copiatura di testi per sostenersi economicamente. Dal 1666, ancora una volta, riceverà l’incarico di agire come spia del re Carlo II Stuart nel momento culminante della guerra fra Olanda e Inghilterra. La sua missione sarà convincere il suo antico amore William Scot a passare ai realisti. Peccato che la Corona non le conceda un penny per il suo pericoloso lavoro e Aphra debba prendere denaro in prestito per sopravvivere fino al suo avventuroso ritorno in patria nel 1668 dove finisce in galera per debiti. Liberata grazie all’intercessione dell’impresario Killgrew trova alloggio nella zona del Covent Garden, ha una tormentata relazione con il giovane Jeffrey Boys e un’altra, lunga e tragica, con il coltissimo libertino John Hoyle. Negli ultimi anni della propria vita, la gotta le ha colpito la mano destra e Aphra abbandona la scrittura. Quando poi negli anni in cui i teatri vivevano un brutto momento, rappresentare le sue opere era diventato quasi impossibile, si dedica a scrivere ‘novel’ meglio conosciuto come romanzo borghese.

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Di lei, Virginia Wolf ha scritto:

“E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn…perché fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare…”

Consiglio il libro a chiunque ma in particolare ad ogni donna, per ricordarle come i diritti di cui godiamo oggi, siano stati guadagnati da donne come Aphra.

Voto 4/5

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