Cosa succede quando la routine rassicurante di un lavoro manuale si scontra con il silenzio assordante di un mondo fermo? In “Prigionieri del nostro destino”, Lorenzo Zucchi ci conduce per mano nell’alienazione di Mauro, un tecnico di elettrodomestici che si muove tra case vuote e solitudini domestiche. In questa conversazione, l’autore ci svela come è nata la figura di questo “uomo comune”, il peso dell’eredità del lockdown nella sua scrittura e quel legame indissolubile tra la pagina scritta e l’immaginario cinematografico che rende il suo stile così visivo e tagliente.
Mauro è un tecnico di elettrodomestici, un lavoro molto concreto e pratico. Come è nata l’idea di scegliere proprio questa professione per raccontare il “deragliamento” mentale di un uomo comune?
Mi serviva indubbiamente una professione che fosse libera di muoversi e l’esperienza professionale con gli elettrodomestici nel mio primo lavoro e’ stata determinante per avere qualche nozione tecnica.
Qual è stato il primo seme di questa storia? È nata prima l’immagine di Mauro che gira per le case vuote come tecnico di elettrodomestici o l’idea di voler raccontare il trauma psicologico della pandemia?
Il primo seme e’ nato nel corridoio buio della palazzina dove Mauro e Constantin vanno a riparare la lavastoviglie. Da una scena e’ poi nato il libro, perché sin dal 2020 mi ero ripromesso di scrivere una storia che lasciasse testimonianza del lockdown, pur in chiave romanzata. Il libro è stato scritto nel 2022.
In Prigionieri del nostro destino si respira un’alienazione che ricorda certi personaggi di Simenon o le atmosfere sospese di Buzzati. C’è un libro o un autore specifico che porti nel cuore e che ti ha guidato nel descrivere il vuoto di Mauro?
Ti ringrazio per questi paragoni con autori straordinari. I miei maestri sono i grandi della letteratura americana: Faulkner, Steinbeck, Hemingway, anche Kerouac. In questo libro però ho impostato uno stile peculiare con il narratore onnisciente che tramite aforismi vari condanna la società. Per quanto riguarda la caduta di Mauro nell’abisso invece, come sempre, la mia ispirazione è stata il cinema. Provo sempre a scrivere film su carta.
Sei un autore metodico che programma ogni scena o lasci che i personaggi, come Mauro, prendano derive impreviste mentre scrivi?
Solitamente programmo nei dettagli una scena/capitolo appena prima della stesura ma in diretta qualcosa può sempre cambiare. La lista delle scene invece la faccio subito, anche solo in abbozzo, prima di iniziare a scrivere.
Questo romanzo fotografa un momento storico preciso. Pensi che Mauro possa tornare in futuro o la sua parabola si conclude con questo senso di smarrimento?
In generale tutte le mie storie sono autoconclusive perché non amo la moda delle saghe. In compenso lascio sempre il cliffhanger alla fine di ogni capitolo, proprio perché ogni scena è concepita come un mini atto teatrale che si regge da solo. Non escludo in ogni caso che qualcuno dei miei personaggi possa tornare in futuro.
Dopo un’analisi psicologica così affilata, verso quali territori si sta spostando la tua penna? Stai già lavorando a un nuovo librol o hai voglia di esplorare atmosfere diverse?
Con In attesa del mio nome ho esplorato a fondo la solitudine contemporanea in quella che è stata definita un’Odissea notturna. E con il recentissimo Il motore umano, scritto su commissione, ho dato spazio alla parte meno ermetica della penna. Lo leggerai, vero? 🙂
Ringraziamo calorosamente Lorenzo Zucchi per averci aperto le porte del suo laboratorio creativo, mostrandoci come anche dietro la riparazione di una lavastoviglie possa celarsi l’indagine profonda di un trauma collettivo. Con la promessa di seguirlo nelle sue future esplorazioni letterarie e di non perdere il suo recente “Il motore umano”. Auguriamo a Lorenzo che la sua penna continui a regalarci riflessioni così nitide sulla nostra contemporaneità.
