Recensione “Escape” di Angela Castorina

Nathalie ha ucciso sua madre Philippa, o almeno questa è l’accusa per cui è finita in prigione. E come poteva essere altrimenti, visto che è stata trovata accanto al corpo ancora caldo di Philippa?
Solo due persone sono convinte della sua innocenza: Robert, il suo avvocato, e Hannah, una giovane giornalista alle prese con il suo primo vero articolo. Hannah non riesce a convincersi della colpevolezza di Nathalie: troppe prove a incriminarla. Neanche il più inetto degli assassini si sarebbe lasciato alle spalle così tante tracce. Ma è anche vero che la giornalista non è rimasta indifferente al fascino della donna, che infatti si presenta a casa sua quando si ritrova costretta ad evadere di prigione. Hannah viene così coinvolta in una corsa contro il tempo, con la polizia alle calcagna e il vero assassino da scovare. Sempre che non le stia dormendo accanto.

Titolo: Escape
Autore:  Angela Castorina
Editore: Indipendente
Genere: Thriller
Voto: 4/5
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Recensione

Non sottovalutate mai un thriller. Perché la paura di essere inseguiti, di essere raggiunti e imprigionati è dentro di noi. Si trova in fondo in fondo, nel nostro essere. E’ là che si formano i sogni. Sognare, in effetti, è creare situazioni. Parliamo del luogo privilegiato nel quale il non detto prende forma. Pensate a come si accumula il non detto. Ogni volta che divorate un romanzo, là sospesa nella vostra immaginazione si crea, all’ombra, un’area. La percorrerete nella notte, mentre dormite. Finché il sogno acquisirà un intreccio: tanto ben formato da poter essere posto su carta. Non sottovalutate mai un thriller: potrebbe costituire uno specchio, una finestra sulle creazioni del subconscio. E sul subconscio, noi non sappiamo nulla.
Perché dico questo? Perché la nostra scrittrice è stata la protagonista del sogno del suo romanzo. Si tratta di Angela Castorina, che sulla stampa ha dichiarato: “Sembrerà strano ma la trama di questo libro l’ho sognata. Ho sognato Nathalie, l’assassinio di Philippa, Hannah, Robert… Tutti loro sono spuntati a uno a uno e mi hanno raccontato questa storia, la loro storia. Io non ho dovuto fare altro che svegliarmi, mettermi al computer…”
Ecco traslucidi pezzi di sogno. I personaggi si impongono e chiedono di ottenere una voce nitida, dagli assunti consequenziali, nella realtà. Ma diamo un’occhiata da vicino.

«Signora alzi le mani e si allontani dal corpo.» intimò un poliziotto puntandole la pistola addosso.
Nathalie sollevò la testa, il viso rigato di lacrime.
«Non so cosa sia successo.» disse tra i singhiozzi.
«Signora faccia come le ho detto.» ripeté la guardia.
La mora si sollevò barcollando.
«È… è mia madre, qualcuno l’ha uccisa.» cercò di spiegare ma le
parole uscirono a fatica, a singhiozzi.

Il romanzo è come un lasso di tempo tra un termine e l’altro di una tautologia, che risulta negata: “la giustizia non è sempre giusta”. In quel che si legge la tensione arriva spesso alle stelle, tanto da ricercare una pausa. Si susseguono giornate di routine, che passano velocemente, come a essere su una trottola, con i colori che scorrono davanti agli occhi, e scene che restano, indelebili. La protagonista è stata trovata accanto al corpo della madre: le prove a suo carico sono schiaccianti, nonostante ciò bisogna provare a uscirne. E’ un’immagine che resta nella mente: Nathalie e il corpo esanime fermo in un momento, incapace di espressione. Troppe tracce, segno di poca perizia nel compiere un delitto, oppure della non colpevolezza. Quando si corre, è spesso necessario prendere fiato e questa è proprio una corsa contro i tempo, con la figura del colpevole impunito che è silenzioso nell’ombra. Vi ritroverete a distogliere lo sguardo dalle parole e a strizzare le palpebre. Il linguaggio concitato può costituire un punto a sfavore del romanzo. Ma l’autrice ci sta rendendo partecipe del proprio ritmo: convulso, con poche pause, a perdifiato. Dare logica a un sogno non è sempre semplice, perché il subconscio ragiona per immagini: nel ritmo della corsa, le immagini si affastellano, si accavallano. Il limite del testo è anche la sua caratteristica peculiare.

Battute di un incubo diventato romanzo. Sono i personaggi che dicono: “Noi esistiamo, fattene una ragione”. E al computer (tra una scena e l’altra non mancano passaggi salienti) la scrittrice ha digitato di getto: “La voce del giurato la fece trasalire. Era bassa e roca. La donna faceva fatica a sentirlo. Si era voltata nella direzione della giuria. Aspettava solo una frase. I suoi occhi incrociarono quello dell’uomo che stava leggendo il verdetto. Lui la fissò per qualche secondo prima di pronunciare la sentenza. Il giurato un uomo sui sessant’anni, stringeva quel piccolo pezzo di carta tra le mani. Lì c’era scritto il suo destino, il suo futuro”.

Non mancano in Escape frasi che parlano di sensazioni fisiche, tattili, che si addicono a un essere di carne e sangue: non a una figura a due dimensioni, da sogno. Il lieto fine si deve guadagnare a ogni passaggio: fuga e libertà in premio al prigioniero. E alla fine il premio è essere vivi.

Angela Castorina ha aperto gli occhi. Le sagome del sogno sono diventate logiche e razionali. La storia ha preso forma. E’ l’atto di nascita di Escape, che conta 207 pagine. Quante notti di sonno agitato?
Una storia “come un secchio d’acqua gelata”. Angela Castorina aggiunge: “ho dovuto scriverla, senza che potessi controllarne gli eventi”. Classe 1987, nata a Catania, laureata in Scienze politiche ed esperta in Criminologia, l’autrice vive nelle Marche. Nella vita delle protagoniste femminili c’è un poco della sua storia.

“Sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”.
dal libro”

“Il giovane Holden” di Jerome David Salinger

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