Dopo aver recensito e profondamente apprezzato il suo esordio letterario, ho avuto il privilegio di dialogare con Maria Giovanna Tarullo per esplorare le radici di una storia che, in meno di cinquanta pagine, riesce a scuotere l’anima. Quel 14 novembre non è solo un racconto sul bullismo, ma un delicato e potente gioco di specchi tra passato e presente, dove le ferite dell’adolescenza si intrecciano con la cronaca di oggi. In questa intervista, l’autrice ci svela come sia riuscita a trasformare il dolore in una carezza essenziale, parlandoci dell’importanza di rompere il silenzio e di come le canzoni di Max Pezzali siano diventate la colonna sonora di un legame che il tempo non può spezzare. Intervista in collaborazione con Il Blog di Eleonora Marsella.
Il romanzo conta meno di cinquanta pagine, eppure riesce a colpire il lettore con un’incredibile intensità. Come sei riuscita a condensare un messaggio così potente e complesso in una formula così breve e diretta?
Ho scelto di scrivere una storia essenziale, senza riempitivi, perché volevo che ogni pagina arrivasse al lettore come un pugno allo stomaco ma anche come una carezza. Credo che certi temi, come il bullismo, il dolore adolescenziale e il senso di solitudine, non abbiano bisogno di essere “allungati”: hanno bisogno di verità.
La brevità del romanzo nasce proprio dall’esigenza di lasciare spazio alle emozioni del lettore, ai silenzi, alle riflessioni personali. Ogni parola è stata scelta per trasmettere qualcosa di autentico e immediato. A volte poche pagine possono lasciare un segno più profondo di un racconto molto lungo, perché costringono chi legge a fermarsi e sentire davvero ciò che accade.
La trama si sviluppa su un doppio binario temporale che unisce l’adolescenza di due amiche all’attualità di una giornalista che documenta un drammatico caso di bullismo. Da dove nasce l’idea di questo “gioco di specchi” e del sorprendente incontro finale tra la giornalista e la madre della giovane vittima?
L’idea del doppio binario temporale nasce dalla volontà di mostrare quanto il passato continui a vivere dentro di noi, anche quando crediamo di averlo superato. L’adolescenza lascia ferite, ricordi, paure ma anche legami che resistono nel tempo.
Il “gioco di specchi” tra le due storie serve proprio a mettere in evidenza come certe dinamiche si ripetano ancora oggi, nonostante i cambiamenti sociali e tecnologici. Cambiano i mezzi, ma non il dolore di chi si sente escluso o giudicato.
L’incontro finale tra la giornalista e la madre della vittima rappresenta il momento in cui passato e presente si toccano definitivamente. Volevo creare un finale emotivo ma anche simbolico: nessuna storia di sofferenza è davvero lontana da noi, perché potrebbe appartenere a chiunque.
l libro è un forte invito a rompere il silenzio. Quali sono, secondo te, i segnali più importanti che un genitore o un educatore dovrebbe cogliere per intercettare il disagio di un adolescente prima che sia troppo tardi?
Spesso il disagio adolescenziale non si manifesta con parole esplicite, ma attraverso piccoli cambiamenti quotidiani. Un ragazzo che si isola improvvisamente, che perde entusiasmo, che cambia comportamento o diventa eccessivamente silenzioso sta già comunicando qualcosa.
Anche il rifiuto della scuola, l’ansia costante, l’irritabilità, il bisogno di chiudersi nella propria stanza o un uso compulsivo dei social possono essere campanelli d’allarme da non sottovalutare.
Credo però che il segnale più importante sia il silenzio emotivo: quando un adolescente smette di sentirsi ascoltato, smette anche di chiedere aiuto. Per questo genitori ed educatori dovrebbero creare spazi di dialogo senza giudizio, dove i ragazzi possano sentirsi accolti e non interrogati.
Le canzoni di Max Pezzali attraversano tutto il romanzo, agendo come una bussola emotiva. Che ruolo hanno avuto i suoi testi nella tua vita personale e come mai hai scelto proprio la sua musica per unire diverse generazioni all’interno della storia?
Max Pezzali ha accompagnato molti momenti della mia vita. Le sue canzoni hanno la capacità rara di raccontare emozioni semplici ma universali: l’amicizia, la nostalgia, la paura di crescere, il bisogno di sentirsi accettati.
Nei suoi testi ho sempre ritrovato una grande sincerità emotiva, ed è proprio quella sincerità che volevo trasferire nel romanzo. Le sue canzoni diventano una sorta di colonna sonora interiore dei personaggi, un ponte tra passato e presente.
Ho scelto la sua musica perché riesce a parlare sia a chi ha vissuto gli anni ’90 sia ai ragazzi di oggi. Cambiano le generazioni, ma certe emozioni restano identiche. E questo legame emotivo era perfetto per la storia di Nina e Sara.
Hai intenzione di portare questo libro nelle scuole o di promuovere progetti legati alla sensibilizzazione contro il bullismo?
Sì, ed è uno degli obiettivi a cui tengo di più. Vorrei che Quel 14 novembre non fosse soltanto un romanzo, ma anche uno strumento di dialogo. Le scuole sono il luogo giusto per affrontare temi come il bullismo, il cyberbullismo, la fragilità emotiva e il valore dell’ascolto.
Mi piacerebbe organizzare incontri con studenti, insegnanti e genitori, creando momenti di confronto autentico in cui i ragazzi possano sentirsi liberi di raccontarsi. Spesso basta sentirsi compresi per fare la differenza.
Credo molto nel potere delle storie: un libro non cambia il mondo da solo, ma può accendere consapevolezza e aiutare qualcuno a non sentirsi più invisibile.
Stai già pensando a una nuova storia? Continuerai a esplorare tematiche sociali legate alla crescita e all’introspezione psicologica?
Sì, sto già lavorando a nuove idee. Mi interessa raccontare le fragilità umane, soprattutto quelle che spesso vengono nascoste dietro un’apparente normalità. Credo che la narrativa possa essere uno specchio capace di aiutare le persone a riconoscersi e a sentirsi meno sole.
Continuerò sicuramente a esplorare temi legati alla crescita personale, alle relazioni, all’identità e all’introspezione psicologica, perché sono aspetti che appartengono a tutti noi. Mi piace dare voce alle emozioni che spesso restano inespresse e costruire storie che possano lasciare non solo emozione, ma anche riflessione.
Quella con Maria Giovanna Tarullo è stata una conversazione che, proprio come il suo libro, lascia il segno. La sua missione di portare queste pagine nelle scuole e trasformarle in uno strumento di dialogo attivo è la dimostrazione di come la letteratura possa farsi carico di una responsabilità sociale necessaria. Ringraziamo Maria Giovanna per la sincerità con cui si è raccontata e per averci ricordato che nessuno è davvero invisibile finché c’è qualcuno pronto ad ascoltare. Le auguriamo che il suo viaggio nelle scuole possa accendere sguardi nuovi e offrire conforto a chi, nel silenzio, sta ancora cercando la propria voce.
