Tra esoterismo e Nuovo Mondo: Intervista a Manuel Martin, l’anima dietro la saga di Riverville

Dopo essermi lasciata affascinare dalle atmosfere selvagge e misteriose del South Carolina del Settecento nella mia recente recensione, ho avuto il piacere di approfondire la genesi di questo progetto con il suo creatore. Manuel Martin non è solo un autore dalla penna visiva e curata, ma un narratore che fonde sapientemente la precisione della ricerca storica con una profonda conoscenza delle tradizioni esoteriche. In questa intervista, ci accompagna dietro le quinte del primo volume della serie, svelandoci come il “Nuovo Mondo” diventi metafora di crescita interiore e come i suoi personaggi siano riusciti, nel corso degli anni, a reclamare la propria voce, trasformando un’idea adolescenziale in una saga matura e vibrante di simbolismi.

l tuo romanzo è ambientato a metà del XVIII secolo nel Sud Carolina, un’epoca di transizione in cui il Nuovo Mondo rappresentava sia una promessa di libertà sia un territorio selvaggio e ostile. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questo contesto storico e coloniale per fare da sfondo alla tua storia?

Allora, da un lato c’è la fascinazione personale per il periodo e il contesto. Chi ha letto il romanzo mi ha fatto molti complimenti per le descrizioni vivide ed io, effettivamente sono un visivo, descrivo non solo gli ambienti, ma spesso perfino i vestiti, cercando di abbinare queste descrizioni all’azione vera e propria per creare un effetto corale nella storia. Dunque, per la mia immaginazione, quel periodo offriva il meglio, avendo sempre adorato i film in costume come Via col vento e il linguaggio di libri come Orgoglio e pregiudizio. Accanto a questo però, c’è un espediente narrativo che è quello di creare l’atmosfera della favola. C’era una volta (e siamo quasi 3 secoli fa) in un posto lontano lontano, (e per un italiano le colonie sono abbastanza lontane). Questo crea una situazione di relax dove anche i contenuti più profondi del libro, al di là dell’intreccio, possono arrivare ad un lettore tranquillo. Usando la metafora e il mito, come suggerisce ad esempio Milton Herikson, gli eventi che succedono ai personaggi parlano tra le righe, toccando temi come la crescita personale, il rapporto uomo – donna, o genitori figli, l’evoluzione sociale e permettendo al lettore di lasciarsi condurre in riflessioni che possono portare oltre la storia. Infine, il Nuovo Mondo, come luogo selvaggio eppure in evoluzione favorisce ulteriormente, a livello metaforico, il perfetto contesto per personaggi che stanno affrontando il loro “volo”, cioè un percorso che li porti ad evolvere e dimostrare di essere dei veri adulti. 

Come mai hai preferito affidare il racconto a un osservatore esterno anziché utilizzare una narrazione in terza persona o la voce diretta della protagonista?

Devo dire che è stato un caso, personalmente ho sempre scritto in terza persona anche in altri contesti, ma questo libro si è un po’ creato da solo. Nella prima versione (scritta a 16 anni) il racconto era in terza persona, ma poi crescendo e riscrivendo mi è parso che un osservatore esterno potesse mettere insieme sia il raccontare tutta la storia, sia l’aspetto più emotivo. Far parlare in prima persona il protagonista costringe a restringere il campo alle sue percezioni. In terza persona ad essere più distaccati. Un co- protagonista che narra mi pareva il giusto modo per far entrare il lettore nella storia, quasi accompagnato da un amico. Anche perché il narratore è, a mio avviso, uno dei personaggi più piacevoli del romanzo, una specie di guida, come Virgilio con Dante. E allora, mi sono detto, perché non fare del lettore Dante stesso? Nel senso che in questo modo, il coinvolgimento di chi legge è più immediato: è proprio a lui che stanno raccontando tutti questi eventi!

Nel romanzo, rituali esoterici, tarocchi e stregoneria si intrecciano con la politica e la massoneria del Settecento. Come hai strutturato le tue ricerche per far dialogare questi due mondi così densi di simbolismo e mistero?

Dunque, va detto che per questo romanzo, soprattutto nell’ultima stesura, la ricerca storica è stata possente, fortuna che la modernità rende più semplice procurarsi informazioni. Non essendo un massone, scovare delle nozioni in materia ha richiesto un po’ di ricerca e ho avuto anche la fortuna di essere messo in contatto con qualcuno che potesse darmi la dimensione più esoterica dell’organizzazione, soprattutto nel passato. Dall’altro lato, Tarocchi e Stregoneria sono invece il mio pane quotidiano, quindi in materia sono piuttosto ferrato e devo dire che ora come allora, non è affatto complesso inserirli nella quotidianità: la magia non è altro che la ricerca dell’uomo di una visione olistica che spieghi il mondo e guidi verso la felicità, dunque qualcosa che è sempre attuale, al di là dell’opinione dei detrattori. Nel mio lavoro quotidiano di counselor e formatore, ricorro spesso agli insegnamenti delle antiche Tradizioni e verifico costantemente la loro attualità. Molte discipline moderne, come la psicologia, per esempio, parlano delle stesse cose, solo con linguaggi diversi. In ogni caso, ci sono state questioni poco auliche e molto concrete che hanno richiesto molta ricerca, ad esempio in quanto tempo un cavallo percorra un dato tratto. Scrivere questo libro mi ha mostrato quante cose diamo per scontate oggi (ad esempio sulle comunicazioni). In ogni caso, direi che far dialogare i due mondi così densi di simbolismo non è stato complesso: i simboli parlano tutti la stessa lingua. Mantenere la rigorosa coerenza storica e intrecciare i fatti inventati anche con eventi e personaggi reali, invece, è stato un compito più certosino, ma appagante. Ad ora, a detta dei lettori qualificati, ben riuscito.

Scrivendo hai seguito una rigida pianificazione della trama o ti sei lascito guidare dall’ispirazione e dall’evoluzione spontanea dei personaggi?

Devo dire che, all’origine, la storia è nata con una precisione e una velocità sorprendente: spuntata l’idea, in poco tempo, forse nemmeno un’ora, è nata la struttura dell’intreccio. E mi sentivo orgoglioso e avevo 16 anni. Quindi, alla basse, la trama era rigida e precisa e la prima stesura è nata velocemente. Ma qualcosa non andava. Così il libro è finito in un cassetto dal quale è uscito e rientrato molte volte. Infine, qualche anno fa, l’ho ripreso in mano, con molta tenerezza rivedendo il me adolescente e “rigido” che lo aveva abbozzato, e ho lasciato che il Manuel adulto “coccolasse” quella storia. A 16 anni dicevo “mai” e “sempre” con convinzione, da più grande ho imparato che sono due parole ingannevoli del vocabolario, e la storia mi è cresciuta in mano. La traccia originale è rimasta quella, ma i personaggi sono cresciuti, hanno preso carattere e personalità e così le loro azioni sono diventate meno meccaniche, come pensa un inesperto della vita e , a volte, perfino per me sorprendenti, fino a creare degli impasse inaspettati che ho risolto facendo delle letture di tarocchi “reali”, cioè immaginando che le facesse la protagonista, trovando così vie nuove. Dunque, la struttura di base è stata fondamentale, ma poi è stato bellissimo superarla seguendo i personaggi. Tanto che, da un unico romanzo un po’ ingenuo, ne sono nati 3, pieni di eventi, storie, passioni e concetti. Tuttora, rileggendoli quando correggo le bozze, una parte di me si chiede: ma da dove è uscita questa storia? Mi assumo più la responsabilità di averla scritta che inventata, è come se fosse sempre stata lì e chiedesse solo di essere vista.

Il finale del primo volume lascia i lettori in uno stato di attesa febbrile. Senza fare troppi spoiler, cosa dobbiamo aspettarci dal secondo capitolo della saga di Riverville?

Haimè, il tempo moderno influenza tutti e i finali delle serie tv, forse, hanno spinto verso una chiusura con delle questioni rimaste in sospeso… Ma verità è che la vita non si ferma mai, e dunque, non esiste un punto. Non credo che si possa dire che le ombre si fanno più fitte, nel secondo romanzo, ma forse che la luce si fa strada. Nel primo libro, con le premesse degli eventi, conosciamo i personaggi giovani e con le loro debolezze, il secondo volume invece gli consente di crescere, di mettersi alla prova, di uscire da un binario che sembra già tracciato e, come insegna la magia, di smettere di sentirsi vittima del contesto e tirare fuori le unghie per crearsi una propria vita. A mio modesto parere, il secondo libro è meglio del primo, perché succedono ancora più cose, ma, soprattutto, i personaggi vengono messi alla prova con una visione più ampia della realtà, che sarebbe quello che ci trasforma tutti, da adolescenti, in veri adulti…

Esplorare l’universo di Manuel Martin significa accettare un invito al viaggio, non solo geografico tra le colonie americane, ma soprattutto umano e spirituale. La sua capacità di intrecciare il rigore della Storia con la magia dei Tarocchi e la profondità del counseling rende la saga di Riverville un’opera stratificata, capace di parlare a diversi livelli di consapevolezza. Ringraziamo calorosamente Manuel per la disponibilità e per aver condiviso con noi la passione e la “cura” che hanno permesso a questa storia di uscire dal cassetto e prendere il volo. Non ci resta che attendere il secondo capitolo, pronti a scoprire come la luce inizierà a farsi strada tra le ombre dei boschi del South Carolina.

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