Corse, crisi e comicità: viaggio dentro Running Club con Emanuele Galesi

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La corsa come spazio di riflessione, la fatica fisica come specchio delle fragilità contemporanee e la città di Brescia — trasfigurata in un paesaggio urbano del Nord Italia — come tessuto vivo in cui ritrovare la propria rotta. In questo dialogo, l’autore Emanuele Galesi ci accompagna alla scoperta del suo romanzo Running Club, un’opera corale che unisce la crisi di mezza età, legami improbabili e un tocco di ironica stand-up comedy, offrendo uno sguardo lucido e disincantato sulle sfide della vita di tutti i giorni.

Emanuele, com’è nata l’idea di abbinare una crisi esistenziale di metà vita – quella del “Curvo” – al mondo della corsa e della maratona? C’è qualcosa di autobiografico in questa scelta?

C’era questo titolo che mi ronzava in testa, Running Club, mentre vedevo aumentare le persone che correvano, da sole ma soprattutto in gruppo. In più stavo preparando una maratona. Ho pensato dunque di sfruttare il periodo di tempo dedicato all’allenamento, circa sei mesi, per scrivere un libro in cui condensare le cose che sentivo attorno a me, nella mia generazione. Fragilità, crisi, ma anche bisogno di riscatto, di porsi degli obiettivi, di stare assieme agli altri e di trovare un rifugio nello sport. Ero alla ricerca di personaggi che rappresentassero la normalità delle sfide quotidiane che tutti noi dobbiamo affrontare e alla fine sono loro ad avere trovato me. A partire dal Curvo, che tutto si aspetterebbe dalla vita, tranne di iniziare a correre, e invece scopre che gli piace, mentre cerca di rimettersi in sesto dal punto di vista lavorativo e privato. Mi piace il fatto che viva tutto ciò in maniera disincantata, ma comunque credendoci, a suo modo. E che lo faccia con ironia, arrivando addirittura a cimentarsi nella stand-up comedy, altro fenomeno molto contemporaneo.

Nel romanzo la città di Brescia non è solo uno sfondo, ma un tessuto vivo e reale. Quanto è importante per te radicare le tue storie in luoghi concreti e vissuti?

Ho cercato di raccontare la città in modo ambiguo. Da un lato con particolari molto precisi e riconoscibili, anche se in parte trasfigurati, dall’altro con elementi più sfumati, parti prese da altre città, in una sorta di paesaggio Frankenstein. Volevo raccontare quel tutto indefinito del Nord Italia, che avevo già affrontato nell’Atlante dei Classici Padani (Krisis, 2015), dove attorno ai centri storici prolifera un’urbanizzazione sparpagliata e orfana di progettazione. In questo contesto, i personaggi si muovono cercando di disegnare dei loro percorsi. Anche questo è un modo per ritrovarsi dal punto di vista personale. 

Il Coach rappresenta una figura fondamentale, spinto da un vecchio debito e da una specie di mossa karmica. Che tipo di legame unisce questi due uomini, così apparentemente diversi ma accomunati da un passato?

È uno di quei legami improbabili che a volte accadono nella vita, arricchendola. Sono due persone con caratteri e stili differenti, che in fondo si completano. Il Curvo ha bisogno dell’energia e della leggerezza del Coach, mentre il Coach, come dice il nome stesso, si realizza quando ha qualcuno da plasmare con la sua fede incrollabile nella corsa. In mezzo a loro si trovano anche Cate, che è brava a smitizzare il Coach, e Claudia, un’altra figura che spinge il Curvo a smuoversi. E tra Claudia e il Curvo c’è Stella, mentre tra il Curvo e il Coach c’è pure il Maestro. Questo per dire che è anche un romanzo che cerca una coralità, un’interdipendenza tra i personaggi.

Nel libro la corsa non è una terapia tradizionale, ma uno sforzo fisico faticoso e catartico. Pensi che lo sport e la fatica fisica siano strumenti privilegiati nella narrativa per raccontare la rinascita interiore?

Sicuramente c’è tutta una narrativa che usa lo sport come metafora della rinascita, a volte un po’ enfaticamente. Io ho preferito un approccio più laico, in cui c’è questo aspetto (ad esempio, chi corre dopo una malattia), ma non nel protagonista. Anche perché non volevo scrivere un libro sulla corsa, ma un libro con la corsa, con il lavoro, con le relazioni interpersonali, con la stand-up… un libro sfaccettato, insomma. La fatica fisica ti mette di certo di fronte ai tuoi limiti, in modo spesso impietoso, ma ti dà anche l’opportunità di crescere. Mi sembra che oggi molte persone abbiano bisogno di sperimentare questa crescita su di loro, forse anche per convincersi di essere ancora vive.

Se dovessi riassumere il messaggio principale di Running Club per un lettore che sta attraversando un momento difficile, quale frase o concetto sceglieresti?

Più che il messaggio, sceglierei ciò che mi ha detto un lettore. “È uno di quei romanzi che sei contento di avere iniziato, con diverse parti davvero divertenti”. Penso che questo possa essere uno dei valori aggiunti del libro: lo stile ironico, le situazioni spiazzanti, il cinismo del Curvo. A volte, nei momenti difficili, è utile cambiare prospettiva e scoprire che potresti addirittura riderci sopra.


Progetti futuri?

Sto lavorando a un romanzo sul cambiamento climatico raccontato a bambine e bambini. Ho completato la prima stesura e, dopo averla fatta riposare, intendo rivederla, correggerla, rifinirla. È un lavoro in cui credo molto.

Ringraziamo di cuore Emanuele Galesi per la disponibilità, la profondità e la simpatia con cui ci ha svelato i retroscena di Running Club, regalandoci uno sguardo autentico sul suo percorso di scrittura e sui temi che animano il romanzo. Un ringraziamento speciale va anche a tutti voi lettori che ci avete seguito fin qui: non ci resta che augurarvi una splendida lettura e invitarvi a sostenere la narrativa contemporanea e le storie che sanno farci sorridere e riflettere. Alla prossima!

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