Quando una storia vissuta incontra la sensibilità della narrativa, si trasforma in un’indagine profonda sull’animo umano, sulle ferite invisibili e sulla straordinaria capacità di adattamento. In questa intervista esploriamo la genesi e i temi del romanzo “I sassi non sanno nuotare”, un’opera che attraversa le pieghe della memoria e delle relazioni per raccontare la complessità della crescita e della rinascita attraverso le parole del suo autore.
Partiamo proprio dalla genesi di I sassi non sanno nuotare: come è nato il progetto di questo libro e cosa ti ha affascinato al punto da decidere di trasformare questa storia in un romanzo?
I sassi non sanno nuotare nasce dall’incontro con una storia reale. Quello che mi ha colpito fin dall’inizio non sono stati tanto gli avvenimenti in sé, quanto il modo in cui una persona può imparare ad adattarsi a ciò che le accade fino a considerare normale anche quello che normale non è.
È da lì che ha cominciato a prendere forma Aurora. Mi interessava raccontare non soltanto ciò che le succede, ma soprattutto ciò che accade dentro di lei: come cambia la percezione di sé, del proprio corpo, delle relazioni, e come certi meccanismi di difesa possano diventare lentamente una forma di prigionia.
A un certo punto ho capito che quella storia non poteva essere semplicemente riportata. Aveva bisogno della distanza e della libertà della narrativa. La realtà è stata quindi il punto di partenza, non il confine del romanzo.
Ed è probabilmente questo che mi ha affascinato di più durante la scrittura: cercare il momento quasi impercettibile in cui qualcosa che inizialmente ci protegge comincia invece a limitarci.
Ricevere il racconto di una vita vissuta e doverlo tradurre in letteratura comporta una grande responsabilità. Come hai lavorato sulla struttura e sulla voce narrante per fare in modo che la materia prendesse vita sulla pagina?
La responsabilità è stata forse la parte più delicata. Quando qualcuno ti affida una parte della propria vita, il primo istinto è quello di voler essere fedele ai fatti. Ma la fedeltà letteraria, almeno per me, non coincide necessariamente con la cronaca. Ho cercato soprattutto una fedeltà emotiva.
Per questo ho scelto una narrazione molto vicina ad Aurora. Il lettore non deve soltanto sapere cosa le accade: deve percepire progressivamente il modo in cui lei impara a leggere il mondo. La casa, il silenzio, il corpo, le relazioni cambiano significato insieme a lei.
Anche la struttura segue questa logica. Molte trasformazioni non arrivano attraverso grandi avvenimenti, ma attraverso piccoli spostamenti, ripetizioni, adattamenti. Era importante che il lettore potesse entrare lentamente dentro quella normalità, perché è proprio quando qualcosa diventa normale che spesso smettiamo di interrogarlo.
Poi, naturalmente, è intervenuta la narrativa. Ho costruito, sottratto, trasformato. A un certo punto ho dovuto lasciare che Aurora smettesse di appartenere alla persona che aveva originato la storia e diventasse un personaggio autonomo. Credo che sia stato quello il momento in cui la testimonianza ha iniziato davvero a diventare romanzo.
Attraverso incontri che sfiorano e legami che fanno tremare, la storia di Aurora si trasforma in un inno alla rinascita. Qual è il messaggio che speri arrivi a chi legge, soprattutto a chi si riconosce in cicatrici invisibili?
Non so se parlerei di un inno alla rinascita, almeno non nel senso di una rinascita che cancella ciò che è stato. Mi interessava qualcosa di meno netto e forse più umano.
Aurora non può tornare indietro e non può diventare una persona che non porta più le proprie cicatrici. Può però cominciare a riconoscerle, capire quanto abbiano determinato il suo modo di stare al mondo e, poco alla volta, smettere di lasciare che decidano tutto al posto suo.
Se c’è qualcosa che vorrei arrivasse al lettore è proprio questo: sopravvivere e vivere non sono sempre la stessa cosa. Alcuni comportamenti ci permettono di resistere in un determinato momento della nostra vita, ma possono diventare una gabbia quando continuiamo a utilizzarli anche quando quel momento è passato.
La salvezza, allora, non è dimenticare. È forse riuscire a guardare ciò che ci è accaduto senza permettergli di occupare tutto lo spazio di ciò che siamo.
Qual è stata la tua routine di scrittura durante la stesura di I sassi non sanno nuotare? Avevi abitudini particolari, orari fissi o luoghi in cui preferivi lavorare per riuscire a entrare in sintonia con il mondo e la voce di Aurora?
La scrittura di questo romanzo ha richiesto soprattutto continuità. Entrare nella voce di Aurora significava entrare ogni volta in un equilibrio emotivo molto preciso, e non sempre era possibile uscirne immediatamente una volta smesso di scrivere. Mi sono imposto di scrivere almeno due ore al giorno, concentrandomi più sulle sensazioni che sulla “bella scrittura”. la prima stesura era di circa duecento pagine, che son state sfoltite dove la ridondanza era inutile alla descrizione delle emozioni.
Più che un rituale particolare, però, credo sia stata importante la capacità di rimanere dentro quella voce senza giudicarla. Aurora compie scelte che dall’esterno possono apparire incomprensibili. Io non volevo spiegarle al lettore né giustificarle. Volevo accompagnarlo abbastanza vicino a lei perché, almeno per qualche pagina, quelle scelte potessero diventare comprensibili.
Un’esperienza di scrittura così intensa lascia sicuramente il segno. Continuerai a esplorare storie di vite vissute, o hai in cantiere nuovi progetti narrativi per il futuro?
Le vite vissute continueranno sicuramente a interessarmi. Mi interessa osservare ciò che accade nelle persone quando la parte visibile della loro vita racconta una storia e quella interiore ne racconta un’altra.
Non so però se questo significhi necessariamente continuare a partire sempre da storie reali. Quello che vorrei conservare è piuttosto quello sguardo: partire dalle persone, dalle loro contraddizioni, da ciò che fanno fatica a dire e soprattutto da quei piccoli movimenti interiori che spesso dall’esterno non si vedono.
Dopo Aurora sento anche il desiderio di esplorare altri personaggi e altre forme narrative. I sassi non sanno nuotare mi ha lasciato alcune domande aperte e, per me, spesso un nuovo progetto nasce proprio così: non dalla necessità di avere già una storia da raccontare, ma da una domanda alla quale non ho ancora trovato risposta.
Ringraziamo di cuore Alessandro De Mattia per la disponibilità e per aver condiviso con noi la genesi e i profondi significati di “I sassi non sanno nuotare”. Un dialogo intenso che ci ricorda il valore della scrittura come spazio di ascolto autentico e di comprensione delle cicatrici più nascoste.
