Il colore del blu e dei legami invisibili: intervista a Silvia Bardesono

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Certe storie nascono nel silenzio di uno spazio intimo, per poi spiccare il volo ed entrare nelle vite degli altri come un filo invisibile. È quello che accade tra le pagine del romanzo Il canto di Vega, un’opera in cui il blu non è il colore della tristezza, ma dell’oceano che attraversa le vite, il dolore e la distanza. A volte la rinascita comincia così: da una donna sola davanti al mare, vestita del colore del cielo, che decide di non fuggire più dalle proprie ferite, ma di trasformarle in un ponte per gli altri. Ne abbiamo parlato con l’autrice, Silvia Bardesono, per esplorare il viaggio di questo libro, il suo rapporto viscerale con la scrittura e i segreti di una narrazione corale che sa unire ciò che sembrava irrimediabilmente spezzato. Intervista in collaborazione con Daisy Raisi.

“Il canto di Vega” intreccia storie di dolore, fuga e rinascita che si muovono tra mondi molto diversi, dall’Italia alla Nuova Zelanda. Come è nata l’idea originaria di questo romanzo e quale di queste storie o personaggi ha dato il via alla scrittura?

Credo che l’idea de Il canto di Vega sia nata prima ancora che da una storia, da un’immagine. Vedevo Vega: una donna vestita soltanto di blu. Blu come l’oceano che separa e, nello stesso tempo, unisce le terre. Blu come il cielo, che non conosce confini. In quell’immagine c’era già tutto: la distanza, la solitudine, il desiderio di fuga, ma anche la possibilità di attraversare ciò che ci divide. Vega, per me, è una donna che si erge come un ponte tra mondi lontani e tra vite spezzate, lacerate da abbandoni, perdite, silenzi. È una creatura sospesa tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. 

La sua storia è stata la prima a chiedermi di essere raccontata, e da lei, quasi naturalmente, hanno cominciato ad affacciarsi le altre voci del romanzo. Mi interessava raccontare come persone apparentemente lontanissime possano riconoscersi nella stessa ferita e, proprio attraverso quella ferita, trovare una strada verso la rinascita. 

Così l’Italia e la Nuova Zelanda hanno smesso di essere semplicemente due luoghi geografici e sono diventate due sponde, due estremi di un viaggio interiore. 

Forse è proprio questo il senso del suo blu: non il colore della tristezza, ma quello dell’infinito. Il colore di ciò che separa e, nello stesso istante, sa unire. Vega attraversa l’oceano, attraversa le vite, attraversa il dolore. E, come un filo invisibile, ricuce ciò che sembrava irrimediabilmente spezzato. 

Perché a volte la rinascita comincia così: da una donna sola davanti al mare, vestita del colore del cielo, che decide di non fuggire più dalle proprie ferite, ma di trasformarle in un ponte per gli altri.

Il romanzo è uscito alla fine dello scorso aprile: che emozione si prova nel vedere finalmente le proprie pagine tra le mani dei lettori e quale reazione del pubblico ti ha colpita di più finora?

Vedere finalmente Il canto di Vega tra le mani dei lettori è stata un’emozione difficile da raccontare. Quando scrivi, quei personaggi e quelle storie vivono per molto tempo in uno spazio intimo, quasi segreto; poi arriva il momento in cui il libro esce da te e comincia il suo viaggio. E da quel momento non ti appartiene più soltanto. 

La reazione che mi ha colpita di più, però, è stata la quantità di donne che si sono riconosciute nelle storie delle donne che ho raccontato. Alcune mi hanno detto di aver ritrovato nelle loro parole qualcosa della propria vita, delle proprie ferite, delle proprie paure, persino di quei pensieri che spesso non si riescono a dire ad alta voce. È stato come se quelle storie, pur nascendo dalla mia immaginazione, fossero arrivate direttamente a loro. 

E forse è questa la cosa più bella che possa accadere a un libro: scoprire che una storia che hai scritto tu, a un certo punto, diventa la storia di qualcun altro. Quando una lettrice mi dice “mi sono riconosciuta”, sento che quelle pagine hanno trovato davvero la loro casa.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura emotiva? Ti lasci trasportare dai personaggi o mantieni sempre il controllo sulla struttura della trama?

La scrittura emotiva è, per me, una forma di ascolto. Quando scrivo non riesco a rimanere del tutto fuori dalla storia: mi lascio attraversare dai personaggi, dalle loro paure, dalle loro fragilità, dalle loro contraddizioni. In qualche modo, devo permettere che siano loro a parlarmi.

Questo non significa, però, rinunciare al controllo. La trama ha bisogno di una direzione, di un’architettura, di un equilibrio a cui lavoro a lungo perché ho bisogno di sentirmi stabile per costruire. Diciamo che cerco di tenere insieme due anime della scrittura: una parte di me costruisce e una parte si lascia sorprendere. 

Gestire una narrazione corale con ambientazioni e registri così diversi richiede un grande lavoro di montaggio emotivo. Qual è stata la parte più complessa da scrivere e quale invece ti ha regalato maggiore gioia durante la stesura?

Proprio così. La parte più complessa da scrivere è stata quella in cui le diverse storie e i diversi piani narrativi dovevano incontrarsi senza perdere la propria identità. Avevo bisogno che ogni personaggio avesse una voce riconoscibile, una propria ferita e un proprio percorso, ma allo stesso tempo che tutto confluisse in un’unica trama, come fili diversi destinati a intrecciarsi. È stato un vero lavoro di equilibrio, soprattutto sul piano emotivo.

La parte che invece mi ha regalato maggiore gioia è stata quella ambientata in Nuova Zelanda. Un Paese che amo profondamente avendoci vissuto per molto tempo. Lì ho sentito una libertà diversa, quasi fisica. Attraverso Vega ho potuto raccontare un rapporto con la natura che non fosse semplicemente contemplativo, ma quasi viscerale, profondo, spirituale. La natura per lei non è uno sfondo: è una presenza, una compagna di viaggio, qualcosa con cui entrare in ascolto.

Guardando al futuro, i temi della guarigione dell’anima, della resilienza e dei legami umani continueranno a essere al centro dei tuoi prossimi progetti letterari?

Sì, lo saranno. Sento questi temi quasi come una missione, perché prima ancora di raccontarli agli altri sono io la prima ad aver bisogno di esplorarli. La guarigione dell’anima, la resilienza, la forza dei legami umani sono domande che mi abitano e che, attraverso la scrittura, continuo a cercare di comprendere.

Non scrivo perché ho delle risposte da dare, ma perché ho ancora delle domande da pormi.

Un ringraziamento speciale a Silvia Bardesono per la generosità con cui ha condiviso con noi l’universo emotivo del suo romanzo, i retroscena della sua scrittura e i luoghi dell’anima che continuano a ispirare le sue storie. Grazie per averci ricordato che, attraverso la lettura e l’ascolto, le nostre ferite possono sempre trasformarsi in ponti.

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