Oltre i confini della pagina: intervista a Claudio Calabrese sul romanzo “Di fuga in fuga”

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Quando la letteratura si fa specchio della realtà e megafono di storie spesso invisibili, riesce a smuovere coscienze e a generare empatia profonda. In questa intervista esploriamo la genesi e i temi caldi del romanzo “Di fuga in fuga” di Claudio Calabrese, un’opera che intreccia il percorso di integrazione giovanile con le complesse dinamiche familiari, offrendo uno sguardo lucido e appassionato sulla società contemporanea attraverso la voce del suo autore.

Buongiorno Claudio, e benvenuto! Partiamo dall’inizio: come è nata l’idea di “Di fuga in fuga” e quanto tempo ha richiesto la stesura di questa storia?

Ho scritto questo romanzo perché sono rimasto colpito dalla situazione, a dir poco incredibile, che tanti ragazzi, alcuni dei quali miei ex alunni, hanno vissuto. Troppe volte mi sono trovato ad ascoltare le storie di ragazzi che volevano essere come i loro coetanei italiani, ma che si sentivano divisi da un pezzo di carta: il passaporto. Come ho avuto modo di dire anche in Parlamento, non sono a favore dello ius soli, ma dello ius culturae. Sono convinto che la scuola debba essere un vero filtro di integrazione, altrimenti significa che la scuola non sta funzionando. Ci ho messo circa un anno a scrivere il romanzo.

Nel romanzo il tema dell’integrazione si intreccia con dinamiche intime e familiari, come il rapporto tra culture diverse e il legame con la madre e il patrigno. Quanto c’è di osservazione della realtà sociale contemporanea in queste dinamiche?

Sì, il tema dell’integrazione non è mai esente da problematiche intime e personali. Tanto è vero che nel romanzo Rayan viene respinto non solo dal Paese che dovrebbe accoglierlo, ma anche da colui che considera suo padre, Gennaro. Rayan, però, non molla.

Se dovessi scegliere un’unica emozione o una riflessione profonda che vorresti assolutamente rimanesse nel cuore e nella mente di chi chiude l’ultima pagina del libro, quale sarebbe?

Io spero che i lettori di Di fuga in fuga abbiano il coraggio di fare come Rayan, quindi di non mollare. Certo, non è facile, ma è fondamentale lottare per ciò in cui si crede e, soprattutto, per un diritto.

Credi che un romanzo possa davvero influenzare la percezione sociale e stimolare un ragionamento concreto nell’accoglienza e nell’inclusione?

Per me ogni forma d’arte deve essere impegnata, altrimenti rischia di essere fine a se stessa. Lo faccio come pittore, quando dipingo ritratti e non mi limito a riprodurre fedelmente i volti, ma cerco di scavare in profondità, per andare oltre ciò che è visibile. E lo faccio come scrittore, cercando di sollecitare i lettori a riflettere.

Stai già lavorando a una nuova storia o a un nuovo romanzo? Ci puoi anticipare qualcosa sui tuoi prossimi progetti futuri?

Sì, sarà nuovamente un romanzo impegnato. Posso anticipare che la protagonista è una donna, una persona che ha sofferto molto e che, nonostante tutto, ha deciso di non mollare mai.

Ringraziamo di cuore Claudio Calabrese per la disponibilità e per aver condiviso con noi la genesi e i profondi significati di “Di fuga in fuga”. Un dialogo prezioso che ci ricorda l’importanza della scrittura come atto di impegno civile.

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Per approfondire i temi, lo stile e le emozioni suscitate dall’opera, ti invitiamo a leggere la recensione completa del libro.

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