Il nero dell’anima e il riscatto della terra: intervista ad Alessandro Morbidelli

Dopo aver girato l’ultima pagina dell’ultimo, potente romanzo di Alessandro Morbidelli “Trenta cani e un bastardo”, l’eco di quella storia cruda, violenta e profondamente umana continua a risuonare dentro di me. È un libro che non lascia scampo, capace di trascinare il lettore dal cemento spietato della Milano delle gang giovanili fino all’apparente quiete della campagna marchigiana, dove la terra si fa dura e specchio di solitudini profonde. Oggi ho il grande piacere di ospitare sul blog proprio l’autore, Alessandro Morbidelli, per esplorare insieme la genesi di questa opera straordinaria, scoprire i confini tra realtà e finzione e comprendere come lo sguardo puro di un animale possa diventare l’ultimo baluardo di salvezza per un’anima che sembrava ormai perduta.

Nella nota finale sveli le radici fortemente autobiografiche della storia, accennando al fatto che Natalino è ispirato a una persona reale di nome Bruno, e che quel ragazzo e quel cane ribelle sono esistiti davvero. Come hai vissuto il processo di trasformazione di questa fetta di realtà in un romanzo così crudo e potente? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa storia doveva essere raccontata?

Credo che ogni scrittore elabori la propria esperienza per dare vita a una storia. La mia, nel particolare, riguarda l’esperienza vissuta in un canile improvvisato, più un ricovero per cani vecchi e malandati, gestito da un uomo che provava uno sconfinato amore per le sue creature. Questa è la storia di un ragazzo che impara cosa vuol dire essere amato, ed è anche la storia di un uomo che re-impara ad amare le persone oltre che gli animali. Pensavo a come scrivere e raccontare questa storia nel momento stesso in cui usavo la pala per pulire l’interno dei box e respiravo l’aria fredda che soffiava dal mare, interrotta dai vapori caldi di quei respiri grati che mi hanno accolto subito.

Il romanzo vive di un contrasto fortissimo: la Milano notturna, violenta e frenetica delle gang giovanili, e la campagna marchigiana, apparentemente idilliaca ma in realtà specchio di un’umanità isolata e depressa. Come mai hai scelto proprio le Marche come terra di “fuga” e di scontro per il protagonista?

Le Marche sono la mia terra. Conosco l’oscurità densa della notte nelle campagne, le luci danzanti della costa lontana. Mi è venuto istintivo sfatare l’ideale da cartolina che per primi i marchigiani non si preoccupano di veicolare nell’immaginario collettivo. L’umanità isolata e depressa è ovunque, in ogni parte d’Italia. Le Marche non sfuggono a questa dinamica. Però è anche vero che nelle Marche c’è una durezza che in pochi conoscono. È quella dei caratteri di persone che spesso non chiedono aiuto, ma si adoperano sempre per i propri valori. In questo sono molto orgoglioso di essere marchigiano e di vivere nelle Marche: proprio qui il mio protagonista, abituato alla frenesia e a una vita veloce e fluida, trova un ambiente nuovo, dove deve “fare” per “essere”.

Il rifugio di Natalino diventa il fulcro della svolta emotiva. Il protagonista trova nei trenta cani uno specchio della propria anima e sperimenta per la prima volta la responsabilità. Secondo te, perché lo sguardo puro e ferito di un animale riesce a fare breccia laddove l’umanità ha fallito, intercettando quella rabbia incontrollabile?

Un cane riesce a donare la forma di amore più gratuita che si possa conoscere. Nella mia nota dell’autore cito Totò e Ricky Gervais, ma potrei scrivere pagine e pagine citando intellettuali e artisti che hanno trovato nello sguardo di un cane quella scintilla che sa restituire un senso, che riesce a far credere di nuovo che l’amore sia una possibilità.

Nonostante questo barlume di luce, la violenza torna a bussare alla porta del ragazzo come un’ombra inevitabile. Pensi che per certi passati la redenzione totale sia un’illusione, o c’è comunque una speranza di salvezza nella conclusione della storia?

Credo che la vera redenzione sia più forte della stratificazione dell’odio. Nel senso che si può essere redenti anche se tutt’intorno a te non cambia nulla, anzi questo è forse il cambiamento più vero e profondo che si possa auspicare nel cuore di qualcuno abituato all’ombra. Allora può capitare di perdere tutto, ma di essere comunque cambiati. Qui risiede la speranza. Le cose più forti e pure sono quelle che non hanno bisogno di niente in cambio.

Ti stai già avventurando verso una nuova narrazione o senti il bisogno di far sedimentare il nero di questa storia prima di rimetterti alla tastiera? C’è già un nuovo progetto all’orizzonte?

Non riesco a starmene fermo senza scrivere. Sto lavorando a un nuovo romanzo, senza fretta. Sarà una storia che partirà dall’esperienza e dalla riflessione sul male, il tema più difficile che cerco di affrontare in ogni cosa che scrivo. È quello che mi interessa.

Cosa ne pensi dell’ondata di romanzi in cui a serialità diventa una prerogativa per raccontare vicende criminali addolcite da storie d’amore, il cosiddetto fenomeno “cozy”?

Mi dispiace, non sono fatto “cozy”…

Ringraziamo di cuore Alessandro Morbidelli per la generosità e la profondità delle sue risposte. Con le sue parole ci ha aperto le porte non solo del suo laboratorio di scrittura, ma anche di quell’esperienza personale così intima che ha dato linfa vitale al romanzo. La sua capacità di indagare il male senza mai cedere a facili edulcorazioni ci regala una storia che scuote e interroga, lasciandoci addosso la polvere della campagna marchigiana e l’intensità di un amore gratuito. All’autore va il nostro più grande “in bocca al lupo” per il nuovo progetto a cui sta lavorando, certi che saprà ancora una volta catturarci con la sua penna affilata e sincera.

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Se volete approfondire la mia esperienza di lettura e scoprire cosa mi ha emozionato di più tra queste pagine, vi invito a leggere la mia recensione completa del romanzo

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