Attraverso le vicende delle gemelle Carole e Céline, il nuovo romanzo dell’autrice Claudia Graziani esplora le complessità dell’adozione, trasformando il legame speculare tra sorelle in una lente d’ingrandimento capace di mettere a fuoco la ferita invisibile dell’abbandono. In questa intervista, scopriamo come l’autrice attinga dalla sua esperienza quotidiana di insegnante di scuola primaria per dare voce a emozioni spesso innominabili, costruendo un racconto che, tra prove durissime e slanci di speranza, invita i lettori – genitori ed educatori in primis – a una riflessione profonda sul vero significato dell’accoglienza.
In questo romanzo usi l’archetipo dei gemelli e il tema delle gemelle identiche (Carole e Céline) per raccontare in realtà qualcosa di molto più universale. Come è nata l’idea di utilizzare questo specchio per parlare della ferita dell’abbandono e del vissuto dei bambini adottati?
Premetto che scrivo sempre di getto, dietro a una spinta non ben definita e che, quando siedo al computer, non so con precisione cosa sto per scrivere. Quando ho iniziato la stesura di questa storia, sapevo che volevo parlare di adozione e volevo che la protagonista avesse un punto di vantaggio per raccontarsi. I bimbi che ho conosciuto io questo vantaggio non lo avevano e vivevano isolati nella loro bolla, perché non sapevano nemmeno dare un nome a ciò che provavano. Quando mi sono nate tra le mani Carole e Céline, ho capito che, essendo identiche, si specchiavano tra loro, così che riuscivano sia a oggettivizzare il loro malessere l’una nell’altra, sia a correre in reciproco soccorso quando il resto del mondo non sapeva capire. È stato un espediente utile.
Essendo tu stessa insegnante di scuola primaria, il contatto quotidiano con il mondo dell’infanzia e della crescita ha influenzato la creazione di queste dinamiche familiari così complesse e delicate?
Assolutamente sì, direi che è proprio quella la mia fonte primaria. In ognuno dei romanzi che ho scritto ci sono dei frammenti di bambini che ho avuto a scuola e che mi hanno coinvolta particolarmente. Trasferendo le loro emozioni nei miei personaggi ( e di solito le distribuisco a pezzettini creando nuovi mosaici che acquistano vita propria), la narrazione acquista quel sapore di realtà che amo creare.
Nel libro le protagoniste affrontano prove molto dure, tra cui dipendenze e relazioni difficili. Quanto è stato complesso bilanciare la durezza di certe prove con la necessità di mantenere intatta la speranza e la ricerca di un riscatto?
Non è stato particolarmente complesso. Come ho già detto, non programmo mai la trama e i fatti si sono susseguiti quasi da soli nelle pagine. Forse anche qui la mia esperienza di insegnante dà un taglio positivo alla visione del futuro. Ogni giorno da dietro la cattedra vediamo drammi di ogni tipo, ma certi bambini nel nostro sguardo cercano proprio questo: una speranza di riscatto, di scoperta di risorse che possano salvarli.
Il rapporto con gli adulti e la difficoltà di affidarsi a loro è uno dei nodi cruciali del romanzo. Qual è il messaggio principale che vorresti arrivasse ai lettori – e magari agli educatori o ai genitori – riguardo a queste ferite invisibili?
Vorrei fare luce sul fatto che adottare un bambino è una scelta bellissima, ma che comporta una responsabilità che qualche volta può essere sottovalutata. Quello che entra nella nuova famiglia non è mai colui che sostituirà un bambino non nato, bensì è qualcuno che non ha avuto – o non ha più – una famiglia di origine e ne necessita di un’altra. Ed è un bambino quasi sempre ferito, che non si fida dell’adulto, ma che non ha le risorse psicologiche per capirsi e raccontarsi. Sente solo paura e rabbia e non di rado si disprezza nel momento in cui queste esplodono e non le sa gestire. Quello che davvero volevo comunicare, soprattutto dopo aver visto genitori adottivi meravigliosi che ci sono riusciti, è che adottare significa accogliere un bambino e dirgli: “Ok, ci sono io ad aiutarti a portare la tua croce, insieme ce la faremo”.
Rispetto ai tuoi romanzi precedenti (come Dorme nera nel buio o Ruga dopo ruga), senti che La corsa delle gocce segni una nuova tappa o una maturazione particolare nella tua scrittura?
Non credevo, mentre lo scrivevo, perché è stato relativamente più facile come stesura, tanto che temevo che fosse venuto fuori un lavoro banale. La reazione di coloro che l’hanno letto però mi fa pensare il contrario, perché molti mi hanno detto che mi sono superata.
Qual è stata la scena di questo romanzo che ti è costata di più emotivamente durante la stesura e, al contrario, quella che ti ha regalato maggiore sollievo una volta completata?
Difficile rispondere con precisione senza spoilerare. Posso dire che ho sofferto accanto a Carole quando è crollata di fronte ad aspettative di amore deluse, perché l’adolescenza per lei è stata un colpo su una ferita ancora aperta e sanguinante. Alcune pagine di quel capitolo sono state pesanti, perché ne percepivo il dolore. Quella che mi ha dato più sollievo è stata la scena in cui Carole realizza che i suoi genitori adottivi la amano immensamente e che è lei che non ha mai permesso loro di farlo. Mi sono commossa insieme a lei, quando è venuta fuori l’espressione che ho usato prima e che appartiene al padre delle gemelle: portare la loro croce senza rimpianti.
Progetti futuri?
Ho iniziato un nuovo manoscritto, ma è piuttosto complesso e ci vorrà del tempo. È un po’ una sfida, ma dopo Dorme Nera nel Buio, che mi ha richiesto dieci anni buoni di lavoro, non mi spaventa.
Ringraziamo l’autrice Claudia Graziani per aver condiviso con noi non solo i retroscena narrativi di La corsa delle gocce, ma anche la sensibilità e l’onestà intellettuale con cui affronta temi tanto delicati quanto necessari. Le sue parole ci ricordano che dietro ogni ferita dell’infanzia si cela un disperato bisogno di essere compresi e che, in fondo, la letteratura può diventare uno strumento potente per imparare a “portare insieme la croce” dell’altro. In attesa del suo prossimo progetto, la ringraziamo per averci regalato uno sguardo così umano e luminoso sulle dinamiche invisibili che definiscono, spesso silenziosamente, il nostro vissuto.
