Il potere liberatorio della risata: la filosofia (e l’ironia) di Marco Bonini per decodificare il patriarcato

Può la comicità diventare uno strumento di indagine filosofica? Per Marco Bonini, autore poliedrico che coniuga con naturalezza rigore accademico e verve teatrale, la risposta è un convinto sì. Attore, sceneggiatore e scrittore, Bonini esplora nei suoi lavori le pieghe più intime e contraddittorie della contemporaneità, utilizzando il mito e l’ironia come vere e proprie lenti d’ingrandimento. In questa intervista, abbiamo approfondito con lui il suo metodo unico: un approccio che, tra “finti” paradossi e solidissime basi filologiche, invita il lettore – e in particolare l’uomo moderno – a riconoscere le catene del patriarcato per iniziare, finalmente, un percorso di liberazione basato sull’intelligenza emotiva.

Il libro unisce una solida base accademica a un tono brillantemente ironico e divulgativo. Come nasce l’idea di affrontare un tema così complesso e attuale attraverso la lente del mito e della comicità?

Il mio ruolo è di divulgatore, di cantastorie popolare, mi sento  un moderno aedo se vogliamo. L’accuratezza accademica deve sempre, per quanto mi riguarda, passare attraverso un registro linguistico popolare. In particolare, la comicità credo sia un grimaldello teoretico fenomenale per mettere in evidenza le contraddizioni del patriarcato, che se si trova la giusta distanza, mostra evidente il suo profilo grottesco.  Mi sembra che in tutti e cinque i personaggi dei racconti, le risposte al problema fondamentale della relazione tra maschile e femminile, siano appunto grottesche. La comicità in ultima istanza è un modo meraviglioso di comprensione della realtà che passa attraverso una reazione inconscia estetica: la risata. Un essere umano quando ride ha capito in modo intuitivo qualcosa che il suo intelletto non ha ancora razionalizzato. E’ come se attraverso una “finta di corpo” l’inconscio beffasse la lentezza della coscienza.

Dietro una copertina che potrebbe trarre in inganno e sembrare una lettura leggera, c’è un lavoro di ricerca rigoroso e bibliografie curate alla fine di ogni sezione. Quanto tempo ha richiesto la fase di studio e come hai lavorato per trovare il giusto bilanciamento tra rigore filologico e registro comico?

Non so veramente risponderti a questa domanda. I due aspetti sono cresciuti in me in parallelo attraverso la mia formazione, che è stata da un lato accademica e contemporaneamente teatrale. Mi viene sempre istintivo condire gli ingredienti del metodo analitico accademico con esemplificazioni di immediata lettura che mostrino appunto le contraddizioni comiche dell’elemento teoretico. 

Quando ti metti alla scrivania per un progetto che unisce filosofia e divulgazione, qual è la prima cosa che fai? Parti da una mappa concettuale rigida o lasci che la penna (o la tastiera) fluisca liberamente per poi fare ordine in un secondo momento?

Sì decisamente, il momento accademico è prioritario a quello comico. Prima c’è uno studio del testo, un’analisi che cerca  l’intuizione comica – perché Ulisse ci mette così tanto a coprire così poche miglia? – sviluppata in una parabola coerente che deve essere dimostrata dalla lettura accademica. Se il paradosso non è filologicamente fondato nel testo, esso diventa cabaret. Se invece il paradosso comico è coerente alle parole dell’autore allora è ermeneutica comica. Nell’ultimo passaggio la penna fluisce libera come fosse in un monologo improvvisato da stand-up comidian.

Parli di “man empowerment” e di un passo avanti verso una nuova virilità basata sull’intelligenza emotiva e sulla relazionalità paritaria. Qual è il primo passo concreto che un uomo dovrebbe compiere oggi per liberarsi dagli schemi del patriarcato?

Conoscere, riconoscere e gestire il proprio patriarcato. Vedere la contraddizione e l’opportunità di liberazione. Se il maschio non vede le catene che lo imprigionano non pensa di doversi liberare da nulla. Di conseguenza non lavorerà attivamente per farlo. 

Che riscontri o reazioni hai ricevuto finora dai lettori (e soprattutto dai lettori uomini) dopo l’uscita?

Pochi ma incoraggianti. È molto difficile per gli uomini vedere quello che cerco di mostrare, ma quando c’è una porta socchiusa, un piccolo dolore che fa filtrare luce, allora quella porta si apre e quando accade non si richiude più.

Guardando al futuro, questa commistione tra filosofia, ironia e narrazione sociale diventerà una cifra stilistica fissa dei tuoi prossimi lavori? Stai già lavorando a un nuovo progetto di scrittura o a una trasposizione di questi temi?

Lo è sempre stato in tutto ciò che ho scritto. In “Se ami qualcuno dillo”, i racconti “Se mi manchi è più bello” o nel romanzo “L’amorevole grado di separazione”, arrivando al saggio “L’arte dell’esperienza”. C’è sempre un tema sociale affrontato con un’analisi sociologica,  letteraria o filosofica e uno stile da commedia all’italiana. Mi piace il metodo, mi piace lo stile e credo che sia l’unica cosa che noi italiani sappiamo fare meglio degli altri. Ho quindi intenzione di continuare su questa strada.

Ringraziamo Marco Bonini per la disponibilità e per averci offerto una prospettiva così lucida e originale sulla responsabilità del maschile nel nostro tempo. La sua capacità di trasformare l’analisi sociologica in un racconto coinvolgente non è solo un esercizio di stile, ma un prezioso contributo al dibattito pubblico, capace di parlare alla testa e al cuore senza mai perdere il gusto della risata consapevole.

Per un’analisi dettagliata dei temi trattati e per scoprire tutte le sfumature della narrazione di Bonini, leggi la nostra recensione completa del libro sul blog a questo link
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