Esplorare le pieghe più dolorose e complesse del nostro passato per ritrovare il senso profondo della responsabilità individuale. È questo il fulcro di “Il cammino”, l’intenso romanzo storico di Davide Cappelletti edito da Edizioni Clandestine. Nato a stretto contatto con un progetto interregionale e la realizzazione di un docufilm, il libro adotta una prospettiva atipica e coraggiosa: racconta gli ultimi scampoli della Seconda Guerra Mondiale, nell’aprile del 1945, attraverso gli occhi di un giovane sudtirolese arruolato nelle SS.
Abbiamo dialogato con l’autore per capire come un diario di scena si sia trasformato in un percorso dell’anima, dove il paesaggio tra Veneto e Trentino-Alto Adige diventa lo specchio di una drammatica e universale scelta di libertà.
Il romanzo si inserisce nel progetto interregionale “Cammino del martire e dell’eroe”. In che modo la riscoperta di questi luoghi della memoria tra Veneto e Trentino-Alto Adige ha influenzato la scrittura e la mappatura del viaggio del protagonista?
In realtà il libro è nato durante le riprese del docufilm, che rappresenta un tassello essenziale del progetto. Durante le riprese avevo con me un taccuino, inizialmente pensato come oggetto di scena per raccogliere e citare le fonti orali delle persone che avevano partecipato o assistito agli eventi storici.
A un certo punto, però, ho cominciato a scriverci sopra pensieri, impressioni, emozioni. E mentre giravo le scene del film mi sono trovato a vivere sensazioni molto forti, quasi un contrasto insieme tragico e meraviglioso. È come se quei luoghi avessero iniziato a parlarmi in modo diverso.
Da lì ho smesso di vedere quel percorso come un semplice itinerario geografico: è diventato un vero cammino interiore. Un attraversamento umano prima ancora che storico.
Raccontare la fine della guerra attraverso gli occhi di un giovane sudtirolese arruolato nelle SS significa esplorare una complessa “zona grigia” della nostra storia. Cosa l’ha spinta a scegliere proprio questa prospettiva così atipica e delicata?
Ho scelto di affrontare la vicenda dal punto di vista del giovane soldato sudtirolese arruolato nelle SS anche perché, nel momento della sua esecuzione, aveva più o meno la mia età: trentadue anni. Questo mi ha portato a sentirmi profondamente coinvolto nel raccontare il peso emotivo e morale di un giovane adulto costretto a confrontarsi con la libertà di scegliere.
In fondo, come scrive Sartre, “l’uomo è condannato a essere libero”. Le nostre scelte hanno sempre un peso. Ma proprio per questo abbiamo anche la possibilità di decidere di non aggiungere altra sofferenza al mondo e, magari, lasciare qualcosa che possa renderlo un posto migliore.
Ho trovato interessante e necessario raccontare questa storia attraverso la voce di un soldato delle SS proprio perché credo che la realtà umana sia molto più complessa delle contrapposizioni nette tra bene e male. A volte il manicheismo rischia di semplificare troppo la storia e persino l’essere umano.
Questo non significa giustificare o attenuare responsabilità storiche, ma cercare di comprendere come persone anche molto giovani possano trovarsi dentro meccanismi enormi, tragici e disumanizzanti. Ed è proprio lì che emerge il tema della responsabilità individuale.
Anche nei momenti più oscuri della storia, infatti, ogni essere umano conserva la possibilità di scegliere. Anche quando sembra schiacciato dagli eventi, può ancora decidere se alimentare il buio oppure accendere un piccolo lume di speranza.
Sono convinto che l’essere umano sia qualcosa di profondamente complesso: dentro questa complessità può nascere la banalità del male, ma anche una grande virtù. Ed è proprio in questa tensione che mi interessava entrare come narratore.
Nel libro il paesaggio non è un semplice sfondo, ma sembra riflettere lo stato d’animo del soldato. Che valore simbolico hanno per lei questi territori nel contesto dell’aprile del 1945?
Hai fatto benissimo a sottolinearlo, perché nel libro i luoghi sono essenziali per esprimere gli stati d’animo e le tensioni emotive di quel periodo.
L’aprile del 1945 è un momento sospeso, attraversato da sentimenti contrastanti: da una parte la speranza della fine della guerra e il desiderio di tornare finalmente alla normalità, dall’altra la tensione di chi è stato sconfitto e porta dentro di sé rabbia, paura, desiderio di vendetta, mentre altri cercano invece di voltare pagina e ricominciare.
Il paesaggio entra profondamente in relazione con il protagonista. La natura, con la sua bellezza, diventa per il soldato il richiamo continuo alla casa, alla moglie, ai figli, alla vita che potrebbe ancora salvare. Quei boschi, quelle montagne, quei sentieri non sono soltanto luoghi geografici: diventano specchi interiori.
Allo stesso tempo, però, il territorio assume anche un valore simbolico più profondo. È proprio dentro quella natura che matura la decisione fatale del protagonista: scegliere di disobbedire. Ma disobbedire, in questo caso, significa soprattutto scegliere di rimanere fedele alla propria bussola interiore, anche nel momento più difficile della sua esistenza.
Essendo un romanzo storico che tocca corde emotive e morali così profonde, qual è il pubblico a cui pensava maggiormente durante la stesura? Ritiene che possa essere un testo stimolante anche per i ragazzi più giovani per comprendere le complessità della storia?
È un libro che sicuramente vuole parlare agli appassionati di storia, ma non soltanto a loro. Credo che possa parlare soprattutto a chi sente il bisogno di dedicare del tempo a una riflessione interiore: sull’io, sulla difficoltà di essere davvero sé stessi, sul coraggio di non omologarsi e sulla bellezza di non smarrire la propria umanità.
Per quanto riguarda i ragazzi, penso che possa rappresentare un’importante occasione di crescita e di confronto. Anche perché la vicenda raccontata è reale ed è essenziale custodire la memoria di una testimonianza così forte e coraggiosa, pur nella consapevolezza che dietro ogni scelta umana esiste sempre una grande complessità.
Siamo esseri capaci delle peggiori distruzioni, ma anche di gesti straordinari. Ed è proprio questa tensione che, secondo me, la storia deve aiutarci a comprendere.
Abbiamo portato il progetto anche nelle scuole e sono rimasto sinceramente colpito dalla curiosità e dalla sensibilità dei ragazzi. Questo mi ha fatto capire ancora di più che la storia appartiene a tutti noi. È qualcosa di vivo, che continua a interrogarci nel presente. Non è soltanto dentro i libri scolastici, ma nelle domande che ci poniamo ogni giorno, nelle scelte che facciamo e nel modo in cui decidiamo di stare al mondo.
Progetti futuri?
Continuerò sicuramente a seguire i cammini, sia quelli fisici sia quelli interiori, con tutte le loro salite, le difficoltà, le fatiche, ma anche con quei panorami meravigliosi che a volte riescono a ripagare ogni passo.
Credo che continuerò a muovermi dentro storie dove il viaggio non è mai soltanto geografico, ma anche umano, emotivo e spirituale. Mi interessa raccontare persone attraversate da conflitti, scelte, fragilità e momenti di trasformazione.
Sicuramente andrò ancora in cerca di storie. Oppure, forse, saranno loro a trovare me.
Il romanzo di Davide Cappelletti ci consegna una lezione fondamentale: la storia non è un concetto astratto chiuso nei manuali scolastici, ma una forza viva che continua a interrogarci sulle nostre scelte quotidiane. Attraverso il rifiuto di ogni facile manicheismo, l’autore ci costringe a guardare dentro la “zona grigia” dell’essere umano, ricordandoci che anche nei momenti più bui e disumanizzanti persiste la libertà – e il dovere – di accendere un lume di speranza. Un ringraziamento sentito va a Davide Cappelletti per la profondità di questa conversazione e per aver saputo trasformare un tragico fatto storico in un ponte emotivo capace di parlare al cuore dei lettori di ogni età, compresi i più giovani.
