Cosa succede quando una pianificatrice seriale – di quelle che organizzano persino le vacanze su file Excel – si scontra con l’imprevedibilità della vita? Ce lo racconta con straordinaria arguzia Elisa Benedetto nel suo romanzo “Avevo un piano, la vita no”, edito da Narrazioni clandestine. Attraverso le vicissitudini della protagonista Beatrice, l’autrice ci trascina in una storia tragicomica e profondamente vera, che affronta con leggerezza e tagliente autoironia temi caldi come il mobbing, la maternità, la resilienza e il coraggio di ricominciare.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autrice per scoprire quanta realtà si nasconda tra le pagine di questo libro e come si possa imparare a “potare” i rami secchi per tornare a fiorire.
Il titolo “Avevo un piano, la vita no” racchiude una verità universale in cui è impossibile non immedesimarsi. Quanto c’è di personale in questa epifania? Anche tu, come Beatrice, sei stata una “pianificatrice seriale” smentita dalla realtà?
Tantissimo. Io sono una pianificatrice seriale patologica! Ho sempre avuto la tendenza a organizzare tutto nei minimi dettagli: lavoro, progetti, viaggi… pensa che quando ero molto più giovane, e decisamente più libera da responsabilità, facevo addirittura file Excel per le vacanze, con ogni giorno già programmato e la meta precisa!
Poi però la vita, che evidentemente ama improvvisare, mi ha smentito parecchie volte
E credo che sia proprio da lì che nasca Beatrice: da quella sensazione che conosciamo tutti, quando pensi di avere finalmente tutto incastrato… e invece salta il banco. La differenza è che lei affronta il caos in modo molto più teatrale, ironico e casinista di me. O forse no… dipende da chi lo legge!
Diciamo che chi mi conosce bene spesso mi dice: “Sei proprio tu”. Chi invece mi conosce poco mi guarda e chiede: “Ma sei davvero così?” E la verità è che probabilmente siamo entrambe un po’ troppo convinte di poter controllare la vita. E la vita si diverte moltissimo a dimostrarci il contrario.
Quanto è stato importante per te mantenere una forte dose di autoironia e leggerezza nel raccontare un momento di crisi profonda, senza cadere nel melodramma?
È stato fondamentale. Credo sia stato l’unico modo possibile per raccontare certe cose senza cadere nel melodramma. Però penso di esserci riuscita anche perché ho scritto questa storia diciassette anni dopo il “fattaccio”. E questo cambia tutto. Se l’avessi raccontata mentre la stavo vivendo probabilmente sarebbe uscito un libro molto più arrabbiato, più duro… forse perfino più triste. Invece il tempo mi ha dato distanza, lucidità e anche la capacità di vedere l’assurdo in certe situazioni. Io nella vita vera ho sempre usato l’ironia così: non per sminuire i problemi, ma per riuscire a guardarli senza farmi schiacciare. E Beatrice fa esattamente la stessa cosa. Anche nei momenti peggiori continua a essere ironica, sarcastica, a volte persino esagerata… perché è il suo modo di restare a galla. E poi, a essere onesti, la vita è davvero così: anche nei periodi più difficili succedono cose tragicomiche. Non volevo scrivere un romanzo vittimista. Volevo raccontare una donna vera: una che cade, si arrabbia, magari piange… ma poi trova comunque il modo di riderci sopra.
Nel romanzo affronti un tema caldissimo e purtroppo molto frequente: l’ostilità aziendale e il mobbing subiti da una donna quando diventa madre. Perché, secondo te, la nostra società fatica ancora così tanto a conciliare la maternità con la carriera, tanto da spingere le donne a sentirsi “inadeguate in ogni ruolo”?
Il problema è che molte aziende continuano a vedere la maternità come un problema organizzativo invece che come una fase normale della vita.
È come se una donna, nel momento in cui rimane incinta (quindi ancora prima di diventare madre!) dovesse improvvisamente dimostrare il doppio per essere considerata ancora affidabile, ambiziosa o produttiva. E la cosa assurda è che spesso questa pressione ce la mettiamo anche da sole. Perché ci hanno venduto l’idea che una donna oggi possa fare tutto. E teoricamente è vero… il problema è che spesso pretendiamo di riuscire a fare tutto perfettamente, senza rallentare mai e possibilmente col sorriso. Ma alla lunga questa cosa ti entra in testa: finisci per sentirti sempre un po’ in difetto.
Se dai tanto al lavoro ti senti in colpa verso la famiglia.
E se invece provi a dare spazio alla famiglia… magari in ufficio ti chiedono se fai il part-time solo perché non esci alle otto di sera. Se ci pensi una donna fa sempre almeno tre lavori: carriera, madre, moglie, casalinga, organizzatrice di eventi, contabile… ops, avevo detto tre? Trovatemi una persona, uomo o donna, che riuscirebbe davvero a fare tutto perfettamente senza crollare. Diciamoci la verità… la perfezione non solo non esiste, ma sarebbe anche terribilmente noiosa!
Ad un certo punto della storia, la rinascita di Beatrice parte da un gesto semplice e quotidiano come preparare un dolce, che trasforma una passione in una nuova bussola esistenziale. Come mai hai scelto proprio la cucina/pasticceria come veicolo di riscatto? Ha un significato simbolico particolare per te?
Intanto perché sono irrimediabilmente golosa… e poi anche questa parte arriva dalla mia vita reale. Beatrice è una versione romanzata ed esasperata di me, quindi inevitabilmente ci sono finite dentro anche le mie passioni.
Sicuramente però c’è anche qualcosa di più simbolico. In un momento della vita in cui si sente di aver perso completamente il controllo, la cucina diventa uno dei pochi posti in cui le cose tornano ad avere un senso: segui dei passaggi, mescoli ingredienti, aspetti… e alla fine qualcosa prende sempre forma.
Una rinascita, secondo me, non parte quasi mai da qualcosa di eroico o straordinario, ma dalla quotidianità.
Perché nella vita vera spesso non ricominci con una grande rivoluzione… ricominci da piccole cose che ti fanno sentire di nuovo capace di creare qualcosa.
E poi diciamoci la verità: i dolci hanno un potere terapeutico che la psicologia ancora sottovaluta enormemente!
Il romanzo lancia un invito potente a circondarsi di legami autentici e avere il coraggio di tagliare i rami secchi, sia professionali che personali. Nella vita reale, quanto è difficile capire qual è il momento esatto in cui bisogna smettere di “aggiustare” e iniziare a “potare”?
Secondo me il momento esatto è difficilissimo da riconoscere, perché quasi mai arriva con un cartello luminoso con scritto: “adesso basta”.
Di solito continuiamo ad aggiustare rapporti, lavori o situazioni ben oltre la data di scadenza, un po’ per affetto, un po’ per abitudine e tantissimo per paura di quello che succederà dopo.
Io, in realtà, ho sempre avuto un rapporto abbastanza naturale con i cambiamenti. Non è che mi annoio facilmente, ma ho sempre bisogno di nuovi progetti.
Però una cosa è cambiare perché senti che è arrivato il momento di crescere, un’altra è capire che qualcosa o qualcuno ti sta togliendo più energia di quanta te ne dia. Lì non si tratta più di reinventarsi: si tratta di avere il coraggio di potare.
E potare fa paura, perché anche le cose che ci fanno male, a volte, sono comode. Sono conosciute. Lasciarle andare significa accettare una fase di caos, e io con il caos ho un rapporto complicato… anche se dall’esterno potrei sembrare perfettamente allenata!
Credo che il segnale arrivi quando passi più tempo a cercare di salvare qualcosa che a viverla davvero. Quando non stai più costruendo, ma solo rattoppando.
E allora sì, bisogna tagliare. Non per diventare qualcun altro, ma per riuscire a tornare a essere sé stessi. O magari una versione nuova di sé, ancora sconosciuta, ma molto più libera.
Progetti futuri?
Sicuramente, nell’immediato, organizzerò vacanze… io vivo progettando qualcosa: viaggi, idee, case, libri… credo di avere un problema con l’idea di stare ferma!
Però sì, seriamente, ho già in testa il seguito del libro. E chi ha letto l’ultima pagina probabilmente ha già capito in che direzione potrebbe andare la storia.
Mi piacerebbe tantissimo anche scrivere un prequel per far conoscere meglio Beatrice e capire come è arrivata fin lì. Anche se quello sarebbe parecchio complicato… un po’ come la mia adolescenza, tra l’altro!
Poi c’è un progetto molto particolare nato dopo l’uscita del libro: una persona che lo ha letto mi ha detto testualmente “Io ho una storia veramente brutta da raccontare… ma vorrei che fossi tu a scriverla, con il tuo tono ironico, perché ne sono uscita alla grande.”
E devo ammettere che questa cosa mi ha colpita tantissimo.
E infine ho in testa anche una storia corale ambientata durante le estati nell’arco di tempo di circa quarant’anni… un’altra storia “di famiglia”, quindi direi che le idee non mancano!
D’altronde chi conosce Beatrice sa benissimo che ha una certa dipendenza dai nuovi inizi… e questa parte è sicuramente autobiografica.
In un mondo che ci vuole perfette, multitasking e sempre in controllo, il romanzo di Elisa Benedetto arriva come una boccata d’aria fresca e un promemoria fondamentale: la perfezione non esiste e, se anche esistesse, sarebbe terribilmente noiosa. “Avevo un piano, la vita no” non è solo una storia di caduta e rinascita, ma un invito caloroso a guardare le nostre crisi personali con la giusta distanza e un pizzico di sana ironia. Beatrice cade, piange, si arrabbia, ma trova sempre il modo di metterci un pizzico di zucchero e riderci su. Un ringraziamento speciale va a Elisa Benedetto per aver condiviso con noi la sua solarità, la sua lucidità e la sua storia, regalandoci una protagonista in cui è impossibile non rispecchiarsi e ricordandoci che, a volte, i nuovi inizi più dolci nascono proprio dal caos più totale.
