“La classe operaia va in paradiso” (1971) di Elio Petri

Secondo capitolo della trilogia antologica sul potere. Fu giudicato negativamente sia dalla critica che dal pubblico perché, oltre ad aver da ridire della sinistra italiana, si presentava di base come anticapitalista.

Ludovico Massa, detto Lulù, è un operaio milanese stakanovista, interessato a lavorare con più forza per un maggiore guadagno e quindi considerato il cocco dei dirigenti della B.A.M., fabbrica in cui si lavora a cottimo e che impone a tutti gli altri operai di attenersi ai ritmi produttivi di Lulù per un maggiore rendimento. A seguito di un incidente, il protagonista si schiererà contro i dirigenti e a favore degli studenti di sinistra; questi ultimi costantemente coi megafoni a fomentare scioperi fuori dalla fabbrica. Da lì in poi si avvieranno tutte le varie conseguenze e sviluppi di trama.

Avevo questo DVD sulla mensola da una vita. Lo comprò mio babbo tantissimi anni fa e io l’ho sempre visto lì. Avevo mitizzato il film in senso negativo. Ero un bambino, babbo mi diceva che parlava dei lavoratori. Il titolo già lo dimostrava e quindi lo avevo categorizzato come indubbiamente noioso. L’ho visto solo adesso, titubante ugualmente, per via di quel pensiero che avevo avuto da piccino e che, fino ad oggi, non mi aveva permesso di vederlo nonostante la mia scoperta passione per tutto il cinema in generale. Menomale che ho cambiato idea. E dico così perché il film, riuscendo ad avere un ritmo andante e ben dosato e inoltre parlando di tematiche di un certo peso e di una discreta drammaticità, riesce comunque ad intrattenere con grande forza. Secondo me è da considerare un capolavoro. Petri fotografa perfettamente la situazione sociale di quel periodo, operai sfruttati, costretti a lavorare tanto per poco stipendio. Dove gli operai stessi si mettono uno contro l’altro, tra chi, apostrofato come schiavo, sceglie di lavorare di più e chi, protestando perché fatica troppo, quando ne ha l’opportunità, si tira indietro per paura di perdere il lavoro. Così come la critica del regista va anche agli studenti di sinistra, incitatori degli operai e che provano a farli scioperare facendo valere i loro diritti, sono comunque dei nullafacenti che non arrivano in fondo a nulla, esattamente come i sindacati che non favoriscono per niente i lavoratori. Come detto prima, la critica di base va alla fabbrica capitalista e sfruttatrice ma il film, come Petri confermò, vuole solo parlare di operai e della loro condizione, senza mai essere di parte verso una qualsiasi istituzione.

Il film riesce in tutto questo grazie ad ogni elemento che lo compone. La messa in scena visiva è eccelsa. A Milano c’è freddo perpetuo e neve. Gli alberi sono fitti e secchi, tutti in linea intorno alla fabbrica come fossero sbarre di una prigione. La casa del protagonista è convincente e perfetta per il personaggio. I rumori della fabbrica si accostano superbamente alla colonna sonora di Morricone che suona martellante, metallica e stridente anche lei. Tutto è emotivamente trascinante, secondo solo a Gian Maria Volonté, che interpreta Lulù in maniera perfetta. La forza di questo film è che tutto è vero, tutto è incredibilmente realistico tanto da diventare immersivo. I rumori della fabbrica sono fastidiosi anche per le orecchie dello spettatore, si possono sentire gli odori, il freddo dell’inverno milanese, così come si percepisce la follia, data dagli elementi surreali e grotteschi, che cresce nella mente del protagonista, che piano piano comincerà a credere di impazzire come un vecchio collega della fabbrica, ora in manicomio. Indimenticabile la scena finale, dove le condizioni lavorative dei nostri personaggi sembrano essere migliorate. Ma mentre Lulù racconta un sogno paradisiaco ai compagni lavoratori, ci accorgiamo che invece non è cambiato nulla e che la loro condizione di schiavismo è rimasta invariata, sebbene sia cambiata la mansione.

Un film anche cinico quindi, ma che è emotivamente forte grazie alle sue immagini. Una storia che strega per la sua narrazione trascinante e per la sua emotività intelligente che sa sia frastornarci che intrattenerci.

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