“Pusher 3: L’angelo della morte” (2005) di Nicholas Winding Refn

Ultimo capitolo della trilogia. Se il primo faceva leva sulle scene forti e violente, e il secondo aveva un approccio più psicologico sulla vita del protagonista, qua abbiamo una via di mezzo. Il risultato è un film diverso e addirittura più ironico sebbene ricco di tensione.

Il protagonista è Milo, l’antagonista che nel primo film metteva i bastoni tra le ruote a Frank e Tonny. Qua sono passati otto anni e lui partecipa a ritrovi per tossicodipendenti affermando di essere pulito da cinque giorni, non ha smesso di essere però il boss della gang più temuta di Copenaghen. Il film si incentra sul suo tentativo di organizzare e gestire il venticinquesimo compleanno della figlia Milena e contemporaneamente fare i conti con una partita di ecstasy per il quale non ha ricevuto i soldi in cambio e che lo indebita con il giovane boss albanese Luan.

Prima cosa che voglio dire, è lo stupore di aver visto in tre film lo sviluppo di un personaggio stupendo. Da violento ma gentile criminale appassionato di cucina, a padre amorevole e premuroso, non più rispettato ma ancora grintoso da risalire alla ribalta. Mi ero affezionato a lui già dal primo film. Questo è merito indubbiamente della caratterizzazione che benché diversa rimane in linea in tutti e tre i capitoli, insieme alla bravura dell’attore che lo interpreta, Zlatko Buric, che riesce a tirar fuori enorme carisma. E’ sempre bello per me scoprire un attore ben poco famoso essere così trascinante. L’ennesima prova che ciò che è in vetrina non è sempre migliore.

La narrazione scorre con un ritmo meno veloce dei precedenti due capitoli ma che esplode prima del finale e si dilata in una conclusione violentissima e sanguinolenta. In ogni caso comunque, anche quando il ritmo è rallentato, la tensione è alle stelle. Milo è sempre di fretta in questa storia, sia per preparare il pranzo per il compleanno che per ammattirsi dietro lo spaccio. L’attenzione non cala mai. Ritorna inoltre un forte uso della macchina a mano sia per valorizzare l’atmosfera urbana e realistica dai colori opachi, che per metterci nella soggettiva del protagonista. Non manca però la firma di Refn in alcune scene luminose e sgargianti. La musica utilizzata per i momenti fulcro della storia rafforza enormemente la scena con suoni distorti improvvisi per poi passare a improvvisi silenzi, molto suggestiva per la scena in cui Milo rompe il periodo di sobrietà e torna a farsi di eroina.

Questo terzo capitolo chiude una trilogia dove ogni film è distante dagli altri, non solo per tematica ma anche per stile. Fotografa realisticamente uno spaccato di vita molto ai margini della società ma che diventa interessante per l’enorme empatia dei personaggi e la potenza visiva. Una trilogia che è diventata cult e che è senza dubbio imperdibile per gli appassionati del genere.

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