“Amici miei” (1975) di Mario Monicelli

“Amici miei” è stato il film che quando a diciannove anni lo vidi per la prima volta, mi fece capire che il cinema aveva da dire molto di più di quello che immaginavo. Mi fece scoprire il meraviglioso connubio tra il genere della commedia e del dramma. La famosa risata amara, la risata poetica, quella che sotto sotto nasconde un’enorme forza emotiva. Noi italiani infatti siamo stati i maestri della tragicommedia, ed “Amici miei” è stato uno degli ultimi film della commedia all’italiana con cui abbiamo toccato la vetta di tal genere.

Amici miei mi colpì fin dalla prima scena. La voce narrante melodrammatica del Perozzi (Philippe Noiret) mentre esce dalla sede del giornale a tarda notte parla a noi spettatori dicendo che in quella triste sera ha proprio bisogno di vedere un amico e che assolutamente non ha voglia di rientrare a casa dal figlio noioso e serio che ha preso tutto dalla madre. In appena cinque minuti lo spettatore capisce tutta la poetica dell’opera: il conte Mascetti (Ugo Tognazzi), il barista Necchi (Duilio Del Prete), l’architetto Melandri (Gastone Moschin), il giornalista Perozzi e il professor Sassaroli (Adolfo Celi) sono cinque adulti che non sono mai cresciuti, che vivono la vita con poca serietà se non applicarla per divertirsi e per prendere in giro gli altri. Esplicativa è la frase detta nel secondo capitolo della trilogia, diretto sempre da Monicelli; “siamo tutti uniti da certe regole che non ci siamo mai detti: il diritto di sfotterci reciprocamente, la voglia di ridere, di divertirsi e il gusto difficile di non prendersi mai sul serio.” Quella di Amici miei è la storia di un amicizia di cinque persone che dura anni, narrata in ben tre film e che fa un focus sulla situazione singola di ogni membro del gruppo. Soffermandoci su questo primo capitolo della trilogia, iniziamo con un po’ di trama.

La storia si ambienta a Firenze. Una volta uscito dal giornale, Perozzi si incontra con il Melandri, insieme vanno a svegliare il conte Mascetti, nobile decaduto in disgrazia ormai poverissimo, poi andranno a recuperare il Necchi, proprietario di un bar ed infine il professor Sassaroli dalla clinica in cui lavora. I cinque andranno a fare quello che è diventato un termine ormai d’uso comune in italia: “la zingarata”. Da qui in poi il film è un racconto di tutte le loro avventure e bravate avvenute nel corso degli anni a partire da quando e come hanno conosciuto il professor Sassaroli fino ad altre situazioni, divertendosi e rimanendo nell’immaginario collettivo degli italiani per invenzioni e scene rimaste memorabili nel nostro cinema: la scena degli schiaffi alla stazione, la supercazzola, l’enorme scherzo al cliente che ruba i cornetti al bar del Necchi e decine di altre beffe e tormentoni.

Il loro comportamento però, nonostante sia il loro modo di divertirsi e far divertire, contemporaneamente si colloca in contesti non sempre piacevoli. La commedia all’italiana è un genere che porta con se anche una certa vena tragica, la sensazione di ridere per la cosa sbagliata ma almeno riderci e non piangerci. E’ questa la poetica dei cinque protagonisti, la loro fuga dalla realtà, la consapevolezza di non essere persone per bene, la loro umanità che a volte salta fuori fa percepire tutto il mal di vivere di adulti non cresciuti, irresponsabili, dei ragazzini in pratica ma che sanno quanto sono inadatti. La voce narrante del Perozzi fa appunto riflessioni in tal senso, sul suo dubbio amletico se sia giusto prendere la vita poco sul serio, o meno. Il film tocca il suo apice naturalmente nel finale. La vetta tragica è talmente imponente che per chiudere la poetica del film non si poteva far nient’altro che concluderlo con la risata più dolorosa, a detta mia, che mai si sia vista su schermo. Non ho intenzione di fare spoiler, ma chi ha visto il film sa a cosa mi riferisco. Una scena talmente bella che è personalmente una delle migliori della storia del cinema e che nonostante tutto ha la forza di risollevare sia i protagonisti che noi spettatori dalla scena precedente. Il film è senza dubbio un equilibrio perfetto delle due emozioni che si porta con se. Si ride, non si piange, ma ci si diverte tanto e qualche volta a denti stretti. Il punto è che l’empatia con i personaggi, interpretati perfettamente da ognuno (forse Del Prete non è proprio all’altezza degli altri) non può far altro che farci trascinare in questa loro storia ricca di avventure, drammi e risate.

Il ritmo del film si prende i suoi tempi quando serve, ma tendenzialmente gli eventi si susseguono piuttosto velocemente. La caratterizzazione dei personaggi è perfetta quanto l’interpretazione e le musiche sono anch’esse protagoniste melodrammatiche delle vicende. Monicelli, maestro del genere tira fuori quello che è il mio film preferito e che mi a spinto verso il cinema del passato, il cinema dimenticato, il cinema sottovalutato facendomelo scoprire. E’ stato per me il film dove la giusta combinazione di commedia mi permise di sopportare il dramma come mai aveva fatto nessun ‘altra pellicola e permettendomi di avvicinarmi ad altre opere che necessitavano di più impegno. In poche parole, ha dato il via alla mia passione per il cinema. E’ il film a cui più sono legato e che per quanto mi ha aperto gli occhi, non posso far altro che consigliarlo, consigliarlo e ri-consigliarlo. Buona visione.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. vittynablog ha detto:

    E’ un film che amo tantissimo! Specialmente il primo della serie. Sono tutti belli, ma il primo…. ❤

    Piace a 2 people

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