“Quei bravi ragazzi” (1990) di Martin Scorsese

Tratto da una storia vera e basato sul romanzo “Il delitto paga bene”, è la biografia di Henry Hill, criminale statunitense e dei suoi trent’anni di “carriera”. Un film che fa un focus sulla vita di tre particolari gangster che, c’è poco da dire, è rimasto fin da subito nell’immaginario collettivo diventando cult praticamente alla sua uscita.

Una cosa che mi affascina della magia del cinema, è la sua capacità di farci empatizzare con personaggi indubbiamente negativi. Nel mondo è pieno di film in cui il o i protagonisti non sono proprio belle persone. Anzi personalmente ritengo che i personaggi che siano a cavallo tra bene e male siano senza dubbio quelli più interessanti, quelli che devono costantemente fare i conti con la loro natura dualista e che il loro conflitto in qualche modo ci mette in dubbio e ci spinge a pensare anche a noi spettatori. Un’esempio di genere cinematografico dove i protagonisti sono malvagi ma al contempo ci affezioniamo a loro è appunto il “gangster”. Vedasi la trilogia de “Il Padrino”, vedasi “C’era una volta in America”, vedasi “Pulp fiction”, “Scarface” o “Gomorra”. Quindi com’è che un autore riesce a farci tifare per questi cattivi? Come mai siamo dalla loro parte e al contempo ci stanno simpatici se non fanno altro che far saltare le cervella ad altri personaggi spesso innocenti? Tutto sta nel crearla questa empatia con il pubblico, e ci sono vari modi. Nel padrino, Micheal e Vito sono sì dei criminali, ma la famiglia Corleone ci viene presentata come la più umana e pacata nelle sue scelte. I loro membri non si uccidono tra di loro mentre nelle altre famiglie si. Il carisma di John travolta e Samuel L. Jackson in Pulp Fiction è talmente trascinante che non si può non amarli. In qualche modo il regista deve riuscire a sintonizzarci con questi cattivi e per farlo può anche far leva sul farci rispecchiare con essi. Da che mondo e mondo, anche se siamo tutti diversi, siamo tutti umani, perciò tra chiunque di noi ci sono somiglianze. Caratterizzare dettagliatamente un personaggio è un modo sicuramente efficace per far scaturire nello spettatore l’empatia con il protagonista cattivo, anche se si tratta di cose semplici: “Hey, De Niro porta i capelli proprio come me in questo film! Sì, ha appena ucciso quattro persone ma hey, il suo look è come il mio.” Questo è un esempio sicuramente banale ma racchiude il significato. Per amare un cattivo bisogna empatizzare con lui, per empatizzare occorre che abbia certe caratteristiche. In “Quei bravi ragazzi”, Scorsese usa questa tecnica, e anche altre naturalmente, ma soffermiamoci sulla prima. Il personaggio di Ray Liotta, Henry, fa da voce narrante. Parla direttamente a noi spettatori come fossimo suoi amici. Ci parla delle sue malefatte per tutto il film e noi non facciamo altro che penare per lui nei momenti difficili e gioire con lui quando le cose gli vanno bene. Questo succede perche parlandoci personalmente è come se si confidasse con noi, ci parla da amico e l’empatia si crea.

Nella sua storia, Henry ci racconta di come fin da ragazzo fosse interessato a diventare un gangster. Partì facendo il parcheggiatore di Cadillac per dei criminali di quartiere, entrò sotto la protezione del boss locale Paulie e iniziò la collaborazione con i colleghi Tommy (Joe Pesci) e Jimmy (Robert De Niro). La storia sarà un susseguirsi di eventi per la sua crescita “professionale”, la vetta della sua “carriera” e l’epilogo.

La narrazione scorre veloce, alcune sequenze che narrano certi eventi sono ritmatissime e con un montaggio ultrarapido e musicate per calzare ancora più l’idea di evento che si sussegue velocemente. Nella maggior parte la scorrevolezza del film è sostenuta, molto dialogica ma non troppo dettagliata e perciò non complessa. Visivamente colpiscono svariati colpi di scena utili naturalmente a tenere sempre ben attiva la nostra attenzione, e spesso Scorsese riesce anche a farci ridere e sorridere. Dai personaggi e dalle situazioni scaturisce spesso una leggera comicità. Il personaggio di Joe Pesci è sia comico che terribilmente violento e spaventoso. Una caratterizzazione meravigliosa, così come quella di un po’ tutti gli altri personaggi che godono anch’essi di ottime interpretazioni. Ray Liotta è perfetto nella parte e De Niro è De Niro. Il risultato è un film che trascina con forza, attraverso l’empatia fenomenale che crea con questi personaggi malvagi ma carismatici, non ha caso il film gode della nomea che ha. Super consigliato per chiunque sia il folle che ancora non l’ha visto.

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