“BlacKkKlansman” (2018) di Spike Lee

Basato sul libro biografico di Ron Stallworth, il 23esimo film di Spike Lee tratta fatti reali avvenuti nei primi anni 70 in Colorado. Il regista ci narra una storia che abilmente mette in evidenza un’America che ancora lotta contro la presenza della comunità afroamericana. Violenza, dal lato opposto, portata avanti anche dal leader delle pantere nere, Kwame Ture, che spingeva a resistere a tali attacchi razzisti con altra violenza. Un film che ci mette davanti i due lati della scacchiera a scopo storico e non politico. Non sceglie e difatti pone la narrazione al centro del caso raccontato da Ron Stallworth stesso.

Facciamo un po’ di storia prima di iniziare a parlare del film. Nel 1915, il regista Griffith rivoluziona la tecnica cinematografica come mai nella storia girando “Nascita di una nazione”. Estremamente razzista, mostrava i neri negativamente, descrivendoli come schiavi dei bianchi e, se liberi, dei criminali. I protagonisti “buoni” di “Nascita di una nazione”, verranno salvati dall’intervento del Ku Klux Klan. Questi ultimi rappresentati eroici come fossero gli Avengers. L’enorme impatto cinematografico di questa antica pellicola, pensate un po’, fu la causa scatenante che fece rinascere il Ku Klux Klan in America, sopito da qualche decina d’anni. Ma adesso torniamo alla nostra trama. Tale Stallworth (John David Washington), entra a far parte della polizia del Colorado e si propone detective. Una volta acquisito il ruolo, si finge interessato ad entrare nel Ku Klux Klan che aveva ancora grande forza grazie al capostipite David Duke sempre più vicino ad una carica politica. Il collega di Stallworth, Flip (Adam Driver) viene scelto al suo posto per presentarsi ai ritrovi dell’organizzazione come infiltrato. Contemporaneamente, il vero Stallworth si avvicina sentimentalmente a un’attivista afroamericana favorevole alle intenzioni di Kwame Ture.

Il film riesce in tantissimi punti ed è sorprendente come una storia vera, che affronta questa tematica possa essere narrata in modo così leggero senza essere superficiale e didascalica. Forte la sinergia tra i personaggi di Driver e Washington, che ci fa empatizzare magnificamente con i due, entrambi eccezionali nell’interpretazione. Stupenda la narrazione, che essendo di genere poliziesco deve per forza prendersi tempo per molti dialoghi e molte contestualizzazioni storiche. L’intreccio che si crea è però carico di tensione e travolge facendo leva sul fatto che i due protagonisti potrebbero essere scoperti da un momento all’altro. La storia è vera e perciò ne siamo presi. Forse il punto di forza maggiore è appunto la capacità di narrarci una storia di denuncia, che mostra la stupidità del razzismo e che la violenza su cui è basata l’America genera altrettanta violenza (vedasi il caso di Kwame Ture). Ma la fratellanza tra popoli è indubbiamente possibile e la coppia Driver/Washington è secondo me efficace nel mostrarlo. Nonostante il genere inoltre, il film ci fa sorridere in vari punti e questo, oltre a una regia scorrevole, fa sì che il ritmo della visione sia più che sostenuto e di nuovo mi costringe a fare il mio tormentone: Non ci si annoia mai. Senza dire poi che tutto il messaggio trasposto è ancora attuale: il finale con Trump che sminuisce la gravità delle rivolte razziste dell’agosto del 2017 è esplicativo. Degna infine da citare quindi, la meravigliosa e disturbante scena in cui il Ku Klux Klan di Duke esulta e applaude di fronte alla visione del fatidico “Nascita di una nazione”. La scena personalmente migliore e che più mi ha colpito emotivamente, anche se amara di questo film meraviglioso.

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