“Shrek” (2001) di Andrew Adamson, Vicky Jenson

Ma ve lo ricordate Shrek? Cosa avrà mai da dirci di bello un film d’animazione come quello? Per capirlo occorre fare un passo indietro all’ormai lontano 2001, quando i film di animazione si rifacevano a fiabe e favole, ovvero quando la Disney ci aveva incantato con tutte le sue storie da Biancaneve in poi, dove veniva rappresentata una storia quasi sempre classica: l’eroe che salva la damigella. Un cliché se così vogliamo chiamarlo e che adesso ci sembrerà normale che lo fosse, ma prima di Shrek, la Disney era praticamente l’unica casa produttrice di film d’animazione che surclassava tutto il resto grazie ad un perbenismo poco sincero ma tanto convenzionale.

Ed è proprio quello schema classico che la Dreamworks decise di deridere. Il motivo era che i bambini, e noi adulti dopotutto, eravamo pronti per storie diverse. È il principio che gira intorno all’arte, un opera anche se è fatta bene, viene apprezzata dal pubblico solo quando questo è pronto per farlo. Infatti, mai un film di animazione si era spinto a fare qualcosa di così irriverente e indubbiamente parodico .

La storia di Shrek la conoscono tutti: per riottenere la palude dove ha dimora, un orco burbero e solitario inizia un’avventura con il logorroico mulo parlante Ciuchino. I due dovranno salvare la principessa Fiona dal drago che la tiene prigioniera e consegnarla a Lord Farquaad così che questi possa sposarla. Vediamo in che modo gli autori hanno ribaltato gli stilemi fiabeschi lasciandoli perlopiù intatti ma prendendosi gioco di loro. Per prima cosa, hanno eliminato il fastidioso e irreale finale dove la principessa sposa un principe sconosciuto solo perché l’ha salvata, senza che tra i due effettivamente nasca un sentimento. La Dreamworks infatti, decise di concludere l’avventura dell’eroe (Shrek salva la principessa) a metà film anziché alla fine, così che tutta la seconda parte potesse essere utilizzata per mostrare il crescere dell’amore tra i due. Il principe poi, non è un principe ma un orco spaventoso, puzzolente e volgare. La principessa è tale solo in superficie, ma in realtà nel finale accetterà la sua natura orchesca. Le personalità dei personaggi sono in “Shrek” più umane. Il principe non è l’emblema del bene e la principessa neppure. Molto più realistico non vi pare? In più la caratterizzazione del protagonista porta con sé tutta la parte comica della narrazione. Il film principalmente fa ridere proprio per i modi di fare dell’orco. Rutta, è flautolento, mangia cose disgustose e si lava nel fango. Nella prima scena del film, provoca la Disney strappando la pagina di una favola, esce dal bagno e esclama: “ma che bella ca*ata!” Fin dall’inizio il film stupiva per la sua originalità e voglia di sorprendere. La battuta sul fatto che Farquaad ha costruito un castello enorme per compensare con la sua altezza non è la sola cosa che questi possa aver provato a compensare. Se stiamo ben attenti, vediamo un Geppetto vendere per soldi il suo Pinocchio. Anche altre creature e personaggi fiabeschi verranno presi in giro e trasformati nelle loro versioni “parodizzate”. Le allusioni al fatto che Ciuchino inizi una relazione amorosa con un drago, può farci venire in mente una domanda ben divertente. Quei due faranno sesso? E la risposta, anche se non ci viene mostrata nel primo capitolo, è sì!. E lo supponiamo proprio perché da dei personaggi così folli e innovativi, ce lo aspettiamo. Un film animato, non più solo per bambini che riesce a fare ridere anche gli adulti avvicinandoli al genere. Da Shrek in poi, le case di produzione europee hanno sempre optato per soddisfare anche gli spettatori più anziani e questo mise molto in difficoltà mamma Disney. Tutto questo cambio enormemente il mercato, permettendo anche ad altre case di produzione di non esse più offuscate dall’imponenza Disneyana, aprendo le porte ad opere che prima non sarebbero potute esistere. La sua importanza storica è quindi senza dubbio da prendere in considerazione.

Ma non è solo questo modo di fare cattivello e maggiorenne che ha affascinato tutti. La narrazione degli eventi si sussegue a velocità molto sostenuta e mai annoia, aiutata anche dalle risate che esprime. Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, il film rivoluzionò completamente il modo di fare animazione, rendendo indispensabile la grafica tridimensionale. Da quel momento in poi, così come per la scrittura, i successivi film dovettero adattarsi allo stile grafico di “Shrek” sia per questioni artistiche che economiche. Il pubblico, voleva solo quello. Stessa cosa vale per la colonna sonora, canzoni pop rock, musica moderna in poche parole, niente canzoni dolci e scritte apposta per il film.

Concludo dicendo che quando un’opera riesce ad entrare così prepotentemente nell’immaginario collettivo, cambiando addirittura il modo e l’approccio produttivo nel creare film d’animazione, non si può far altro che definirla un capolavoro. Per la prima volta, i brutti, i grassi, gli emarginati, tutti quei personaggi che mai erano vincitori in una storia, finalmente lo diventavano. Questa non è una cosa fine a se stessa; un bambino emarginato che guarda Shrek magari non capisce tutto il film, ma percepisce ciò che è sufficiente a farlo sentire accettato. Per la prima volta vede gente come lui uscire da vincente. Shrek è un miracolo, alle cui conseguenze ora siamo abituati certo, ma che se non ci fosse stato, forse tante cose nella nostra mentalità non sarebbero cambiate. Non possiamo negare che il cinema è il più grande strumento di influenza mediatico mai creato. Shrek è la semplice prova che l’arte può cambiare il mondo e lo può fare in meglio.

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