Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks

A detta mia, e di tanti altri fortunatamente, Frankenstein Junior è il film più divertente della storia del cinema. Tutti ne hanno sentito parlare, e tutti conoscono almeno uno dei famosi tormentoni o frasi celebri del film. Andiamo quindi ad analizzare quest’opera che, diversamente dalle altre già affrontate insieme, gode di una fama decisamente maggiore.

L’idea nasce come una parodia dei film della Universal: “Frankenstein” (1931) e “La moglie di Frankenstein” (1935), film che non è assolutamente necessario vedere prima di questo anche se sono entrambi capolavori della cinematografia e vivamente consigliati dal sottoscritto (se vi interessa che ve ne parli, fatemelo sapere nei commenti). Mel Brooks, perciò, dovendo far riferimento a le due pellicole di 40 anni prima, decide di girare il film in bianco e nero così da ricalcare il taglio espressionista originale, con giochi di luce ed ombre a risaltare la componente horror. Oltre quindi alla minuziosa ricostruzione delle scenografie, di una fotografia in bianco e nero e di una messa in scena che si rifà agli anni 30, il nostro regista, nonostante dimostri dimestichezza nel girare un horror di quei tempi, ricordiamoci che di base è un burlone. I personaggi quindi vengono storpiati e riadattati nella loro controparte comica e assurda creando veri e propri miti che surclassano la popolarità dei loro alter ego originali e azzardo a dirlo, sostituendoli nell’immaginario collettivo. L’Igor di Marty Feldman ne è l’esempio. Il dottor Frederick Frankenstein, interpretato in maniera impeccabile da Gene Wilder (che scrive anche parte della sceneggiatura) è il nipote del famigerato dottor Victor che anni prima aveva terrorizzato la Transilvania con i suoi esperimenti sul riportare i morti in vita. Volendosi distaccare dal folle parente, Frederick si fa chiamare “Frankenstin”. E solo questo pretesto basterà a scatenare gag su gag. Benché infatti il film racconti di come Frederick finisca per seguire le orme del nonno ricreando la sua creatura (Peter Boyle, perfetto nella parte del mostro), tutta la pellicola è zeppa di scene esilaranti, demenziali, grottesche e al limite dell’assurdo. La visione non annoia mai e la narrazione non va mai a discapito della comicità, nè il contrario. Tutto è dosato come un piatto di alta cucina . Gli altri interpreti principali saranno appunto Marty Feldman, nello storico ruolo di Igor, (Aigor) aiutante di Frederick (Frederaick), Teri Garr, bravissima nel ruolo dell’assistente del nostro pazzo dottore e Madeline Kahn, anche lei perfetta nella sua interpretazione macchiettistica della moglie borghese di Frederick. Degna da citare anche Cloris Leachman, ovvero Frau Blucher, anche se in un ruolo minore, indimenticabile per chi ha visto il film. Chi ancora non l’ha visto, scoprirà perché, glielo auguro con tutto il cuore. Detto questo è un film di cui poco altro si può dire, non ci sono concetti da esporre o messaggi che il regista vuole mandare agli spettatori, è solo comicità per essere tale. “Ridere per ridere”, come il film di John Landis. La comicità non si può raccontare nè spiegare, ma a differenza di un concetto o un’idea, nei quali uno spettatore può non trovarsi o semplicemente non capire, la commedia, soprattutto in questo caso, è universale. C’è la splapstik (comicità fisica), il demenziale, una parvenza di volgarità magari, ma una volgarità che si autoridicolizza da sola, il nonsense e, più di ogni altra cosa, la buon vecchia stupidità umana. Quest’ultima è quella che fa sempre ridere, perché tutti siamo esseri umani, tutti sbagliamo e tutti facciamo o diciamo idiozie. Era il punto di forza di Stanlio e Ollio, la pura comicità umana, Mel Brooks lo sapeva e la sfrutta egregiamente poiché è attraverso essa che una storia assurda ottiene quel tocco di realismo. Un realismo utile a valorizzare la follia e l’assurdo di questa pellicola immortale.

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