Recensione “I giorni che ho perso” Alessandro Bellomarini

I giorni che ho perso è la storia di amicizia profonda, capace di sopravvivere a tutto. Racconta di giony, Ermes e Morena, dell’estate del 2006, delle loro diversità e del loro legame indissolubile. Racconta di violenza, malattia, sopravvivenza e rinascita.

Titolo: I giorni che ho perso

Autore: Alessandro Bellomarini

Editore: Porto Seguro

Genere: Narrativa

Data pubblicazione: 6 ottobre 2020

Voto: 4.5/5

Classificazione: 4.5 su 5.

Cartaceo -> 16,90€


Recensione

Questa è una storia d’amore, d’amicizia e di vite infrante. Un romanzo che penetra nelle ossa come la lama affilata di un coltello, tracciando solchi che difficilmente scompariranno, lasciando marchiati. Questo è quel che penso riguardo I giorni che ho perso, che mi ha regalato gioia, spensieratezza e sollievo, ma anche rabbia, malinconia e tristezza.

il racconto di alterna fra presente e passato, cogliendo i nostri protagonisti nel fiore degli anni, nel periodo della maturità, e in seguito incontriamo Ermes e Giony adulti (e insoddisfatti). Non conosceremo Morena, bella e astuta ragazza spagnola che cela dietro il sorriso un’esistenza da incubo. Questo perché la giovane, con la quale gli altri due protagonisti avevano perso il contatto, muore per un brutto male. A comunicarlo ad Ermes e Giony è la madre di Morena, donna malata e, almeno al principio del racconto, non autosufficiente a causa della malattia.

I due, rimasti amici, dopo un iniziale momento di stupore e spaesamento, decidono di recarsi al funerale della ragazza. Al contempo, ripercorrono ricordi e visitano i luoghi della loro adolescenza, con il fantasma della bella spagnola sempre accanto.

I flashback e le narrazioni al passato aiutano a comprendere meglio i personaggi, le situazioni, le dinamiche che si articolano capitolo dopo capitolo. Veniamo così a conoscenza del bacio rubato da Morena a Giony, che rimane stordita dall’effusione spontanea. Ancora, del viaggio dei ragazzi a Venezia e della loro meraviglia nel visitare la città. Conoscono persone nuove e si gettano nella giovinezza a testa bassa, venendo perfino coinvti in una pazza corsa in motorino per strade vietate. L’amicizia dei tre ragazzi è qualcosa di emozionante, un legame nel quale molti lettori possono ritrovarsi. È quel sentimento fortissimo, talmente forte che arriva a farsi considerare fratelli a vicenda, tanto ci si vuol bene.

Tuttavia, nel passato dei giovani c’è anche una nota dolente, e bella grossa: Morena. La schiavitù a cui è sottoposta quotidianamente, il custodire la madre malata e cercare di tenerla in vita con ogni mezzo possibile. Poi le insidie del patrigno, un viscido schifoso ed approfittatore che verrà coinvolto nel plot twist finale del romanzo. Tornando a Morena, anche la sua salute non è invidiabile: quando è agitata o accade qualcosa di grave, lei rimette senza riuscire a controllarsi.

Questa situazione, però, questa triste schiavitù a cui è sottoposta, nella quale deve assumersi responsabilità da adulta quando ancora sogna con gli occhi di una bambina, la distrugge dall’interno. Ma niente di tutto ciò è visibile agli occhi degli altri, in quanto la ragazza contiene tutto il dolore nel cuore senza permettergli di sfuggire. I suoi amici la vedono sempre radiosa, unica, speciale, e non sospettano minimamente di nulla.

Catapultati nel presente, incontriamo un Ermes insofferente e un po’ annoiato e una Giony costretta in un rapporto ormai congelato da un pezzo, che non ha il coraggio di troncare. La lettera della madre di Morena cambia per sempre le loro vite, perché il viaggio (interiore ed esteriore) che interpreteranno in suo onore aiuterà i nostri protagonisti a riprendere in mano la loro vita. Morena, nonostante ormai si sia spenta prematuramente come la fiammella di una candela al vento, continua a indirizzare i suoi amici verso la felicità, guidandoli con il suo sguardo riconoscente.

Questo romanzo mi ha particolarmente colpito, sia per le tematiche trattate ed il modo in cui vengono affrontati anche temi delicatissimi, sia per la magistrale tecnica di scrittura. Questa rende la storia scorrevole e piacevole da leggere, parlando di argomenti pesanti come macigni in modo da farli risultare leggeri come piume. Il messaggio arriva ed è profondo, viscerale, certi brani del libro mi hanno veramente messo alla prova. Una volta conclusa la lettura, però, mi sono sentita completa. Come se, oltre che a terminare il manoscritto, fossi cresciuta in po’. Ed è stata una sensazione che spero di riprovare presto, immergendomi di nuovo in uno dei racconti di Alessandro Bellomarini.

Voto: 4,5/5

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