Oggi abbiamo il grande piacere di ospitare tra le nostre pagine Ivan Campedelli, autore del toccante e rivelatore romanzo “Lasciare tutto” edito Narrazioni clandestine. Attraverso la voce e gli sguardi di tre adolescenti alle prese con le proprie gabbie invisibili, l’autore ribalta i classici schemi generazionali per metterci davanti alla vulnerabilità del mondo adulto. Un’opera profonda, nata tra i banchi di scuola nel delicato periodo post-lockdown, che scava sotto la superficie delle apparenze e dei social network per parlarci di verità, coraggio e rinascita. Lasciamo subito la parola a Ivan per scoprire i retroscena e le ispirazioni dietro questa straordinaria storia.
Il romanzo si apre con un evento traumatico: la scoperta del tentato suicidio di un professore. Spesso la letteratura racconta gli adulti che cercano di salvare i ragazzi; qui il meccanismo è invertito. Com’è nata l’idea di mettere la vulnerabilità di un adulto al centro dell’indagine di tre adolescenti?
L’idea alla base di Lasciare tutto è nata proprio dal ribaltamento dei ruoli a cui accenni, ma affonda le radici in un’esperienza molto concreta: il ritorno in presenza a scuola nel 2020, dopo il lockdown. È stato in quel periodo che ho iniziato a scrivere questa storia. Nelle aule c’era un’energia che mi colpiva profondamente, convincendomi che fosse proprio la vitalità delle nuove generazioni la vera possibilità di cambiare tutto. E lo penso ancora oggi.
Per rappresentare questa forza in un romanzo mi serviva qualcosa con cui metterla alla prova. Così è nato Claudio Tanucci, il primo personaggio che ho messo a fuoco, prima ancora dei tre protagonisti: un insegnante in apparenza ordinario e quieto, così abituato a nascondersi da essersi costruito un’altra identità. La sua vulnerabilità viene scoperta proprio da chi normalmente non ha né gli strumenti né l’autorità per farlo: i suoi studenti.
Affidare questa scoperta a Sebastiano, Andrea e Benedetta, invece che a un altro adulto, dà il senso della storia di Lasciare tutto: sono loro a dover imparare a guardare oltre la maschera di un uomo che dovrebbe essere un punto fermo, e proprio in quel momento capiscono che il mondo degli adulti non è un blocco intoccabile. È lì che comincia la loro crescita.
Sebastiano, Andrea e Benedetta incarnano tre gabbie diverse: un amore taciuto, un destino familiare già scritto e l’ansia da prestazione amplificata dai social. Quale di questi tre personaggi ha richiesto uno sforzo di scrittura maggiore per essere tratteggiato con la giusta delicatezza?
Sicuramente Benedetta. Delle tre gabbie di cui parli, la sua è quella che ho dovuto maneggiare con più cura, perché dietro la sua storia c’è un tema con cui non ci si può permettere di essere superficiali: la violenza domestica, e soprattutto il modo in cui può restare invisibile a lungo, persino a chi la vive.
Benedetta si presenta come una ragazza perfetta: curata, solare, la vita che sembra scorrere senza intoppi nei suoi profili social. Quell’immagine, però, è una costruzione tanto meticolosa quanto fragile, pensata per tenere lontani gli sguardi da una realtà familiare molto più dura. Scrivendola, la sfida non era raccontare la violenza in sé, ma raccontare la normalizzazione: il modo in cui una persona può convincersi, giorno dopo giorno, che quella sia semplicemente la sua vita, e non qualcosa da cui doversi difendere o allontanare.
Per questo ho sentito il bisogno di procedere per sottrazione più che per accumulo, lasciando che fosse il contrasto tra l’immagine che Benedetta costruisce online e le crepe che lascia intravedere a fare il lavoro più importante. È un personaggio che chiede al lettore di guardare oltre l’apparenza, un po’ come lo chiede ai suoi stessi amici nel romanzo.
Quando scrivevi, avevi in mente un pubblico specifico (i ragazzi o gli adulti che dovrebbero imparare a decifrare i loro silenzi) o speravi proprio in questo cortocircuito generazionale?
Quando ho iniziato a scrivere questa storia lavoravo in una scuola superiore, e avevo in mente proprio i ragazzi e le ragazze più grandi, quelli che stavano per finire la scuola e affacciarsi a un dopo ancora da immaginare.
Ma scrivendo mi sono reso conto che la storia stava parlando anche a un altro pubblico, e che quel cortocircuito generazionale non era un effetto collaterale: era parte del senso stesso del romanzo. Lasciare tutto parla apertamente a due generazioni. Lo consiglio innanzitutto ai ragazzi e alle ragazze delle superiori, perché spero possano specchiarsi nelle insicurezze, nelle paure e nella travolgente vitalità di Andrea, Benedetta e Sebastiano. Ma lo consiglio vivamente anche agli adulti: troppo spesso, crescendo, dimentichiamo quanto sia difficile attraversare quell’età, e quanto le nostre azioni, o i nostri silenzi, pesino sulle nuove generazioni.
Lasciare tutto è un libro che apre molte porte alla riflessione. Ti piacerebbe continuare a esplorare il mondo della scuola e le dinamiche della transizione all’età adulta, o per il tuo prossimo progetto letterario hai intenzione di cambiare totalmente rotta e genere? C’è già qualcosa che bolle in pentola?
Lasciare tutto mi ha aperto davvero tante porte, ed è stato bello attraversarle scrivendo. Ma per il mio nuovo progetto ho sentito il bisogno di cambiare rotta.
Il mio secondo romanzo uscirà all’inizio del prossimo anno, e sarà qualcosa di sorprendente. Per ora preferisco non svelare altro, ma chi ha letto Lasciare tutto troverà qualcosa di completamente diverso!
Detto questo, la scuola resta un mondo che mi appartiene e che continua a ispirare le storie che scrivo. Posso già dirvi che sto lavorando a un romanzo successivo che tornerà tra i banchi, rivolgendosi però a un pubblico di ragazzi e ragazze più giovani. Insomma, le idee in movimento sono tante.
Se il tuo libro venisse letto nelle scuole e tu potessi lasciare un unico, fondamentale messaggio ai ragazzi che leggeranno la storia di Sebastiano, Andrea e Benedetta, quale vorresti che fosse?
Se dovessi lasciarne uno solo, sarebbe questo: non è mai troppo tardi per smettere di nascondersi, e non c’è nulla di sbagliato nell’abbandonare una strada che vi fa soffrire, anche quando sembra l’unica possibile.
Sebastiano, Andrea e Benedetta lo scoprono nel modo più duro, ma alla fine imparano tutti la stessa cosa: le gabbie in cui ci sentiamo intrappolati spesso ce le costruiamo perché ci sembrano più sicure del vuoto che c’è oltre. Il coraggio non sta nel non avere paura, ma nel fare comunque quel passo, anche senza sapere esattamente dove porta. È lì che si comincia, davvero, a diventare chi si vuole essere.
Ringraziamo di cuore Ivan Campedelli per la straordinaria disponibilità, per aver condiviso con noi la genesi di questo romanzo e per averci regalato una riflessione così preziosa sul coraggio di mostrarsi vulnerabili. “Lasciare tutto” non è solo una storia di formazione, ma un ponte teso tra generazioni che invita tutti, giovani e adulti, a trovare la forza di far cadere le proprie maschere. Auguriamo a Ivan il meglio per i suoi futuri progetti letterari, che non vediamo l’ora di leggere!
Se volete rimanere aggiornati sulle sue novità e sbirciare dietro le quinte della sua scrittura, potete seguire l’autore su Instagram: @ivancampedelli.
