Recensione “Se mi vuoi bene” di Fausto Brizzi

Nessuno è più letale di chi vuole fare del bene a tutti i costi. Dopo “Cento giorni di felicità” Fausto Brizzi torna con una commedia capace di commuoverci e di farci sorridere. E con un protagonista tenero e maldestro che tutti, in fondo, vorremmo per amico. Esiste una sottile ma fondamentale differenza tra “voler bene” e “fare del bene”. Purtroppo Diego Anastasi se ne accorge soltanto quando ha quasi quarantasei anni, un matrimonio alle spalle e una depressione nuova di zecca in corso. Scopre infatti che tutte le persone che ama non hanno tempo per lui e per le sue paure. E capisce che nemmeno lui si è mai davvero occupato di loro. Nel tentativo di uscire dalla palude emotiva in cui è precipitato decide quindi di adoperarsi in modo attivo per i suoi cari. Il risultato è inevitabile: con la precisione di un cecchino distrugge l’esistenza di ognuno di loro. O forse no.

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Titolo: Se mi vuoi bene
Autore: Fausto Brizzi
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa
Data pubblicazione: 10 Marzo 2015
Voto: 2.5/5

Classificazione: 2.5 su 5.

Cartaceo -> 18€ | Ebook –> 6,99€

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Recensione

Mia madre mi ha letteralmente stordito affinché leggessi questo libro.

“Guarda che è bellissimo! Ha un sacco di messaggi positivi!” mi ha spronato per mesi, e io, sorda dall’orecchio adibito appositamente per recepire i buoni consigli materni, l’avevo rassicurata che sì, prima o poi mi sarei presa la briga di provare a dargli uno sguardo.

Nonostante non avessi nessuna intenzione di avvicinarmi a un romanzo scritto dal regista di Notte prima degli esami o Maschi contro femmine – non che abbia qualcosa contro di lui, è che i suoi film proprio non mi vanno a genio -, mi sono ritrovata con il libro fra le mani. Accidenti alle biblioteche chiuse e alla mia determinazione di leggere qualsiasi romanzo fosse in casa prima di comprarne di nuovi. Vi capita mai, di accorpare una pila di titoli to read nella vostra camera, sistemati sopra il comodino o dentro l’armadio, lontano dagli occhi indiscreti di tua madre che urla: “Ancora libri? Ma ne hai duemila ancora da leggere!”? Be’, un tempo ero anche io così, giovine e spendacciona, ma andando avanti con l’età e, soprattutto, dopo aver aggirato la boa del mezzo quarto di secolo compiuto, la mia tirchiaggine è venuta fuori ringhiando e non posso non darle ascolto.

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La copertina di Se mi vuoi bene ha un bel salvagente vecchio stile stampato sopra, arancione fluo che quasi fa male agli occhi, e la quarta ospita una trama che strizza l’occhio a una lettrice come me, con i gusti che ho. Si parla infatti di depressione, un brutto morbo che conosco anche troppo bene, e di come il protagonista cerchi di superarla. Non mi sembrava così male, come presentazione.

Diego Anastasi, forse alter ego dello stesso Brizzi, è un avvocato divorziato di quarantacinque anni. Non ha mai avuto problemi di depressione in vita sua, se non un brutto caso di tristezza cronica da bambino, eppure adesso si trova schiacciato sotto il macigno implacabile della grossa e ingombrante D, che gli succhia le energie e lo fiacca fino a togliergli anche la voglia di uscire di casa, di ridere e cambiarsi i vestiti, di mangiare pasti decenti e lavorare, incontrare persone, godere delle sue passioni. Tutti i classici sintomi della depressione, che ti priva di te stesso, per usare un eufemismo.

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Dopo la morte del suo cane e il mancato supporto dei membri della sua famiglia e degli amici, ai quali telefona singolarmente e che son tutti troppo occupati per starlo a sentire, Diego prova a rivolgersi a uno psicologo che, tuttavia, non si dimostra utile alla sua causa. Si ritrova a ingoiare psicofarmaci e a distruggere la sua collezione di vinili pregiata, prima di tentare infine il suicidio. Che, ovviamente, non va a buon fine. Nel senso che, insomma, per una serie di cose non riesce a uccidersi.

E qui mi fermo. Ma non perchè la storia sia tutta qui. Piuttosto, ritengo che questo libro abbia bisogno di due recensioni. Una parte Uno per la prima metà, la parte Due per la seconda.

Fino a qui, il romanzo non mi aveva per nulla convinto. Non riuscivo a empatizzare con il protagonista, antipatico, pieno di sé e banalizzante fino allo stremo quella che è una patologia seria. Non fraintendetemi, non penso che sia necessario parlare per forza con toni drammatici della depressione, ma l’autore forse esagera un po’ a canzonare chi ne soffre con i soliti stereotipi e una comicità non sempre divertente. In più, ho trovato pesanti i capitoli incentrati sul passato di Diego. Non so spiegare bene il perchè, forse mi aspettavo un po’ più di azione e non il racconto glorioso dei suoi tempi andati, esposto con tono pomposo e ammiccante. Certo, alcune trovate sono carine: il padre fissato di tennis, ad esempio. Altre, sono veramente fuori dagli schemi e troppo inverosimili: il modo in cui si è sposato con la moglie, il rapporto con i figli – del quale non si parla praticamente mai – o quello con la sorella. A mio parere l’autore si è soffermato troppo su certe cose e per niente su altre, che invece avrebbero meritato di più attenzione e un trattamento meno “fantasticoso”.

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La parte sugli atti della depressione del protagonista è tirata per le lunghe, e va bene che bisognava presentare la situazione, ma forse così è troppo. Anche le parti con lo psicologo potevano essere un po’ tagliate, e qui affiora nuovamente l’antipatia del protagonista, supponente e scettico su ogni cosa ma offeso con il mondo intero per non averlo – cosa che pretendeva senza aver fatto un minimo di mente locale su come si fosse comportato negli ultimi tempi – aiutato quando ne aveva bisogno.

A parte l’odioso Diego, gli altri personaggi sono a malapena abbozzati, e nemmeno troppo bene. Tutto gira intorno al protagonista e alle sue pene, o al suo passato. Se avessi dovuto dare un voto al romanzo già da adesso, non sarebbe stato molto alto, anzi.

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La seconda parte, però, ha un recupero non indifferente. Certo, ci sono anche diversi difetti, ma la trama fila un po’ di più e, soprattutto, è più interessante della prima metà dell’opera. Si introducono infatti nuovi volti, quelli di Massimiliano e Giannandrea, rispettivamente fondatore e avventore n. 1 del Negozio di Chiacchiere, che non è nient’altro che il salotto del primo aperto al pubblico. Massimiliano, ex poliziotto in pensione, accoglie gli ospiti offrendo loro un tè e il suo tempo, dando loro la possibilità di aprirsi su ciò che li affligge o chiedere un consiglio o un parere da uno sconosciuto, sì, ma da uno sconosciuto dal cuore grande. Anche Diego finisce per caso al Negozio di Chiacchiere e, di colpo, dopo aver scambiato due parole con Massimiliano, capisce che non ha più bisogno né di farmaci né dello psicologo per cercare di guarire. Inverosimile? Sì. Per forza un male? No, almeno non del tutto. E’ vero che qui la mancanza di credibilità è palese e sbandierata, ma permette quantomeno alla storia di acquisire un ritmo più sostenuto e invogliare il lettore a proseguire con il racconto.

La nuova banda di amici riflette molto sulla depressione e su cosa poter fare per uscirne, e dal nulla a Diego viene in mente un’idea geniale, spronato dalle parole dell’ex poliziotto. Per riuscire a stare meglio deve fare ciò di cui non si è mai occupato, ossia dimostrare il suo bene agli altri. E’ facile chiedere aiuto nel momento più buio, quando per tutta la vita si sono ignorati i problemi degli altri. Piuttosto, Diego deve offrire la sua spalla ad amici e parenti, tutti ingolfati con i propri dilemmi personali. Solo così sarà in grado di guarire la sua melanconia.

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La cosa strana è che l’idea fulminante, risolutiva di ogni problema, viene proprio al depresso in questione. Una persona che non dovrebbe nemmeno aver voglia di alzarsi dal letto all’improvviso è super scattante e convinta a riscattarsi, tanto da strutturare tutto un piano complicato per svoltare verso il meglio l’esistenza dei suoi cari. Il ritorno dell’inverosimile, parte due.

A questo punto, però, ho deciso di spegnere il cervello. Forse era colpa mia? Forse non riuscivo a godermi il libro perchè la sospensione dell’incredulità non era scattata al momento giusto? Forse non riuscivo a fidarmi abbastanza dall’autore per ascrivere il patto narrativo? Probabile. Quindi ho proseguito a leggere tentando di non storcere il naso a ogni trovata quantomeno peculiare che incontravo, e alla fin fine devo ammettere che il libro si lascia leggere. Da qui in poi, i piani di Diego per aiutare i suoi affetti mi hanno fatto sorridere per la loro sbadataggine, nel modo preciso e scontato con cui fallivano miseramente uno dopo l’altro – telefonati, ma vabbè – e così via.

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Alcuni personaggi sono emersi più nitidamente nel racconto, a scapito di altri che si son mantenuti nell’ombra per volere dell’autore o, forse, per casualità. Diverse scene sono piuttosto riuscite e simpatiche, nulla da dire. Certe volte mi sono anche sentita talmente tanto trasportata da dimenticarmi di quanto non sopportassi Diego, anche grazie al ritmo costante e sempre più rapido che domina la seconda parte della storia. Quindi sia su trama che su personaggi – alcuni – che su dialoghi ci siamo ripresi, fortunatamente. Solo una cosa proprio non sono stata in grado di farmi andare giù, e fidatevi di me quando vi assicuro che mi succede davvero raramente: non sono riuscita a ricredermi sul protagonista.

Lo so che l’ho già accennato ma sono costretta a ripetermi, lui è veramente supponente. Con la spocchia del so tutto io, mi ha impedito di fraternizzare e di avvicinarmi, e premetto che di solito io lego subito con i personaggi dei libri che leggo. Con Diego è stato impossibile, anche per certe sue uscite affiorate con il proseguo del romanzo. Del tipo, ho trovato insopportabile come parlasse del figlio nerd, spendendo diverse battute poco felici descrivendo il prototipo in questione con tanto di cliché offensivi e per niente simpatici, andando a culminare poi sul fatto che, a diciassette anni, è ancora vergine! Oh mio dio, scandaloso, ma come è possibile? Deve assolutamente trarlo d’impaccio da questa situazione imbarazzante, prenotandogli una squillo per risolvere la questione. Ma che padre amorevole e soprattutto rispettoso degli spazi e delle passioni del figlio, eh?

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Anche come galantuomo non è per niente portato. Non si vergogna ad ammettere senza peli sulla lingua che in vita sua ha tradito, eccome se ha tradito, ogni fidanzata/compagna/moglie che abbia mai avuto. Bravo, vuoi un applauso? Per non parlare di come rimbecca l’amica Loredana quando fa la scarpetta con il pane, dicendo che ingrasserà. Diego caro, lasciati dire una cosa. Io mangio quel che mi pare, come e quando mi pare, senza te che mi rompi le scatole. Questo l’amica gli avrebbe dovuto rispondere, per poi fregargli anche la sua porzione di cena.

Colleziona man a mano sempre più caratteristiche che me lo fanno essere insopportabile.

Sorvoliamo su questo però, può capitare di ritrovare in un libro alla fin fine buono un protagonista che non ci aggrada e del quale non condividiamo le idee. Ho cercato quindi di allontanare il fastidio provato nei suoi confronti e a valutare il romanzo nel complesso, anche se non mi sia comunque poi piaciuto così tanto. Che dire, troppo bonaccione, troppo sbrigativo in certi punti e polpettone in altri, non proprio nel mio stile.

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Va riconosciuto comunque che il tema di cui tratta, la depressione e il riscatto, non era così semplice da affrontare e quindi lo perdono. Sicuramente a diverse persone piacerà, soprattutto se alla ricerca di una lettura leggera e scanzonata.

Voto: 2,75/5

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