Recensione “La bambola che uccide” di Ruth Rendell 

La baronessa Ruth Rendell è autrice di gialli, thrillers psicologici e murder mysteries, alcuni firmati con lo pseudonimo di Barbara Vine.
Nata a Londra nel 1930, ha studiato al Loughton County High School, Essex.
È Fellow of the Royal Society of Literature e ha ricevuto numerosi premi per il suo lavoro, tra cui il Crime Writers’ Association Cartier Diamond Dagger (un riconoscimento alla carriera), e il Sunday Times Award for Literary Excellence.
È autrice di una serie di romanzi con protagonista il Detective Chief Inspector Wexford, che vive a Kingsmarkham, città inglese di fantasia.
Il primo di questi, From Doon with Death, è anche il suo primo romanzo ed è stato pubblicato nel 1964. I libri della serie comprendono: Kissing the Gunner’s Daughter (1992), Simisola (1994), Road Rage (1997), End in Tears (2005), Not in the Flesh (2007), The Vault (2011).
Tra gli altri romanzi: Portobello (2008); Tigerlily’s Orchids (2010), The Saint Zita Society (2012).
Con lo pseudonimo di Barbara Vine ha scritto tra l’altro A Dark-Adapted Eye (1986), A Fatal Inversion (1987) vincitore del Crime Writers’ Association Macallan Gold Dagger for Fiction, Gallowglass (1990), King Solomon’s Carpet (1991), Asta’s Book (1993), The Brimstone Wedding (1995).
The Blood Doctor (2002) è un romanzo psicologico basato sui diari di Lord Henry of Nanther, medico della Regina Vittoria.
Antologie di racconti sono state pubblicate nel 1987 e nel 2008.
Molti romanzi e racconti sono stati adattati per la tv.
È stata insignita nel 1997 del titolo di Baroness Rendell of Babergh.
In Italia i suoi libri sono pubblicati da Fanucci e Mondadori.

Titolo: La bambola che uccide
Autore: Ruth Rendell 

Editore: Fabbri editore
Genere: Giallo
Data pubblicazione: 1 Gennaio 1994
Voto: 2-/5

Classificazione: 2 su 5.

Cartaceo -> 7€

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Recensione

Fermi fermi, non sto parlando di Chucky, la bambola assassina. Quella è un’altra cosa.

La recensione di oggi è dedicata a un romanzo particolare nella sua scontatezza, niente di speciale eppure interessante, in cui mi sono imbattuta mentre pattugliavo i corridoi di casa di mia Nonna. Assidua lettrice di Harmony e libricini gialli alla Agatha Christie, Nonna Marisa detiene una cospicua collezione di volumi sui piani alti della libreria, in modo che Cooper, il cagnetto-cinghiale che le fa compagnia da ormai dieci anni, non possa mordicchiare le pagine delicate usurate dal tempo. Essendo a conoscenza del mio insaziabile appetito letterario, Nonna mi ha dato il via libera per prendere in prestito alcuni manoscritti, così mi sono portata uno zaino bello ampio alla mia successiva visita e l’ho inzeppato dei titoli che mi parevano più curiosi – evitando come la peste gli Harmony più scabrosi – e acciuffando soprattutto quei romanzi splendevano ai miei occhi di una certa luce orrorifica.

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Be’, mi sono detta, con un libro che si chiama La bambola che uccide, sicuramente posso garantirmi qualche brivido, no?

D’altronde, ho sempre avuto timore di certe bambole. Non quelle di ceramica con gli occhioni vacui di vetro che sembrano seguirti quando passi, quelle no. Mi riferisco soprattutto ai vecchi bambolotti di rosea carne di plastica, gonfi e paciosi con quelle guanciotte diabolicamente insufflate di grasso e il nasino rotondo e all’insù. Maledette.

Comunque, ormai sono piuttosto impermeabile al loro tentativo di spaventarmi con le espressioni ebeti che si ritrovano scolpite per sempre sul volto. E poi, la bambola raffigurata sulla copertina lucida del manoscritto faceva parte dell’altra categoria, quella dei manufatti di ceramica. Un grosso spillone luccicante le appariva conficcato nella fronte, seguito da un rivolo di sangue, e sopra l’immagine inquietante campeggiava il titolo che aveva attirato la mia attenzione.

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Ringraziata Nonna e fatto dietrofront verso casa, mi pregustavo una bella lettura d’orrore. Zio Stephen è insuperabile per me, e non faccio altro che cercare suoi degni sostituti – o aspettare che ne sforni un altro dei suoi, di romanzi. Non si deve mai aspettare troppo tempo.
Di certo non mi illudevo che La bambola che uccide fosse all’altezza, ma via, si può pur sempre sperare un po’, giusto?

La trama mi è parsa subito carina, dopo nemmeno dieci pagine di lettura: Pup è un ragazzotto amante della magia che, un giorno, vende l’anima al diavolo e comincia la sua iniziazione come geomante. Vive con il padre vedovo e la sorella più grande Dolly, giovane apprensiva che ha trasferito sul fratello tutte le attenzioni che una donna in salute proverebbe di norma per un eventuale compagno. Non c’è incesto o roba simile, questo no, ma è inevitabile notare il modo morboso con cui Dolly si è attaccata al fratellino, soprattutto dopo la morte della madre, che l’ha per sempre segnata. Dolly, che poi si svela essere la vera protagonista della storia, è molto affascinata dagli incantesimi del fratello, dal suo tempio e dai manuali di magia – Crowley e Co. – che questo sfodera tra le sue letture preferite. In cuor suo, Dolly spera che le arti di Pup possano un giorno liberarla da una voglia rosso fragola che la tormenta da quando è piccola, di cui si vergogna moltissimo e che vorrebbe far sparire per sempre.

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Eh, ma quindi la bambola assassina dove sta?

Un giorno, il padre ossessionato di storia dei due si riaccompagna con Myra, la vicina di casa frivola e antipatica, verso la quale Pup non nutre nessun sentimento di cattiveria ma Dolly è spinta a detestare. Soprattutto per i commenti che la donna si lascia scappare sulla sua voglia, su come possa coprirla, o sui suoi atteggiamenti frivoli e strani. Come, ad esempio, il fatto che la ragazza frequenti assiduamente un circolo di occultiste – più che altro signore di mezza età – che effettuano sedute spiritiche, credendoci anche.

Mh… Ma la bambola?

Ci viene poi presentato Diarmit, un macellaio con evidenti problemi mentali che si trasferisce in città. Nessuno lo vuole, tra i suoi familiari, quindi si reca nel lotto sfitto di un parente latitante e cerca lavoro in paese, senza trovarlo. Diarmit è chiuso nella sua solitudine e nella malattia, afflitto da terrori reconditi che lo inseguono giorno dopo giorno, tanto da spingerlo sull’orlo della pazzia, finchè…

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Ma insomma, ci sono bambole in questo libro oppure no?

Fate conto che ciò che vi ho narrato corrisponde circa a metà del libro. Non succede niente. O meglio, niente che concerna paura, orrore e bambole. Si assiste piuttosto allo svolgimento un po’ pigro della vita della famiglia Yearman, delle fortune e dei rovesci, con qualche sporadica apparizione di Diarmit che poi, per almeno ottanta pagine se non di più, scompare nel nulla. Non che si dà per disperso, proprio non ci viene più mostrato.

Solo andando avanti con il racconto viene fuori la famosa bambola, finalmente. Dolly, che è una sarta, si mette a fare modellini imbottiti con gli scampoli dei tessuti delle sue clienti – quindi sì, una bambola di stoffa, né di plastica né di ceramica, chi mai se lo sarebbe aspettato. Ed è qui che ho capito. La bambola in questione non agisce di sua spontanea volontà. Non c’è nessuna entità malvagia che riempie le membra vuote dei giocattoli come fumo velenose e li spinge a commettere omicidi. Qui, le uniche morti che avvengono sono accidentali… O forse no.

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Le bambole realizzate da Dolly finiscono al centro di strani riti che Pup non vorrebbe nemmeno realizzare – ha trovato la ragazza e si è stancato della magia – ma che la sorella spinge a compiere con religiosa fiducia che funzionino. Perché Dolly si è stancata di avere Myra fra i piedi, e vorrebbe tanto che questa scomparisse per sempre dalle loro vite. Perché dunque non tentare un incantesimo di maledizione?

In sostanza, questa è la trama. Che fatica. Nel senso, non che si tratti di un brutto libro, ma si è rivelato essere tutt’altro rispetto a quel che mi aspettavo. Che in certe occasioni è anche una cosa positiva, ma non stavolta.

La bambola che uccide naviga fra il giallo e il romanzo psicologico. Dimenticatevi l’horror. Personalmente non ho nulla contro i libri introspettivi, ma i gialli non mi entusiasmano troppo. Ho portato a compimento la lettura giusto perché volevo capire che fine avesse fatto quel poveretto di Diarmit – riappare eh, tranquilli – e in quanto la scrittura dell’autrice è piacevole, scorre bene e non pesa troppo. Essendo un libro di altri tempi, ci ho ritrovato spesso alcune espressioni desuete, ma niente di eccezionalmente vecchio. Vorrei tanto poter dire lo stesso delle tematiche, ma ahimè qui devo stendere un velo pietoso.

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Se anche il libro abbia una trama godibile, per qualcuno, e magari gli amanti del giallo possano trovarlo soddisfacente come romanzo, i più progressisti – o semplicemente un lettore normale e abituato a tutt’altro tipo di opere – storceranno il naso di fronte a certe trovate. Come minimo, si straniranno, perché imbattermi nella N-word in più punti del libro proprio non me l’aspettavo.
Eh sì, il razzismo trasuda da queste pagine fitte di parole, così come un’omofobia offensiva, un’ideologia più patriarcale che più patriarcale non si può e un’insensibilità nei confronti della figura femminile in generale che mi ha spiazzato.

Voglio mettere in chiaro una cosa: non sono una di quelle persone che bolla l’autore per la sua ideologia – o soltanto per il fatto che è nato in un’epoca diversa dalla propria, nella quale era più che normale uscirsene con certe definizioni poco lusinghiere o trattare le donne alla stregua di una scopa di saggina. Distacco sempre lo scrittore dall’opera che scrive, tenendo conto del periodo storico nel quale si muoveva e delle eventuali teorie propugnate in campo politico.
Non voglio che si pensi che il mio giudizio su questo romanzo sia gravato dal disgusto sperimentato nei confronti di certe idee e comportamenti, ne parlo così proprio perché non mi è piaciuto più di tanto. Tuttavia, non ho potuto fare a meno di stupirmi di fronte a certe cose e, come ho detto, credo che sarebbe successo a qualsiasi lettore del ventunesimo secolo.

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A parte lo stupore per i dettagli pesanti apparsi da un certo punto in poi del libro, rimango della mia opinione. La bambola che uccide non è un gran romanzo, si tratta di una sorta di giallo senza pretese molto prevedibile, del quale avevo indovinato il finale già in partenza. La storia non è avvincente, i tentativi di incuriosire il lettore, almeno con me, non hanno funzionato e di paura neanche l’ombra. Perché, allora, l’ho terminato? Credo di poter rispondere come sempre, quando mi ritrovo a scrivere una recensione negativa di un’opera: non lascio mai nulla a metà. Eppure, so che non si tratta solo di questo. Lo stile narrativo dell’autrice, dopotutto, non è così spiacevole – a meno che, appunto, non ci si offenda per l’utilizzo di certi termini. Forse è proprio per questo che ho perdurato nell’impresa, forse è perché volevo scovare qualche altra uscita infelice di cui stupirmi, forse è per l’affetto che provo nei confronti di Nonna Marisa che mi ha spinto a concludere la lettura per poterne parlare con lei. Chi lo sa.

Voto: 2-/5

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