Recensione “L’altare della paura” di Jean-Christophe Grangé

Nella cappella alsaziana di Saint-Ambroise si riesce ancora a udire il fragore che ha accompagnato il crollo improvviso della cupola e la morte del vescovo Samuel, il cui corpo giace ormai senza vita sotto le macerie. A un primo sguardo, parrebbe trattarsi di un semplice incidente. Ma da alcuni dettagli non è possibile escludere l’ipotesi di un omicidio. È questo che pensano il detective Pierre Niémans e il suo braccio destro, Ivana Bogdanović, non appena visitano la scena del disastro. E scoprono che il luogo appartiene a una piccola comunità anabattista chiusa al resto del mondo. I suoi membri si fanno chiamare «vendemmiatori di Dio» perché vivono dei soli proventi di un vasto vigneto e si considerano gli unici emissari di un messaggio divino di purezza e integrità religiosa. Eppure, dietro una facciata di rettitudine e devozione, si cela una storia di rapporti coercitivi e malsani. Di promesse e giuramenti che non lasciano scampo.

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Di sacrifici che vanno oltre l’immaginabile e trovano la loro origine in un’interpretazione promiscua delle Scritture. Più Niémans e Bogdanović entrano in questa realtà fuori dal tempo, più si rendono conto di quanto sia difficile stabilire un confine tra bene e male, tra fede e fanatismo. Ma i due detective sono disposti a tutto pur di scoprire la verità. Anche a offrirsi come vittime sacrificali se serve a risparmiare vite innocenti ed evitare ulteriori spargimenti di sangue. Torna il maestro del grande thriller con un nuovo episodio della serie che ha avuto inizio con “I fiumi di porpora”, poi diventato un film con Jean Reno e Vincent Cassel. Nell'”Altare della paura”, Jean-Christophe Grangé accompagna i lettori nel cuore di una comunità apparentemente senza peccato, dove sembra impossibile individuare un movente o trovare un colpevole. Perché quest’ultimo potrebbe essere l’unica vera anima innocente.

Titolo: L’altare della paura
Autore: Jean-Christophe Grangé
Editore: Garzanti
Genere: Thriller
Data pubblicazione: 7 Ottobre 2021
Voto: 3/5

Classificazione: 3 su 5.

Cartaceo -> 18,60€ | Ebook -> 9,99€

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Recensione

Jean-Christophe Grangé è considerato da molti uno dei maestri del thriller moderno, soprattutto a seguito del successo planetario del libro “I fiumi di porpora”, ampliato a sua volta da una fortunata trasposizione cinematografica. Proprio il suo riconosciuto stile narrativo è alla base degli aspetti sia positivi che negativi dell’ultima sua fatica: “L’altare della paura”.

Grangé ha una grande capacità di ricreare ambienti e atmosfere suggestive e uniche. In questo suo libro sceglie una comunità religiosa precisa, quella degli anabattisti, isolatasi nei secoli in un luogo ameno dell’Alsazia francese. Ce ne descrive minuziosamente gli aspetti della vita quotidiana, i riti, le occupazioni (in particolare la raccolta e la lavorazione dell’uva), le gerarchie. E qui stanno i punti di forza del romanzo: la commistione di storia, religione, arte, la descrizione della natura e del paesaggio, gli elementi delle stagioni sono narrate in modo dettagliato, approfondito, a tratti poetico. Pare di sentire davvero nelle pagine di Grangé l’umidità della pioggia, il silenzio delle chiese, il profumo del mosto e della terra, il calore dei fuochi ardenti. Tutto è vivido e intenso, molto piacevole e ben curato, e costituisce di certo l’aspetto migliore del romanzo di Grangé.

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Ma non tutto funziona ne “L’altare della paura”. Sembra infatti che l’autore, memore del proprio successo passato, decida di continuare a utilizzare i suoi personaggi più fortunati, in questo caso il detective Pierre Niémans e il suo braccio destro, Ivana Bogdanović, protagonisti di altri libri del ciclo iniziato proprio con “I fiumi di porpora”, senza preoccuparsi troppo di approfondirne le psicologie. Questo fa sì che, a un lettore che si avvicini per la prima volta alla sua scrittura, essi risultino un po’ appiattiti, quasi senz’anima. Forse perché li si dovrebbe aver conosciuti in precedenza, ma questo limita le possibilità del libro.

Anche gli aspetti legati all’indagine non sempre convincono. Se da un lato la vicenda inizia con l’omicidio di un personaggio che si fatica a inquadrare per una prolungata mancanza di elementi che ne aiutino la contestualizzazione (e questo, a mio avviso, è un grave errore in un libro thriller), dall’altro ha una conclusione eccessivamente rapida che lascia un leggero amaro in bocca.

In sostanza, il libro è piacevole, scorrevole alla lettura, con diversi aspetti interessanti, a partire dall’ambientazione originale. Non è però un thriller memorabile, poiché difetta nella caratterizzazione dei personaggi e nell’intreccio poliziesco.

Voto 3/5


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