“Irma la dolce” (1963) di Billy Wilder

Se, scorrendo tra i post del blog, avete letto questo titolo e vi ha dato una certa sensazione di “vecchio”, ma avete comunque aperto l’articolo, avete solo che fatto la scelta giusta. Mai giudicare un libro dalla copertina, mai un film dal titolo. Ribadisco questo concetto perché so quanto un titolo non interessante possa allontanare il pubblico, ma so anche che almeno la metà delle volte è la scelta sbagliata. Così come tutte le tendenze, lo stile di una certa opera cambia di epoca in epoca. Questo accade anche ai titoli dei film; difatti, quelli degli anni sessanta possono sembrarci addirittura fastidiosi. Sanno di “vecchio”. “Irma la dolce” può rientrare in questa categoria. Il mio avviso è: il titolo non fa l’opera. Detto questo passiamo alla seconda premessa. Tutti sappiamo che le barzellette sono divertenti, ma riescono nell’intento solo se raccontate bene. Quante volte ci è capitato di sbellicarci di fronte ad una barzelletta e, una volta che proviamo a raccontarla noi, nessuno ride? Qual’è stato il nostro errore? Non l’abbiamo raccontata bene.

Nei film vale la stessa cosa. Se ci pensiamo a fondo, raccontano più o meno tutti belle storie. Ma alcuni film non ci piacciono e non sappiamo dire perché. All’ottanta per cento è colpa della regia. Cioè, lo strumento attraverso il quale il/la regista ci racconta la storia. Di conseguenza, se la regia sbaglia, allora il film ci viene raccontato male. Concluso questo discorso banalissimo, parliamo del film che non altro che è un CAPOLAVORO. Beh, che vi aspettavate?

E’ una commedia sentimentale. Dopo aver arrestato un giro di prostitute con tanto di clienti colti sul fatto, tra cui il capo della polizia, un poliziotto alle prime armi (Jack Lemmon) viene rapidamente licenziato. Ritornerà poi al quartiere parigino con hotel ad ore dove protettori e prostitute svolgono le loro mansioni. Al bar farà conoscenza con la nostra famigerata Irma chiamata “la dolce” e da lì nascerà una storia d’amore. Ora vi chiedo, avreste mai pensato che il titolo si riferisse ad una prostituta?

Dove sta la commedia? Sta nei personaggi e nelle situazioni che si creano. Il barista è il classico personaggio che intrattiene regalando aneddoti sul suo passato da infermiere, il giorno dopo di avvocato, il giorno dopo da pescatore, e che tutte le volte conclude il teatrino con, “ma questa è un’altra storia”. Jack Lemmon è Jack Lemmon, potreste non conoscerlo ma è uno degli attori comici più abili mai esistiti. C’è poco altro dire. Irma è invece Shirley MacLaine, altro mostro sacro del passato. Una volta nato l’amore tra i due, Jack Lemmon tenterà di toglierla dalla strada, ma lei non vuole abbandonare il suo impiego per la sicurezza economica. In un tentativo folle, Lemmon si travestirà da ricco lord inglese per un piano ancora più folle. Da questo punto in poi, nella comicità del naturale e del popolare di tutti giorni subentrerà l’elemento dell’assurdo. La regia dà il ritmo alla narrazione e ai momenti comici e li fonde entrambi come solo Billy Wilder sapeva fare. Più si va avanti, più in questo film più si ride. Inoltre tutta la storia ci viene raccontata in modo moderno. Non aspettatevi il vecchio stile o l’impostazione visiva e recitativa dei film del passato. Certo, fu girato su pellicola, non in digitale, ma è comunque un film immortale, ovvero senza tempo, che non invecchia (dai forse il titolo si), ed è perciò un capolavoro.

Concludo facendo un appunto che forse è molto personale ma che aumenta secondo me il fascino dell’opera. In tutte le scene in cui è presente, Irma indossa almeno un capo d’abbigliamento di colore verde. Questo all’occhio dello spettatore risalta tantissimo. In più la tonalità è inusuale, benché sia comunque verde. Quindi la regia non fa solo un lavoro sul raccontare bene, ma anche sul dare un’idea particolare dell”immagine e, come un abile pittore, Billy Wilder sceglie una tonalità di verde che si imprime nella nostra memoria e dona eleganza e fascino ad ogni scena. Ma questa, direbbe qualcuno, è un’altra storia.

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