“La fine del mondo” (2013) di Edgar Wright

“La fine del mondo” è il terzo capitolo della fortunata trilogia del cornetto di Edgar Wright che vede protagonisti i soliti Simon Pegg e Nick Frost al massimo della forma. I tre film in realtà sono scollegati narrativamente e costituiscono una trilogia solo per la presenza dell’italianissimo cornetto Algida (non scherzo!) in tutte e tre le pellicole. Di conseguenza, potete guardarlo anche se non avete visto gli altri due.

Prima di partire a parlarne però, vorrei dare una mia definizione di capolavoro, perché questo film non può che non essere tale. Purché un opera sia così definibile, e la gente spesso lo fa senza cognizione di causa, occorre che ci sia un equilibrio perfetto tra tutti gli elementi che la compongono. Deve rigorosamente avere un messaggio, una critica di fondo: deve essere in grado di parlare di qualcosa che possa essere, nel modo più semplice per dirlo, un insegnamento o magari un avvertimento per gli spettatori. Non sto parlando della morale fiabesca, ma proprio di sotto testi o argomentazioni mirate a far luce su una qualsiasi situazione umana. In poche parole, dopo averlo visto, deve averci cambiati, o, se la vita ci aveva già permesso di assimilare la critica che la pellicola convoglia, deve poter farci rimuginare su di essa, perché non si sa mai, sempre meglio mettersi in dubbio. Mi direste allora: “Leonardo accidenti a te. Ci stai dicendo che gli unici capolavori sono quei film incredibilmente pesanti e ultra riflessivi, filosofici e noiosi di cui nessuno è interessato a vedere?” E io vi rispondo: “No, invece.” Proprio perché nonostante quei film calchino bene l’impresa di illuminarci su certi aspetti, non sono però fruibili da tutti per via della loro difficoltà assimilativa. Se proprio un messaggio ci deve essere, questo dovrá essere comprensibile da un un certo numero di persone. Lo scopo dell’arte è insegnare ed intrattenere, e deve riuscirci con più gente possibile, non con i soliti 4 o 5 professoroni. Perciò, se un’opera non riesce in uno dei due punti, allora non è un capolavoro. C’è da ricordarsi infatti, che il cinema stesso è nato per essere un mezzo di intrattenimento e solo dopo si è elevato ad arte. Un film che riesce in entrambi i punti, deve essere stato un Piacere alla vista, non una Fatica, non un impegno, non uno studio accademico.

“La fine del mondo” parte per essere un film comico. Negli anni novanta, cinque amici tentano di fare il “Miglio dorato”: un giro di dodici pub nei quali bere una pinta di birra in ognuno di essi. Provano durante il liceo, ma si fermano sfiniti all’ottavo pub. Circa vent’anni dopo Simon Pegg rimette insieme la vecchia banda e vuole riprovarci. Gary, il personaggio da lui interpretato, è rimasto in qualche modo ancorato al passato: è un alcolizzato, si comporta come un diciassettenne, è esuberante, essenzialmente un idiota e si fa chiamare “The King”. I suoi quattro amici di vecchia data invece si sono ormai sistemati, hanno famiglia e tutti un solido lavoro, ma comunque, dopo varie peripezie, il nostro protagonista li convince. Il film sembra essere la classica commedia americana, non molto originale, ma almeno divertente per la presenza di ottime interpretazioni dei attori (c’è anche Martin Freeman) e di un’ottima scrittura. Dopo un terzo di film però, inaspettata e improvvisa quanto la pioggia a ferragosto, entra in gioco la componente fantascientifica: gli abitanti della cittadina nella quale stanno facendo il giro di pub sono stati sostituiti da dei robot che ne duplicano le somiglianze. Il film cambia atmosfera in una maniera impressionante. Ritengo tremendamente sbagliato fare troppi spoiler poiché ogni singola scena vale la pena di essere vista, perciò vi parlerò principalmente di tutti gli elementi validi da questo momento in poi. Anzitutto, il film nonostante parta con una massiva critica alla società e al conformismo, continua a non farsi prendere sul serio, riuscendo a tenere in equilibrio i due generi narrativi e perciò verosimile la fantascienza dentro la commedia. Il ritmo accelera e nulla da qui in poi potrà annoiarvi. Ci sono scene di azione girate talmente bene da lasciarvi a bocca aperta: falsi piani sequenza (come “1917” uscito lo scorso anno) dove la telecamera “non fa mai” tagli e gira intorno tutti i personaggi durante le varie RISSE DA BAR (sgabelli spaccati sulle schiene!) Il personaggio di Nick Frost è quello che subisce un maggiore cambiamento e diventa protagonista di scene di azione che da lui non ci si aspetterebbero. Se avete presente la sua mole fisica, sapete di che parlo. Inoltre e naturalmente, la parte comica rimane costantemente presente e il messaggio di critica, veicolato dalla componente fantascientifica vi entrerà dentro e vi farà pensare. I nostri protagonisti dovranno scegliere se “conformarsi” alla razza aliena robotica o meno e naturalmente la risposta sappiamo qual’è. Nel finale però, il tocco di classe, perché non c’è niente di bello nell’arte quando ti insegna qualcosa, ma poi ti lascia il dubbio che tale insegnamento possa non essere stato giusto. Preannuncio che non c’è un lieto fine, ma il film resta una commedia, non scordiamocelo.

Il terzo capitolo della trilogia del cornetto è perciò l’ennesimo caso di opera di genere dove il regista riesce a dirci qualcosa, distaccandosi dal genere stesso e utilizzandolo solo come strumento per la diffusione di un messaggio. Per farvi capire, un’esempio contrario è Star Wars. Film di genere ma che tutto sommato, nonostante l’epica e la sua rivoluzione negli effetti speciale, sia nella trilogia originale che in quella prequel, non veicola proprio niente. Quindi guardatevi “La fine del mondo”, vi divertirete, vi stupirete (c’è molto che non vi ho detto) e il film magari vi lascerà anche qualcosa dentro, se mai la lascerete entrare. Perché è come ci si approccia ad un opera che permette di farla funzionare e farci accompagnare da essa nel suo mondo e nelle sue regole. Se vogliamo farci trascinare dipende solo da noi stessi. E’ un discorso di fiducia… come in tutte le altre cose.


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