“Lost in translation” (2003) di Sofia Coppola

Scarlett Johansson e Bill Murray. Come affezionarsi a due protagonisti così diversi. Da un lato, una ragazza appena diciottenne che con la sua presenza scenica già buca lo schermo. Dall’altra, un volto noto del cinema con alle spalle le sue molteplici esperienze, ad interpretare questo personaggio abbattuto e malinconico. Murray è infatti Bob, un attore in decadimento, arrivato a Tokyo per girare uno spot su una marca di whisky. La sua carriera è finita e lui lo percepisce, così come il suo matrimonio: i dialoghi al telefono con la moglie si limitano a discussioni sull’arredamento, dei suoi figli si avverte solo una presenza distaccata in quanto sappiamo che li ha, li si sente in sottofondo al telefono, ma non li percepiremo mai come presenti. L’atteggiamento di Bob è annoiato e solitario . Passa le serate al bancone del bar del lussuoso hotel del quale è ospite. La Johansson interpreta Charlotte, moglie di un fotografo in ascesa. Fotografo, che sia per impegni lavorativi continui sia per la poca presenza emotiva, la trascurerà e arriverà anche a provare, o così sembra, interesse verso un’attrice ospite, come loro, del hotel.
Ad entrambi i protagonisti manca qualcosa quindi, si sentono smarriti, confusi in una città che non conoscono, circondati di persone che parlano una lingua che non capiscono (lost in translation, per l’appunto), disorientati in questa Tokyo così dispersiva.
Un leggero sorriso in ascensore non può fare altro che scatenare la scintilla che dà nuova vita ai due. Cominciano a frequentarsi. Nella giovane nasce un sentimento, ha voglia di cominciare una nuova vita ed è cosciente adesso di aver perso tempo sposando il fotografo. Contemporaneamente Bob, più saggio e navigato nella vita, sa che la sua età e la propria situazione non gli permettono di stare con Charlotte.
Non vedrete mai, in questa pellicola, altro oltre l’affetto, sguardi e gentilezza tra i due personaggi. Non potranno amarsi ma nel loro rapporto si percepirà solo gioia. Le scenette insieme, dalle feste con gli amici di Charlotte alle varie gag in albergo, sono quelle il fulcro del sentimento tra i due. Momenti insieme dove il film riesce a farti percepire quella loro sensazione, quel sentirsi attratti l’uno dall’altra e viceversa, ma essere incatenati. Oltre al sentimentalismo, “Lost in translation” riesce anche a far divertire.. (altrimenti che ci sta a fare Bill Murray). Fantastica la scena dello spot del whisky: il regista giapponese comunica frasi interminabili a Murray e la traduttrice ne riporta solo una traduzione di due parole. Bob acconsente esasperato ma professionale all’assurdità della situazione e della sua disperazione, del ritenersi ormai rilegato a pubblicità e programmi televisivi di bassa qualità. Indimenticabile poi la scena del ragazzo giapponese che canta “God save the queen” dei Sex Pistols al karaoke. Sofia Coppola dimostrò con il suo secondo film di essere degna del padre Francis Ford, girando la storia di un amore velato, gentile, ma a suo tempo potentissimo nella sua narrazione e nello sviluppo dei personaggi, scritti e interpretati egregiamente. Che dire poi di quel finale, dove Bob, in procinto di tornare in patria e dopo aver detto addio a Charlotte in albergo, la trova in strada per puro caso: scende dal taxi e la raggiunge nello stupore di lei. La abbraccia e, il colpo di classe: un sussurro all’orecchio, una frase mormorata come tutto ciò che è stato il film: un continuo sussurrarsi tra i due, l’amarsi senza poterselo dire. Una battuta non presente sul copione, improvvisata da Murray stesso e che solo la Johansson è destinata a sentire, la fa scoppiare a piangere. Dopo un leggero bacio sulle labbra, lui torna al taxi, lei di nuovo per la sua strada. Il film finisce in un finale criptico che fa intendere forse un proseguimento della loro storia, forse una conclusione amara ma sicuramente molto più incisiva di un finale scontato.

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Voto 5/5

Classificazione: 5 su 5.

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