Recensione “L’ammazzafavole” di Nunzia Caricchio e Sara Ossi

Lucilla, dodici anni e un’innocenza rubata troppo in fretta. Il coraggio di una giovane donna che trova la forza di opporsi ad anni di dolore e ipocrisia, portando con sé un unico desiderio: svegliarsi senza paura.

Abusi, rabbia e indifferenza sono gli scenari quotidiani della vita di Lucilla Carminati, ragazzina timida e introversa, che vede la sua innocenza spezzarsi fin dall’età di dodici anni, vittima degli abusi di un cugino viziato e protetto dalla famiglia materna.

Offuscata da una madre che preferisce tacere, anziché urlare, e ignorata da un padre assente e poco incisivo, Lucilla, in una afosa giornata di luglio, appena dopo il diploma, decide di fuggire dalla sua casa di Napoli per raggiungere l’amica Elena, studentessa a Ferrara.

Nonostante i dolorosi ricordi e i feroci incubi che la attanagliano, Lucilla riesce a costruirsi la vita che ha sempre sognato, studiando architettura di giorno e lavorando come cameriera la sera. Ma quel passato, che le aveva divorato l’anima, un giorno busserà di nuovo alla sua porta, senza lasciarle più alcuna via di scampo.

In un crescendo di emozioni, Lucilla troverà il coraggio di reagire e di iniziare un lungo e tortuoso percorso verso quell’identità di donna da sempre agognata.

Forza, determinazione e solidarietà tutta al femminile, saranno i nuovi scenari della vita di Lucilla, una donna che subisce, piange, cade, ma che si rialzerà sempre; simbolo di donne che soffrono in silenzio, ma che cercano il loro riscatto, senza paura.

Titolo: L’ammazzafavole
Autori: Nunzia Caricchio e Sara Ossi
Editore:  Delos Digital
Genere: Narrativa
Data di pubblicazione: 25 Giugno 2019
Voto: 3/5
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Recensione

Non è un un romanzo semplice da leggere, tantomeno da recensire. 

La crudele violenza che stride con una bellissima Napoli appena evocata rende ancor più surreale la lettura. 

L’orrore non deriva tanto dai deprecabili abusi del cugino di Lucilla, quanto piuttosto dall’omertà più becera e dal cieco maschilismo della famiglia della povera protagonista. Il silenzio delle madri di fronte alla raccapricciante evidenza raggela il sangue, ma è figlio fatto e finito di quanto accennato; soltanto molto tempo dopo la fuga di Lucilla sono forniti i tasselli del mosaico di un comportamento tanto contronatura. 

La breve vita di Lucilla sino alla maturità si può riassumere con un’unico concetto: resistenza. Lucilla non combatte il suo aguzzino, non possiede gli strumenti: è sola in una famiglia in cui egli è incomprensibilmente idolatrato e giustificato in ogni misfatto. 

La partita è persa in partenza, e Lucilla lo capisce con disperata amarezza quando scopre che la madre è al corrente di ciò che le accade ogni sera. E’ chiaro che l’unica opzione percorribile per lei è la fuga verso l’unica persona capace restituirle una boccata d’ossigeno, la sua amica d’infanzia Elena. 

Ma la ragazza si rende conto sin da subito che scappare per sottrarsi ad un ingiusto destino non è una soluzione definitiva. La fuga da Napoli non è terminata con l’arrivo a Ferrara: il sonno è disturbato da incubi terrificanti, le giornate sono fitte di impegni per impedire alla mente di vagare in posti oscuri, le interazioni con il resto del genere umano ridotto alla superficie. Tutti i sintomi di un anima spezzata che non trova pace, tormentata dai demoni che non ha saputo affrontare. 

L’arrivo in condizioni disperate della piccola Angelica sveglia Lucilla dal sopore emotivo e la costringe a prendere in mano la situazione: la storia non si ripeterà, si rifiuta di farle trovare porte chiuse come è toccato a lei. Ed è cosi che Lucilla diventa per la sorellina minore la mamma che avrebbe voluto per se stessa, la guerriera che combatte con le unghie con i denti chiunque tenti di ferire i propri figli. 

E il bello è che ci riesce: sarà proprio quell’istinto materno a cambiare il corso degli eventi. E alla fine vince, e libera Angelica per sempre. 

A Lucilla resta solo una cosa da fare per liberare anche se stessa: è troppo tardi per riappacificarsi con la madre, alla quale nascondere la  perversa verità è costato la vita. Parlarle non è più possibile, ma Lucilla conserva da anni una lettera che non ha mai avuto il coraggio di aprire. 

Al cospetto della sua tomba non è più possibile evitarlo e finalmente i nodi si sciolgono. Le commuoventi parole di Irene traducono un comportamento da inspiegabile a spiegabile. 

Lucilla non lo concepisce, ma comprenderlo e perdonarlo è l’unico modo per chiudere definitivamente il cerchio ed andare avanti. Dopo aver pianto tutte le sue lacrime, esce dalla cappella di famiglia con una preziosa lezione: ‘’mamma, mi hai insegnato tutto quello che non vorrei mai essere’’.

Il romanzo si chiude con un delizioso sipario della famiglia che parte per il mare: Lucilla, Angelica, il papà che finalmente mette davanti a tutto il benessere delle sue bambine. Angelica resterà a vivere con lui e con la simpatica vicina di casa, grottesco personaggio alla quale toccherà fare da madre e da nonna. 

Accomodate nei sedili posteriori, le due sorelle si tengono per mano e si guardano negli occhi sorridendo: non ho visto le loro espressioni ma scommetto che dicevano ‘‘una vita normale è ancora possibile’’. 

E cosi l’automobile si allontana per sempre da quella Napoli bella quanto vuota, verso nuove destinazioni, nuove vite, nuove speranze. 

Unica pecca, mi sarebbe piaciuto che fosse stato dedicato molto più spazio alla battaglia legale delle ragazze, al coraggio dell’ uscire allo scoperto con il proprio bagaglio di brutture, alla pazienza nel vivere una vita in sospeso sino alla sentenza, alla stoica dignità del difendere se stessi. Ma sopratutto sarebbe stato bello leggere della lotta personale delle due sorelle, sopratutto di Lucilla. Dell’accettazione di un trauma, del suo collocamento nella propria vita, dell’insegnamento che se ne vuole trarre. Della paura di fidarsi del prossimo, della vittoria sul terrore di consegnare il proprio cuore a qualcun altro. 

Ecco di Lucilla abbiamo conosciuto soltanto quella triste, tormentata e in fuga perenne. Quella serena, sicura di sè ed aperta alla vita viene solo rapidamente accennata alla fine. Di quella di mezzo non ci sono tracce, ma è proprio di figure come quest’ultima che più abbiamo bisogno, esempio ed ispirazione di quante purtroppo vivono l’inferno quotidiano delle violenze. 

Nessuna notte è tanto buia da impedire al sole di sorgere.

Voto: 3/5


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