Recensione “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa

Un romanzo struggente che può fare per la Palestina ciò che il “Cacciatore di aquiloni” ha fatto per l’Afghanistan. Racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”. Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l’abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snoda la storia di Amal: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L’autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, racconta la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.

Titolo: Ogni mattina a Jenin
Autore:  Susan Abulhawa
Editore:  Feltrinelli
Genere: Narrativa
Data di pubblicazione: 24 Gennaio 2013
Voto: 5/5
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Recensione

È un libro profondo e doloroso , ambientato in una Palestina amata e derubata , defraudata, dei propri diritti umani e dei propri abitanti..uno scorcio di un mondo che ancora e ancora si ripete nei suoi soliti errori. Attraverso la storia di Amal, la nipotina del patriarca della famiglia, Amal moglie, madre ,sorella e amica possiamo rivivere ciò che l uomo non ha mai smesso di fare, la guerra al vicino di casa con cui è stato amico e dal quale è stato aiutato, l impotenza di migliaia di vite costrette a vivere stipate in campi profughi, bambini e uomini derubati dei loro sogni e delle loro case , ma anche la speranza e la forza che nonostante tutto ti permette ancora di, e tutta la vita intorno alla sua famiglia credere nella vita e nonostante tutto ti permette di credere ancora che possa esistere qualche uomo degno di essere chiamato tale. ( e non bestia) E un romanzo storico che ci illustra la questione palestinese sotto un atro punto di vista, il punto di vista arabo, attraverso quattro generazioni, nel 1948 partendo da una vita tranquilla tra campi di ulivi e fichi selvatici e non finendo mai più attraverso guerre, atrocità, fughe e soprusi.

Un libro toccante, in cui le emozioni non possono essere trattenute, si piange, ma si sorride anche a riprova che l’amore, la speranza e l’amicizia sopravvivono anche in mezzo alla miseria umana più profonda.

Lettura consigliatissima..apre anche il cuore più inaridito.

VOTO 5/5


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