Intervista al Soprano Clarissa Costanzo: dal Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli ai palchi più prestigiosi

clarissa

Salve Clarissa, la ringraziamo per aver accettato di essere intervistata da muatyland.com da qualche mese abbiamo infatti deciso di creare questo spazio e dedicarlo ad interviste di giovani promesse e non solo. Tornando a lei, nonostante la sua giovane etá, ha già debuttato ruoli di notevole spessore, come Aida e Amelia da un Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi, o Suor Angelica di Puccini. Come descrivererre la sua vocalitá? Come è cresciuta, dagli inizi dello studio ad oggi e come crede evolverá ancora?
Salve sig.ra Ferrarini,sono io che devo ringraziarla per l’opportunità che mi ha concesso di potermi raccontare a muatyland e complimentarmi per la bellissima iniziativa di cui farà parte quest’intervista.
Detto ciò mi accingo a rispondere, spero esaustivamente, alle sue domande.
Dunque, devo ammettere che mi è sempre risultato particolarmente strano dare delle definizioni riguardo la mia vocalità, perchè le caratteristiche della mia voce, ovvero il timbro, l’estensione e l’intensità sono sempre state alquanto precoci e non esattamente al passo con i miei dati anagrafici.
Tuttavia, al cospetto di una voce giovane, è bene astenersi da qualsiasi tipo di definizione, cercando, con tanto allenamento, di mantenerla elastica, versatile, senza forzare o costringere a un determinato tipo di repertorio
che potrebbe danneggiare in maniera definitiva il prezioso strumento posseduto.
Per questo è molto importante affidarsi ad un bravo maestro che insegni ad usare la tecnica come sostegno della natura vocale, in modo che la definizione della vocalità venga da sè.
Nel mio caso la voce negli anni è venuta fuori corposa, soprattutto nel centro, ed anche abbastanza estesa e versatile con una certa facilità di emissione per acuti e sovracuti,  caratteristiche che insieme ad un timbro deciso e un consistente volume hanno contibuito a definirmi quale soprano lirico, tendente al lirico drammatico.
(* Il ruolo di Suor Angelica non ho avuto la possibilità di debuttarlo in seguito alla vincita dello stesso ad un concorso, poichè la produzione fu annullata)

Ha all’attivo numerose vincite a concorsi internazionali, quali Premio delle Arti “Claudio Abbado”, “Ottavio Ziino” e Voci verdiane di Busseto per citarne alcuni. Come ognuna di queste vincite l’ha arricchita dal punto di vista artistico? Quale vittoria ricorda con maggiore gioia?
I concorsi sono ottimi contesti per farsi conoscere e avere opportunità di confrontarsi con altri artisti, l’importante è armarsi di determinazione, affrontando la competizione in maniera sana e costruttiva, senza prenderla troppo sul serio.
Naturalmente ogni concorso può essere un occasione importante, ma può anche essere un’esperienza circoscritta al contesto per cui non è bene caricarsi di eccessiva ambizione, ricordandosi che il nostro stato psico-fisico condiziona la voce in tutto e per tutto.
In particolare ho un bellissimo ricordo del primo concorso di cui sono vincitrice: il Concorso internazionale “Flaviano Labò”, una competizione biennale che si tiene a Piacenza.
Considerato il livello artistico dei partecipanti e la mia giovane età, mi ritenevo già abbastanza fortunata di essere tra i 10 finalisti su 150 iscritti!
Quando poi hanno annunciato il mio nome durante le premiazioni, sostenuto da un’ovazione fragorosa del pubblico in segno di approvazione, mi sono sentita inizialmente disorientata per l’emozione e l’incredulità,e poi soddisfatta e felice una volta realizzato di aver raggiunto il mio primo traguardo importante.
Un altro bellissimo ricordo è legato al Concorso “Voci Verdiane” che si tiene nelle terre native dell’ immenso M° Giuseppe Verdi, alla cui musica mi sono sempre sentita particolarmente affine.
L’ovazione susseguita alla mia esibizione durante la finale la ricorderò per sempre: un boato indescrivibile per la capienza di un teatro che è un piccolo gioiellino da 307 posti.
Fui l’unica finalista ad essere richiamata in palco per gli applausi, cosa assai rara ai concorsi.
Altro ricordo molto significativo per me è legato al Concorso Internazionale “Iris Adami Corradetti” di Padova: una giuria davvero numerosa e con personalità di spicco dei teatri di tutta Europa,tra cui la sig.ra Elisabeth Sobotka, direttrice artistica del Festival Di Bregenz, il secondo per importanza dopo il prestigioso Festival di Salisburgo in Austria, la quale insieme ai suoi complimenti, m’invitò a partecipare ad una produzione del festival, proponendomi un ruolo da protagonista nel capolavoro Rossiniano “Mosè in Egitto“. Doppia felicità, doppia soddisfazione.


Quale compositore porta nel cuore? Con quale si sente “a casa” e sente di potersi esprimere al meglio? 
Verdi, senza alcun dubbio! Giuseppe Verdi è probabilmente il compositore operistico più amato, non solo dal pubblico, ma anche dai cantanti stessi, pur non essendo affatto semplice da eseguire. E’ certo ch’egli scriveva benissimo per le voci, creando melodie che ne risaltassero le doti.
Tuttavia la maggior parte delle sue opere va affrontata al momento giusto: un’esecuzione esaustiva degli spartiti verdiani richiede una tecnica ben salda, una certa resistenza fisica per sostenere la potenza della massa orchestrale, una vocalità “virile”, drammatica ma agile, caratterizzata da un determinato tipo di accento, pronta ad affrontare cadenze complesse e dinamiche dal pianissimo al fortissimo.
Ecco perchè si è giunti a parlare di “vocalità verdiana“, perchè Verdi è un compositore completo, e pertanto esigente, poichè nei suoi sparititi c’è tutto.
Egli era anche e soprattutto regista delle sue opere: nota è la corrispondenza che teneva con i suoi librettisti affinchè il prodotto finale lo soddisfacesse appieno.
Nulla in Verdi è lasciato al caso e si sente, in buca come in palcoscenico.
Ad oggi ho interpretato da protagonista solo due dei suoi capolavori, “Un Ballo in maschera” e “Simon Boccanegra“, diverse arie e composizioni da camera,ed ogni volta immergersi nella sua musica è inebriante.
Ciò che mi lega particolarmente a questo compositore e che lo rende “mio” più di altri è il suo modo unico di far emergere la passione.
E’ raro non sentire, con le orecchie e con il cuore, e non vedere, quanto siano autentiche le emozioni contenute nelle sue composizioni, che Verdi non si limita a descrivere, ma fa sì che orchestra e cantanti le incarnino per trasmetterle al pubblico.
Altrettanto raro è il non lasciarsi affascinare e coinvolgere dai suoi personaggi, nelle trame dei loro amori, dei loro destini, che anche quando vengono stroncati senza il coronamento della felicità permeano l’anima d’inevitabile bellezza.


Partendo dagli albori, come si è avvicinata alla musica e nello specifico allo studio del canto? Quando ha capito di avere la determinazione necessaria e le potenzialitá per farne una professione?
Ho espresso il desiderio di voler studiare canto all’età di 15 anni, grazie ad un laboratorio didattico extracurriculare che si teneva a scuola.
Mi piacevano Whitney Houston, gli Evanescence, Giorgia e preparavo le loro canzoni per gli spettacoli di fine anno.
Le mie performance ottenevano un grande successo e ne ero felice, ma sentivo che c’era dell’altro.
La voce era naturalmente portata per l’impostazione lirica, così decisi di cambiare rotta.
E’ stato abbastanza strano: in casa non c’era una particolare cultura operistica, ho fatto tutto da sola.
Ho preparato due arie d’opera “a orecchio”, senza sapere neanche come fosse fatto uno spartito e sono andata a Napoli per tentare l’ammissione in Conservatorio.
Ricordo che c’erano solo 6 posti disponibili e questo metteva in tensione più i miei genitori che me.
Non era la presunzione, bensì la determinazione nel voler intraprendere questa strada a suggerirmi che ce l’avrei fatta.
Ad oggi non so spiegarmi come sia avvenuto quel radicale cambiamento: non si possono assumere posizioni intermedie per l’opera, o la ami o la odi.
Io me ne sono innamorata e la amo ogni giorno di più.
La presa di coscienza delle proprie potenzialità viene col tempo, con i progressi accertati, con i risultati ottenuti, con le osservazioni, la fiducia e la stima di personalità come musicisti, direttori artistici e altri cantanti con maggior esperienza.
Io ho sempre avuto un atteggiamento molto critico sul mio lavoro, devo ripetermi spesso di essere un pò più indulgente con me stessa,perchè la perfezione non esiste e non è sempre costruttivo pretendere troppo da sè stessi,anche se i miei maestri hanno sempre sotenuto che è questo il giusto modo di maturare, sapendo di non potersi ritenere mai arrivati nel perseguire i propri obiettivi.
costanzo


In questi anni ha cantato in Teatri di tradizione come il Teatro San Carlo di Napoli e con artisti che hanno fatto la storia, come il M° Leo Nucci. Come ricorda nello specifico questi due avvenimenti? 
Io non sono napoletana, ma mi ci sento, dopo aver vissuto e studiato qui per un lungo periodo, per cui cantare al Massimo Napoletano dopo pochi mesi dal diploma, è stata un’emozione indescrivibile. Avevo 24 anni e ho interpretato un piccolo ruolo nella “Norma” di V. Bellini accanto a Mariella Devia, uno dei soprani italiani una artista impareggiabile del Belcanto italiano.
Nei primi anni di studio mi recavo al San Carlo da spettatrice e giuravo a me stessa che quando sarei salita su quel palcoscenico prima di tutto lo avrei baciato, non immaginando minimamente che da li a poco mi sarei inginocchiata su quelle tavole per farlo davvero.
Lavorare su certi palcoscenici con coloro che hanno fatto la storia dell’opera è un privilegio, da tutti i punti di vista.
S’impara ascoltando, osservando, si “ruba” il mestiere, come si suol dire, s’impara a capire l’artista che vogliamo diventare.
L’incontro con il M° Nucci è stato speciale, come d’altronde è egli stesso, come persona e come artista.
Ho partecipato a tre allestimenti di cui ha curato la regia (“L’Amico Fritz” di P. Mascagni, “Un Ballo in Maschera” e “Simon Boccanegra” di G. Verdi) partendo dal Teatro Municipale di Piacenza, per proseguire al Teatro Alighieri di Ravenna e il Comunale di Modena.
Nucci è uno degli interpreti verdiani per eccellenza e grazie a lui ho ampliato e consolidato le mie conoscenze sull’ approccio allo spartito, sull’analisi del libretto e la genesi dell’opera, sulla resa della “parola scenica” che era molto importante per Verdi, talvolta più della voce stessa.
Inoltre ho avuto il piacere e l’onore di cantare al suo fianco in diversi concerti e un Galà in forma scenica per celebrare i suoi 50 anni di carriera.
Leo Nucci è un uomo in cui umiltà, intelligenza, abnegazione, ardore si uniscono a formare l’artista che tutt’oggi incanta milioni di persone.
Questa è la migliore lezione che ritengo aver imparato da lui: servire l’arte con ogni parte di me, non per dimostrare quanto sia brava, ma quanto è bella la musica.

Lei è diplomata con Lode e Menzione speciale presso il Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli. Che ricordi ha degli anni in Conservatorio? Che opportunitá concrete le sono state date dall’istituto?
Gli anni del conservatorio sono stati fondamentali per la mia formazione musicale senza la quale non sarei mai riuscita a fare un solo passo nel mondo del teatro d’opera.
Solfeggio, storia della musica, pianoforte ma anche arte scenica e canto corale sono alla base della mia preparazione che mi ha permesso di affrontare lo step successivo, ossia il debutto dei ruoli affrontati finora.
Ricordo lunghe giornate e nottate di studio, ma anche tanto divertimento, concerti emozionanti, conoscenze di maestri e artisti straordinari,e l’aura particolare dell’istituto, che dal 1800 svolge la funzione importantissima di formare artisti che hanno saputo distinguersi nel panorama musicale nazionale ed internazionale.
Basti pensare a Vincenzo Bellini, Giovan Battista Pergolesi, Salvatore Accardo e Riccardo Muti.
Come dimenticare poi le bellissime opportunità di esibirmi in diversi concerti e un ruolo protagonista nell’opera “I Dialoghi delle Carmelitane” di F. Poulenc che fu messa in scena nelle sale e nei chiostri del Conservatorio stesso, che è un ex convento, come spettacolo itinerante.
Capolavoro che nasce in lingua francese, ma che si volle tradurre in Italiano per favorire al pubblico la comprensione della struggente storia di queste 12 monache di clausura,
le quali durante il periodo della Rivoluzione Francese furono accusate di essere delle reazionarie, nemiche della patria,
che accaparravano ricchezze e ospitavano i fuggiaschi. Verranno pertanto arrestate e mandate al patibolo, sorte che affronteranno con coraggio, pronunciando il voto di sacrificare la propria vita affinchè la religione cattolica possa sopravvivere in Francia.
Devo dire che come primo ruolo è stato abbastanza complesso emotivamente e musicalmente, ma ne conservo un ricordo emozionante.

Ogni cantante ha almeno un ruolo che porta nel cuore, potrebbe svelarci il suo? Quale dei ruoli giá debuttati invece l’ha messa di più alla prova?
Il ruolo del cuore è Amelia di “Un Ballo in Maschera“.
Trovo che quest’opera sia perfetta nella sua passionalità, espressa sempre con estrema eleganza. La psicologia dei personaggi è molto interessante e di conseguenza anche le loro interrelazioni.
Nello specifico il mio personaggio è pieno di sensi di colpa per essersi innamorata del migliore amico di suo marito, e pur essendo da lui ricambiata,
ci racconta di volersi liberare di questo amore a qualunque costo, illudendosi di poterlo estinguere dal suo cuore assumendo un’erba magica,
per poter proseguire la sua vita di moglie e di madre. Mi dilungherei troppo nel riportare la trama completa, ma posso ritenere quest’opera una di quelle che maggiormente risalta il conflitto interiore, su ciò che siamo e sulla “maschera” che usiamo per mostrarci agli altri. I numeri musicali che si susseguono sono uno più bello dell’altro, per tutte le voci coinvolte. L’impianto drammaturgico e quello orchestrale si fondono in momenti di sublime bellezza.
Il ruolo invece che credo mi abbia messo maggiormanete alla prova è stato quello di Aida, personaggio che ho interpretato in giovanissima età nell’ambito di un bellissimo progetto scolastico organizzato dall’As.Li.co, che coinvolge bambini e ragazzi dai 6 ai 13 anni, e che seppur in versione ridotta non è stato semplice da affrontare, soprattutto perchè la maggior parte delle recite si svolgevano al mattino,ed è abbastanza noto quanto sia difficile per un cantante attivare la muscolatura quando la sveglia suona alle 6! Ma è stata un’esperienza davvero indimenticabile, uno spettacolo di giovani per i giovani; i bambini e i ragazzi sono un pubblico straordinario, sincero fino in fondo e poi erano proprio loro ad intonare i cori dell’Opera con i copricapi e il trucco da egizi. Insomma, una festa che faceva dimenticare ogni difficoltà.

Dal punto di vista drammaturgico c’è un’opera anche al di fuori del suo repertorio che predilige rispetto alle altre? Parlando di personaggi invece?
Dopo aver ampiamente parlato di Giuseppe Verdi, è d’uopo ch’io le riveli quanto mi piacerebbe interpretare alcuni ruoli di un compositore che occupa l’altra metà del mio cuore: Giacomo Puccini.
Le opere di quest’ultimo sono senz’altro uno step persino successivo, o talvolta parallele a quelle verdiane, sicuramente per difficoltà tecnica e per la facilità con cui ci si lascia trasportare dalla musica, il che per un interprete che non sa ancora gestire il suo strumento può essere deleterio.
Occore inoltre una completa maturazione personale per poter penetrare la psicologia dei personaggi e vocale per poter sostenere la linea di canto.
Sa, qualsiasi ruolo può essere relativamente facile o difficile, l’importante è saper comprendere quale sia il momento giusto per interpretarlo.
Detto ciò attenderò pazientemente il giorno in cui sarò pronta per realizzare i miei sogni nel cassetto che sono, non necessariamente nell’ordine, Tosca, Suor Angelica e Madama Butterfly.

Dove potremmo vederla nella prossima stagione? Sta preparando dei nuovi debutti?
Ci sono degli impegni in vista per i quali attendo ancora una conferma, per cui preferisco aspettare il momento giusto per annunciarli.
Resta il fatto che si è sempre in preparazione, non si smette mai di studiare, anche perchè è così bella la parte dello studio, lo sviluppo della voce, la costruzione dei personaggi, la scoperta di riuscire in qualcosa che fino a ieri ci sembrava impossibile poter realizzare.
E’ un mestiere affascinante, nonostante tutti i sacrifici, le sofferenze, i turbamenti e le crisi, senza le quali d’altronde non riusciremmo mai a migliorare.

Ringraziandola per l’intervista, ne aprofittiamo per chiederle un’ultima cosa. Quali sono le sue speranze per il futuro?
Le mie speranze per il futuro sono rivolte alle nuove generazioni affinchè sempre più giovani, partendo dall’educazione scolastica, scoprano che la musica classica è tutt’altro che noiosa, che possano avvicinarsi all’opera ed imparare ad amarla, perchè dietro quelle trame d’intrighi amorosi, complotti politici, battaglie e aventure, si parla di ciò che siamo noi, in un linguaggio che sembra antiquato, ma non lo è affato.
E’ una fetta importantissima della nostra storia, un vanto culturale che tutto il mondo ammira, ricerca e sostiene.
Vorrei che si sapesse che senza Verdi non avremmo avuto il rock e senza Puccini il jazz, che ci s’incantasse di fronte alla potenza della musica di quelli che una volta erano gli idoli del momento.
Inoltre, per siffatte ragioni, vorrei che le istituzioni tutelassero con grande attenzione il melodramma e tutto il sistema che lavora per permetterne la realizzazione, in quanto patrimonio dell’umanità di cui noi italiani siamo inventori e detentori.

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