
Ritrovare Rosanna Lo Greco a distanza di sette anni dal nostro ultimo incontro, nel 2019, significa fare un viaggio attraverso una metamorfosi artistica e personale di straordinaria bellezza. Se già allora ne avevamo apprezzato il talento e la dedizione, oggi ritroviamo un soprano nel pieno della sua maturità vocale e consapevolezza espressiva. Gli ultimi anni hanno segnato per lei una svolta importante: un percorso di ricerca profonda, guidato dal Metodo DaltroCanto e da una rinnovata consapevolezza corporea, che l’ha portata a esplorare ruoli di grande spessore drammatico e vocale — da Tosca a Lady Macbeth —, fino ai prossimi attesissimi debutti come Mimì in Corea e Liù a Torre del Lago. Con la consueta generosità e una rara luce interiore, Rosanna si racconta in questa intervista, condividendo le tappe, le sfide e le grandi emozioni di questa sua transizione artistica.
Negli ultimi anni la tua carriera ha visto una svolta importante, scandita da nuovi debutti e prestigiosi riconoscimenti. Cosa ti ha spinto a esplorare questo nuovo percorso e con quali criteri hai selezionato i ruoli che hanno segnato questa tua transizione artistica?
Grazie Martina, è un piacere essere qui con te e rispondere alle tue domande. Negli ultimi anni ho avvertito con chiarezza il bisogno fisico ed emotivo di avvicinarmi a ruoli di diverso spessore. I personaggi che avevo interpretato fino a quel momento, pur affrontati con dedizione assoluta, avevano iniziato a starmi stretti e non erano più pienamente compatibili con la mia evoluzione fisica e psicologica. La scelta dei nuovi ruoli non è nata da una strategia di carriera né dal desiderio di ottenere riconoscimenti, ma da un’esigenza profonda: ritrovare una verità artistica davvero aderente a ciò che stavo diventando. Ho iniziato così a cercare personaggi che mi offrissero un respiro espressivo ampio.
In questo passaggio non sono stata sola. Accanto a me c’è stata una figura fondamentale, il soprano Donata D’Annunzio Lombardi. Il suo lavoro, estremamente preciso sul piano tecnico e fisico, ma soprattutto continuo e attento, mi ha permesso di costruire nuove e solide memorie muscolari e meccaniche. Il Metodo DaltroCanto, che ha guidato e continua a guidare il mio percorso, si fonda sulla consapevolezza delle dinamiche profonde del corpo e della loro relazione diretta con la voce. Il lavoro parte dalla colonna vertebrale e dal sistema osteo‑muscolare, sviluppando un ascolto propriocettivo che permette di percepire dall’interno ciò che accade nel corpo, riconoscere le tensioni e lasciarle andare attraverso una respirazione funzionale e un corretto allineamento posturale. In questo processo diaframma, laringe e corde vocali lavorano in sinergia, consentendo alla voce di emergere in modo naturale e libero. Pur nella sua visione innovativa, il metodo affonda le radici nei principi della scuola classica, riletti alla luce della biomeccanica e della consapevolezza corporea contemporanea.
Questo approccio trova ulteriore risonanza nelle discipline che ho praticato nel tempo, come Gyrokinesis, Pilates, Tai Chi, Qi Gong e nuoto, che mi hanno aiutata a sviluppare grande consapevolezza del corpo, ed una fluidità ed elasticità fisica e vocale. Ho lavorato non solo sull’aspetto tecnico in senso stretto, ma anche su una dimensione più interiore e fisica del suono, liberando progressivamente tensioni inutili e automatismi che ne limitavano l’espansione. Sono arrivata così ad ottenere una vocalità ricca, duttile e timbricamente luminosa. È stato un processo lungo ma costante, ed è grazie a questa ricerca che oggi posso affrontare con sicurezza un repertorio vasto e consistente. Da qui, in modo naturale, sono arrivati i ruoli giusti. I riconoscimenti sono giunti in seguito, come una conferma e non tanto come un obiettivo
La critica recente loda unanimemente la tua voce, definendola “luminosa, morbida, ricca di armonici e capace di correre con facilità in grandi spazi teatrali”. Qual è stato il percorso di studio e di ricerca tecnica che ti ha permesso di raggiungere questa piena maturità vocale?
Ho lavorato non solo sull’aspetto tecnico in senso stretto, ma anche su una dimensione più interiore e fisica del suono. Ho cercato di eliminare progressivamente tensioni inutili e automatismi che potevano limitarne la naturale espansione, perché ho compreso quanto la voce abbia bisogno di spazio, libertà e radicamento per esprimersi davvero.
Questo approccio mi ha permesso di accedere a una vocalità più voluminosa, che si è arricchita di armonici e luminosità. È stato un processo lungo ma costante, ed è grazie a questa ricerca che oggi posso affrontare con maggiore sicurezza un repertorio più ampio.
C’è stato un ruolo in particolare che ha fatto da “ponte” in questa tua evoluzione, segnando il definitivo passaggio al nuovo repertorio? Ti va di raccontarci come lo hai affrontato?
Non si è trattato di un passaggio improvviso. In una prima fase ho preparato diverse arie, presentandole anche in concorso, tratte da Adriana Lecouvreur, Il trovatore, Un ballo in maschera, Madama Butterfly e altri titoli, ottenendo riconoscimenti e premi che hanno segnato e valorizzato le tappe del mio cammino.
Alcuni personaggi hanno avuto un ruolo fondamentale nel preparare il terreno a questa evoluzione, spingendomi verso una maggiore ampiezza espressiva, una diversa densità del suono e una presenza scenica e vocale più profonda. Successivamente è arrivata Tosca: il suo debutto ha rappresentato un vero punto di svolta. L’ho preparata come avrei preparato qualsiasi altro ruolo, con lo stesso rigore e la stessa attenzione al dettaglio, lavorando frase per frase, atto per atto, unendo tecnica, fraseggio e interpretazione, affrontando con una cura minuziosa anche i passaggi più difficili.
Il mondo delle emozioni mi ha sempre affascinata. Provengo dall’area delle scienze umane: ho frequentato il Liceo delle Scienze Sociali a Venezia. Un percorso che mi ha insegnato ad osservare l’essere umano nella sua complessità e nelle dinamiche relazionali e sociali. Un bagaglio prezioso per l’interpretazione e la costruzione di ogni personaggio.
Di recente sei stata applaudita a Livorno nel ruolo della protagonista ne La vedova allegra. Come hai vissuto questa esperienza e qual è stato l’aspetto più stimolante — sia scenico che vocale — nel dare vita al personaggio di Hanna Glawari?
Avevo già debuttato questo ruolo a Lecce, sempre con la regia di G. Vaccari e A. Idonea, quindi a Livorno l’ho affrontato con maggiore consapevolezza e con una tranquillità diversa, potendomi concentrare ancora di più sul personaggio. Ho cercato di dare vita a una figura scaltra, frizzante ed elegante, senza rinunciare alla sua dimensione più profonda.
È stata un’esperienza molto bella, divertente e allo stesso tempo impegnativa. La vedova allegra ha un linguaggio completamente diverso rispetto al repertorio pucciniano: più leggero e brillante, ma non per questo meno complesso dal punto di vista vocale. Ho lavorato molto sia sull’attorialità sia sulla tecnica, curando le sfumature dell’emissione nei passaggi strategici e nei momenti chiave della partitura. Hanna Glawari può ricordare una Musetta in una dimensione più evoluta e strutturata: conserva quella freschezza e quella capacità di gioco e seduzione scenica, ma con una scrittura musicale e una maturità del personaggio più complesse e sfaccettate. La mia vocalità lirica si adatta bene a questo ruolo e, in un certo senso, posso considerarlo un altro ruolo‑ponte. È stato molto stimolante potermi esprimere attraverso più linguaggi: canto, recitazione, dialoghi parlati e movimento scenico, mantenendo sempre spontaneità e credibilità, senza affettazioni.
Alla luce di questi ultimi, importanti debutti, c’è qualcosa di nuovo che hai scoperto su di te come donna e come artista?
Ho scoperto di avere una forza interiore più grande di quanto immaginassi. Ho capito che ho ancora molto da raccontare e che la maturità non è un traguardo, ma un processo continuo. Quando si lavora con amore, dedizione e verità, si possono affrontare molte sfide.
Come donna ho imparato a riconoscere il mio valore, a difendere i miei tempi, i miei spazi e la mia sensibilità. Mi piace ricordare a me stessa che è bello lasciarsi sorprendere dalla vita, accogliere il cambiamento e permettere alla propria luce di brillare senza paura.

Affrontare una nuova partitura in questa fase della tua maturità richiede una consapevolezza diversa. Come ti prepari oggi per un nuovo ingaggio e quali sono le figure chiave (maestri, vocal coach, registi) che ti affiancano e stimolano la tua crescita professionale?
In qualsiasi ambito della vita è raro arrivare a un risultato da soli. Dietro ogni traguardo c’è sempre una rete di persone, un lavoro di squadra fatto di stima e sostegno. Nel mio percorso le figure che mi affiancano sono fondamentali: la mia vocal coach, che mi guida nella costruzione tecnico‑interpretativa, e i maestri collaboratori, con cui entro nel dettaglio musicale grazie alla loro esperienza diretta in ambito teatrale.
Cerco sempre di presentarmi alle prove in teatro con un’idea precisa, con una mia visione del personaggio e dello spartito, ma considero altrettanto importante il confronto. Talvolta questa idea iniziale si conferma, altre volte si arricchisce e si trasforma grazie allo scambio con direttori e registi, che offrono una lettura drammaturgica e teatrale del ruolo più ampia e personale.
È proprio in questo dialogo continuo che il lavoro prende forma e si approfondisce, permettendomi di arrivare al debutto preparata e flessibile. Sto inoltre collaborando con la manager Priscilla Baglioni, con cui condivido una visione forte e una fiducia reciproca.
La critica ti riconosce una straordinaria naturalezza espressiva anche nei momenti drammaticamente e tecnicamente più impervi, come nel caso di Lady Macbeth. Ti ritrovi in questa definizione? Come riesci a mantenere intatta la fluidità del canto quando il ruolo richiede una tensione così estrema?
Mi ritrovo in questa definizione. La naturalezza, però, non è qualcosa di immediato: è il risultato di un lavoro metodico. Con il tempo si impara a conoscere meglio il proprio strumento e a non avere più timore di mettersi in gioco, anche davanti a ruoli estremi.
Quando interpreto un ruolo come Lady Macbeth, e mi auguro di poterne affrontare sempre di più, la tensione drammatica è altissima, ma cerco di mantenere mente e corpo in uno stato di equilibrio: rilassati e al tempo stesso vigili e reattivi, senza rigidità. Questo ruolo richiede molta energia, ma te ne restituisce altrettanta. Per me la chiave sta nell’interazione tra tecnica, emozione e intenzione: non sono elementi separati, ma parti che si influenzano continuamente. Quando questo dialogo funziona, la voce trova la sua strada, anche nei passaggi più complessi. Lì nasce la magia.
Il futuro artistico si preannuncia ricco di sfide. Quali saranno i tuoi prossimi debutti in agenda e quali sono, invece, quei ruoli che senti già “maturi” e che sogni di portare presto sul palcoscenico?
In estate sarò impegnata in diversi concerti all’interno di alcuni festival e, successivamente, in Ottobre debutterò in Corea ne La Bohème nel ruolo di Mimì. È un personaggio che tocca corde profonde e che sento particolarmente vicino. La mia ultima importante produzione di Bohème è stata al Teatro La Fenice, con la direzione del maestro S. Ranzani e la regia di F. Micheli: un’esperienza intensa che mi ha vista protagonista nell’altro ruolo femminile, quello di Musetta, e che oggi rende questo passaggio verso Mimì una transizione naturale e coerente.
Al rientro mi attende un concerto dedicato alle arie di Tosti e a brani inediti del Novecento, un progetto che rappresenta una parte importante della mia ricerca artistica. Guardando più avanti, nel 2027 interpreterò Liù a Torre del Lago. È un ruolo che ha bisogno di tutto: della voce, del cuore e del coraggio. Un debutto che mi permetterà di esprimere pienamente la mia maturità tecnica e interpretativa.
Ci sono anche altre novità che si definiranno strada facendo e che avrò piacere di condividere più avanti. Tra i ruoli che desidero affrontare presto ci sono Leonora ne Il trovatore e Aida, due personaggi meravigliosi del repertorio verdiano, molto diversi tra loro ma entrambi di grande profondità vocale e drammatica. Sicuramente anche Madama Butterfly, un ruolo lungo, ricchissimo di sfumature e di estrema sensibilità. Accanto a questi c’è Norma, che considero uno dei ruoli più complessi e affascinanti del repertorio: una prova totale di resistenza e precisione.
Il momento in cui si alza il sipario: cosa provi quando ti trovi faccia a faccia con il pubblico e qual è il messaggio o l’emozione più grande che desideri trasmettere a chi ti ascolta?
Quando mi trovo davanti al pubblico, la mia anima vibra intensamente e il mio desiderio più grande è creare un legame autentico, un contatto vero attraverso il canto, il racconto, la gestualità e la mimica del volto. Vorrei che chi mi ascolta riuscisse a percepire la verità e la sincerità della storia che sto raccontando. Non cerco la perfezione, anche se naturalmente per me è importante: cerco la comunicazione. Se riesco ad arrivare al pubblico e a far nascere anche solo una piccola emozione, allora sento di aver fatto bene il mio lavoro.
Guardando al futuro dell’opera, ci sono molti giovani cantanti che vorrebbero una brillante carriera. Qual è il consiglio più prezioso che ti senti di dare loro per affrontare questo mondo così affascinante ma anche così complesso?
In questo mestiere non esistono scorciatoie.
Le cose belle richiedono pazienza. Non tutto deve arrivare subito: è fondamentale attraversare le diverse fasi della crescita artistica e professionale, accettando anche la fatica che questo percorso comporta. Ogni tappa contribuisce a costruire una consapevolezza più solida e prepara l’artista ad affrontare sfide sempre più importanti.
Direi ai giovani di studiare con metodo, costanza ed umiltà. Di ascoltare, osservare, mettersi in gioco ogni giorno e trovare il coraggio di superare i propri limiti. La voce è un dono di Dio, un dono prezioso che va rispettato, protetto e accompagnato con grande responsabilità, senza forzature e concedendole il tempo necessario per il suo naturale sviluppo. Direi loro di scegliere punti di riferimento che sappiano davvero ispirare, che rispecchino i valori, la disciplina e la visione artistica che desiderano costruire. Di non imitare nessuno e di non spegnere la propria luce. L’unicità è la risorsa più preziosa che si possiede.

Con questa profonda riflessione sull’unicità e sulla responsabilità dell’arte, Rosanna Lo Greco non ci offre solo la fotografia di una splendida carriera in piena ascesa, ma anche una preziosa lezione di vita e di rigore professionale. Dal nostro incontro nel 2019 a oggi, la sua evoluzione traccia una linea chiara: quella di un’artista che non teme il cambiamento, ma lo accoglie come linfa vitale. Ringraziamo di cuore Rosanna per il tempo che ci ha dedicato, per la sincerità con cui si è raccontata e per la luminosa autenticità che, siamo certi, continuerà a incantare i palcoscenici internazionali.