Anni Settanta. Gli anni dell’hard rock e dell’heavy metal. Gli anni della gioventù in lotta contro l’ordine dei padri. Gli anni della rivoluzione sessuale. Lei, Francesca, studentessa universitaria, nel fiore della giovinezza. Lui, Thomas, alpinista di fama internazionale, già quarantenne e all’apice di una leggendaria carriera sportiva. Si conoscono durante “una notte di eccessi e follie”. Tra i due nasce subito una forte intesa, un amore che si nutre della passione, altrettanto forte, per le montagne, per la vita avventurosa e selvaggia fino a quando Thomas scompare sulla Grande Montagna, in circostanze misteriose, durante una spedizione alpinistica in Himalaya. Per Francesca la vita improvvisamente si ferma, sospesa nella lunga interminabile lotta contro l’inaccettabile quotidianità del vuoto, nella speranza di sorprendere un giorno Thomas “aprire di nuovo il cancelletto sotto al melograno” e tornare a casa. La Grande Montagna è la metafora potente ed elusiva di questa attesa scandita dai frammenti temporali, ricomposti nella memoria dei rimandi suggestivi, dove Francesca e Thomas riflettono l’intimità più vera, di solitudine e smarrimento, nel rivivere il ricordo di un sentimento che si nutre della speranza per un nuovo futuro. Anime nude, prigioniere delle proprie illusioni, che nell’evolversi degli accadimenti vissuti tra i mistici scenari dell’Himalaya e gli idilliaci paesaggi del Tirolo, trovano infine la via possibile di riscattare se stesse.
Titolo: Metànoia
Autore: Luciano Caminati
Editore: Polaris
Genere: Narrativa
Data pubblicazione: 11 Febbraio 2016
Voto: 4/5
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Recensione
Bentornati a tutti! Oggi torno a scrivervi per inaugurare una nuova collaborazione con l’autore Luciano Caminati. Dopo aver letto quest’estate I demoni del Sepik (di cui trovate la recensione [qui]), vi parlo di “Metànoia”. A differenza della precedente opera indipendente, questo volume è stato pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Polaris.
Sullo sfondo vibrante degli anni Settanta, un’epoca segnata dal fragore dell’hard rock e dal desiderio di rottura generazionale, si consuma l’incontro tra due mondi distanti: Francesca, giovane universitaria carica di vita, e Thomas, alpinista leggendario che ha già superato i quarant’anni. Il loro legame nasce in una notte di eccessi, trasformandosi rapidamente in un amore viscerale che trova nelle vette selvagge il suo specchio e il suo nutrimento.
Tuttavia, il destino si spezza tra le ombre dell’Himalaya. Quando Thomas scompare nel nulla sulla Grande Montagna, l’esistenza di Francesca si cristallizza. La narrazione ci immerge in un’atmosfera talmente vivida che sembra di percepire il freddo pungente e la neve che sfiora il viso, rendendo tangibile il contrasto tra la bellezza dei paesaggi tirolesi e l’abisso del vuoto interiore.
Ma la Grande Montagna non è solo il luogo della tragedia; è un’entità ambivalente. Per Thomas è stata l’amante assoluta, quella priorità che lo ha spinto a mettere in secondo piano l’amore e senza saperlo persino la paternità. Per Francesca, invece, la montagna diventa il terreno sacro per l’elaborazione del lutto.
Il suo cammino tra i sentieri non è una semplice ascesa fisica, ma un pellegrinaggio dell’anima verso l’accettazione. Attraverso la fatica del passo e l’immersione in una natura descritta con precisione quasi sensoriale, la protagonista impara ad abitare il vuoto, ad integrare l’assenza, capendo che chi abbiamo perso non tornerà, ma continua a esistere nel modo in cui guardiamo il mondo. Trasformando il dolore in una nuova consapevolezza e trovando finalmente la via per liberarsi dalle prigioni della memoria.
Quella che inizia come una fuga dalla realtà si trasforma in una metamorfosi necessaria. Tra le vette mistiche e i ricordi che riaffiorano come frammenti di ghiaccio, Francesca comprende che accettare la perdita non significa dimenticare, ma trovare il coraggio di continuare a camminare, anche quando il sentiero si fa solitario.
Chiudendo il libro, la riflessione che resta nel cuore del lettore si posa sulla figura di Andrea, il figlio della coppia. È attraverso la sua esistenza che si comprende davvero il peso della “Grande Montagna”.
Come lettore, non posso che vedere in quella vetta il simbolo di tutto ciò che ci sovrasta e ci sottrae qualcosa: la montagna ha preso Thomas, ma ha anche forgiato la nuova Francesca. Il gigante di pietra smette di essere un nemico e diventa il luogo della riconciliazione.
La lezione profonda che porto con me da queste pagine è che il faticoso cammino in salita non è un modo per dimenticare, ma l’unico sentiero possibile per imparare finalmente ad accettare. Si comprende, passo dopo passo, che il dolore non è un elemento estraneo ma una parte integrante del paesaggio, una presenza costante e affilata come una cresta di roccia contro il cielo.
In questo epilogo, la Grande Montagna si trasforma infine in una forma di pace: non più un luogo di morte, ma lo spazio sacro dove il lutto si trasforma in eredità e dove noi, insieme ai protagonisti, impariamo finalmente a lasciar andare. In questo orizzonte, la figura di Andrea rappresenta il culmine del viaggio: egli è la prova vivente che la vita prosegue nonostante l’abbandono, una nuova cima che sorge rigogliosa proprio dalle ferite e dalle vette tormentate che l’hanno preceduta.

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