“La nona porta” (1999) di Roman Polansky

Una storia di esoterismo, una ricerca che diventa ossessione e che gira intorno a tre libri malvagi che servirebbero per aprire le porte al diavolo in persona. Il modo di narrare di Polanski è ricco di immagini potenti, capace di invaghire lo spettatore con sequenze inaspettate e portando al massimo la narrazione tramite immagini come solo i migliori maestri del cinema sanno fare. Il risultato è una storia che trascina dall’inizio alla fine.

Johnny Depp interpreta Dean Corso, uno studioso di libri rari. Li ricerca, li valuta e li acquista per i suoi clienti. Boris Balkan (Frank Langella), ricco collezionista appassionato di satanismo e esoterismo gli chiede di confrontare la sua copia delle “nove porte”, antico volume che nasconderebbe l’enigma per evocare il diavolo, con le sole altre due copie esistenti. Una sotto la proprietà di Fargas, collezionista portoghese, e l’altra della baronessa Kessler, a Parigi. Nella sua ricerca, Dean sarà braccato da un losco individuo che vuole la copia di Balkan ma aiutato da una misteriosa ragazza bionda (Emmanuelle Siegner) riconoscibile dai calzini dai colori diversi.

Quella de “la nona porta” è una storia che prende i suoi tempi e non ha una narrazione tendenzialmente veloce, ma racconta magistralmente attraverso le immagini e grazie alla superba regia di Polansky. Vedasi la prima scena, emotivamente e visivamente potente che mostra un ufficio dalla luce fumosa e arancione. La fotografia è stupenda per i suoi tanti colori, non così vividi ma con un bellissimo uso dell’illuminazione e che lascia tante immagini scolpite nella mente. Geniale inoltre anche la colonna sonora, che usa un tema ripetuto e buffo, che spezza l’atmosfera con la narrazione, assomigliando più ad una fanfara comica più che a un motivo cupo e inquietante che si sposerebbe con il film.

L’interpretazione di tutti gli attori è ottima. Emmanuelle Siegner, nonostante non si limiti a troppe scene è comunque efficace nel portare un personaggio assente e presente, misterioso e statico, che sembra proprio essere lì in un ruolo esterno e distante da tutto il resto. Ma questa affermazione la rivediamo più tardi quando procederemo all’interpretazione del finale. In più mi è piaciuto personalmente tanto Johnny Depp, in un ruolo stavolta dove mai fa uscire la sua ironia o il suo divertente modo di recitare sopra le righe. È invece qui composto e determinato, avido di soldi e sempre più ossessionato dalla ricerca che sta facendo per uno sviluppo del suo personaggio verso una rivelazione che in realtà può essere multi interpretativa e che molti critici hanno bocciato.

Ma dove va a parare quindi la storia? Per farlo occorre fare alcuni spoiler, quindi, se vi interessa, tornate dopo aver visto il film per vedere se la pensate come me. L’intenzione di Balkan è avere informazioni dalle altre due copie così da poter completare l’enigma, il rituale che gli permetterebbe di aprire le porte dell’inferno e far entrare lucifero nel mondo. Nel finale del film però, tutto fa sembrare che, e ritorniamo alla mia affermazione di prima sulla Siegner, che in realtà sia lei il diavolo; fotografata stupendamente da Polanski nella scena di sesso e donandole una parvenza di “demonicitá” che non si può non prendere in considerazione. Ma quindi perché quando Depp torna al castello, nell’ultima scena del film, tutto si illumina e si accende dando il senso che la nona porta, che darebbe accesso al diavolo, si apra solo in quel momento? La risposta sembra stare nell’accortezza, nello stare attenti ai dettagli, cosa essenziale in film di certi registi. Uno dei disegni sul libro infatti, rappresenta nient’altro che una donna, dai lineamenti volutamente simili a quelli di Emmanuelle Siegner, che cavalca un’idra a più teste di fronte ad un castello. Quella scena noi l’abbiamo già vista pochi minuti prima nel film: è la scena di sesso citata prima tra lei e Depp. L’idra rappresenta quindi il protagonista, Dean Corso, che poi nel finale non esce dall’inferno, ma varca la porta rientrando nel suo regno. Un protagonista che realizza, senza che ci venga detto, di essere lui il diavolo, e che l’obbiettivo di Balkan era sì di aprire le porte, ma mentre questi si aspettava che servisse a far venire il diavolo sulla terra, serviva bensì a farlo tornare all’inferno. Ma perché il diavolo dovrebbe tornarci? Non sta già lì? Per rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro di trenta anni, verso un altro film di Polanski. Il suo più famoso: Rosemary baby. Storia di una ragazza che nel finale partorisce l’anticristo. La venuta del diavolo sulla terra, diavolo che una volta formato deve accedere all’inferno e reclamarlo di diritto. Il finale de “La nona porta” non sembra altro che un sequel non dichiarato di Rosemary Baby.

In conclusione, anche se il finale non fosse così, ma magari tirato via, criptico e irrisolto, il film non perderebbe comunque di nulla la sua bellezza, tanto la narrazione scorre incredibilmente anche senza essere troppo rapida, grazie a un equilibrio di tutti gli elementi narrativi che rendono la visione stupefacente. Un film per giunta che non è invecchiato di una virgola. Da vedere per forza.

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