“Rifkin’s festival” (2020) di Woody Allen

49esimo film del maestro Woody Allen che con i suoi ormai 85 anni riesce ancora a girare film non banali sebbene questo abbia tutta la forma di una commedia sentimentale molto italiana. Uno scrittore e sua moglie giornalista si innamorano rispettivamente di una dottoressa e di un giovane regista. Sembra la storia più vecchia del mondo, quasi un cinepanettone, ma come tutti i film di Allen, sono i personaggi, stratificati e caratterizzati fino all’ultimo capello a far si che la trama non sia la solita che ci aspettiamo. Un’opera certamente autobiografica, così come più o meno tutte quelle del regista dove l’ironia verso se stesso fa da padrone e la poetica tutta personale che caratterizzava i protagonisti di “Manhattan” e di “Io e Annie” (e di tutti gli altri film) salta di nuovo fuori, questa volta facendo una critica a tutti quelli autori definiti artisti solo perché trattano tematiche serie.

Mort Rifkin (Wallace Shawn) e Sue (Gina Gershon) vivono un matrimonio che arranca malamente ormai da tempo e insieme vanno al festival del cinema di San Sebastian, in Spagna. Lei però sembra interessata esclusivamente a passare del tempo con Philippe (Luis Garrel), giovanissimo regista sulla cresta dell’onda, mentre Mort, dopo aver subito le prime palesi dimostrazioni del tradimento comincia a provare sentimenti per una cardiologa (Elena Anaya) che lo visita a seguito di una fitta al cuore. Contemporaneamente, Mort è tormentato da una serie di sogni che lo immergono in scene famigerate di classici film europei che tanto adora. Le riflessioni di Mort a seguito del tradimento, dei suoi sogni e della falsa arte che ostenta il festival non sono nient’altro quelle che Woody Allen ha sempre fatto sulla vita stessa. Il tutto è condito dall’ironia solita di tutti i suoi film e la narrazione scorre leggera, molto dialogica, dove il protagonista è messo al centro insieme ai suoi pensieri che sentiamo come fossimo nella sua testa. Il film riesce quindi, ed è il solito Allen. Una passatempo leggerissimo che non affatica ma dove l’estremo citazionismo rischia di essere incomprensibile per tutti gli spettatori che quei classici film europei non gli hanno visti. Sia ben chiaro, capire quelle scene è semplice, al massimo non riconosciamo il film da cui derivano e questo è ahimè una pecca. Il film riflette sul cinema, gioca con i grandi classici, cita il mito di Sisifo e la letteratura esistenzialista e registi come Bergman, Truffaut e Godard. Queste citazioni di conseguenza, fanno sorridere e meravigliano solo lo spettatore che conosce tali opere e perciò Rifkin festival si allontana dallo status di film per tutti. Non che debba necessariamente esserlo, ma ricordiamoci che il cinema è sia arte che intrattenimento e come tale dovrebbe renderci almeno un po’ più saggi mentre al contempo ci fa passare dei bei momenti. Naturalmente non tutti i film puntano a questo e non c’è niente di male, il mondo è bello perché è vario, ma l’aver fatto un film che alcuni possano apprezzarlo più di altri, è sicuramente un difetto. Fatto sta che comunque la visione resta lo stesso fruibile, siamo di fronte ad una commedia sentimentale dopotutto, non c’è nulla di complesso. Tra tutti questi salta fuori poi il nome di un attore che conosciamo molto meglio e che tutti hanno amato, ovvero Christoph Waltz, che in uno dei sogni/visioni di Mort, interpreterà un personaggio molto particolare in chiave molto divertente. Essendo in conclusione un film bilaterale, che punta verso due tipi di pubblico, mi metto in mezzo dicendo che: se si cerca una commedia sentimentale molto leggera e con un pizzico di ironia che ci fa sorridere allora guardatevi questo Rifkin’s Festival. Se invece amate la poetica, il cinismo, il pensiero e l’ironia che Allen ci ha sempre offerto nel corso della sua carriera, senza tralasciare una passione per i classici del passato come Quarto Potere, Otto e mezzo di Fellini e svariati film di Bergman, guardatevi lo stesso Rifkin’s Festival. Troverete riflessioni sull’arte del cinema incredibilmente costruttive e uno spettro molto profondo del regista che qua si mette a nudo e lascia una sorta di testamento del suo stile e della sua poetica. Sperando sempre e comunque che questo Rifkin’s festival non sia l’ultima sua opera.

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