Recensione “Il Ladro di Anime Umane” di Morena Muccini

Eros è un dottore talentuoso che, nel corso degli anni attraverso una lunga ricerca, è riuscito a estrarre le anime dai corpi. Le emozioni umane lo metteranno a dura prova e lo catapulteranno in un’altra dimensione, dove i valori assumono un nuovo ed inaspettato scenario. Eros dovrà decidere che cosa fare delle informazioni e della sua scoperta così all’avanguardia, cercando di comprendere se è più saggio rivelare al mondo come fare a rubare l’anima delle persone senza essere usata come una bomba a orologeria. Salvare le vite o lasciarle distruggere? Se la conoscenza venisse messa in menti malate di potere, successo e egoismo, cosa succederebbe?

Titolo: Il ladro di anime umane
Autore: Morena Muccini
Editore: Indipendente
Genere: Narrativa, Romance
Data di pubblicazione: 25 Marzo 2019
Voto: 2/5

Cartaceo -> 9,99€ | Ebook -> 2,99€


Recensione

Il protagonista di questo romanzo è un medico milanese che nel corso della sua carriera, è riuscito a sviluppare una tecnica per estrarre le anime dal corpo, analizzandole e trovando in esse il nucleo e l’essenza del carattere e delle personalità del paziente a cui appartengono. L’idea di fondo mi aveva affascinato, ma l’opera, nonostante l’interessante premessa, si trasforma in una sorta di romanzo rosa così mieloso da spostarsi verso un pubblico adolescenziale ma che stona con la tematica affrontata, la quale è invece di natura matura, spirituale e filosofica. Il risultato è perciò un amalgama poco equilibrata degli argomenti presenti.

Si parla del tecnicismo di estrazione e analisi delle anime in maniera troppo superficiale, l’idea di base espressa dall’autrice è che il legame tra anime gemelle sia biologicamente possibile, scintilla molto interessante ma che se non sviluppata con una maggiore spiegazione tecnica, rischia di essere insufficiente. Un alternativa sarebbe potuta essere, di lasciare spiegazioni velate, appena citate ma che almeno potessero concretizzarsi in una sensazione di mistero che magari avrebbe potuto funzionare comunque. Quella che ci viene proposta invece è una spiegazione a metà, ne troppo tecnica ne troppo misteriosa, che non sta ne da una parte ne dall’altra e purtroppo, non funziona.

Il protagonista si ritrova a operare una ragazza che ha avuto un incidente in auto, Afrodite, e quando ne estrae l’anima, la sua e quella della paziente si uniscono e si abbracciano, si toccano, si percepiscono e cominciano ad amarsi. L’autrice ipotizza la possibilità di un amore che non nasce dai sentimenti, ma che si genera biologicamente dall’unione delle loro anime, un legame radicato talmente nel profondo da essere etereo.

Quello che principalmente manca al romanzo però, è appunto la possibilità di dare al lettore di provare quelle sensazioni cosi belle, e paradisiache che Eros, il nostro medico e Afrodite, provano. Vengono descritte sensazioni che vivono soltanto loro due; i loro discorsi, il loro amore è soltanto loro, il lettore ne rimane distaccato, e ciò fa si che non si appassioni ai protagonisti, che non si rattristi per le loro eventuali disgrazie o che non gioisca per il loro amore. Tali sensazioni sono per di più semplici e neanche troppo profonde, realistiche per loro natura e non c’è niente di male, ma di conseguenza non auliche quanto vengono presentate, tanto è che l’autrice, in alcuni punti, sembra voler elevare i protagonisti ad esseri unici nel loro genere, ma lo sono veramente?

Una scelta di trama che ho trovato inverosimile è il viaggio a Parigi. Le spiegazioni per le quali il protagonista decide di abbandonare il suo lavoro e raggiungere la città francese non sono abbastanza forti: è un medico, ha fatto il giuramento di Ippocrate, la sua deve essere quasi una vocazione per poter essere coerente con il ruolo che svolge, non può abbandonare il suo lavoro per il motivo che esprime e che evito di inserire qui. Nonostante poco dopo egli stesso si renda conto che sia un errore e di fatto torna a Milano immediatamente, non giustifica comunque la scelta iniziale, non con questa facilità.

Quando poi il romanzo arriva alle fasi finali, tutta la parte risolutiva, nella quale viene mostrato l’intervento della polizia, le confessioni e la conclusione, vengono narrate così velocemente da lasciare il lettore interdetto, facendo finire tutto in fretta e senza dare il tempo di assaporare la “vittoria” dei protagonisti.

Il movente dell’antagonista Federica risulta quasi improvvisato: è confuso e immaturo, sicuramente non realistico e forzato di trama, ma anche principalmente incoerente per come il suo personaggio ci è stato presentato: intelligente e per di più che si sta avviando ad una maternità.

Un altro punto a sfavore sono i dialoghi, quasi sempre non realistici, laccati e non naturali. Le persone non parlano in questo modo. Spesso tendono anche a risultare fastidiosi per la loro ripetitività dato che tutti i personaggi sembra che ragionino e parlino alla stessa maniera.

Nel complesso, temo che l’autrice sia stata colta dal desiderio di concludere in fretta. Desiderio alimentato dalla naturale voglia di parlarne, il quale è un errore che spesso si finisce per fare, presi come siamo a dar voce ai sentimenti che proviamo scrivendo. Voto 2/10. L’idea era essenzialmente notevole, ma aveva bisogno di più tempo e di maggiore esperienza. Un romanzo dove il protagonista stesso ci viene descritto senza macchia e di indole decisamente buona, che non è neanche coerente con il titolo dell’opera stesso, principalmente per via della scelta del termine “ladro”, il quale rischia di far travisare al lettore la tipologia di romanzo che sta per iniziare a leggere.

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