Recensione “Le mie cene con Edward” di Isabel Vincent

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Titolo: Le mie cene con Edward

Autore: Isabel Vincent

Editore: Garzanti

Genere: Narrativa contemporanea

Data pubblicazione: 27 Ottobre 2016

Voto: 5/5

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Sinossi

È una fredda sera d’inverno e le vacanze di Natale sono da poco trascorse quando Isabel bussa svogliata alla porta di Edward. In quel momento vorrebbe non aver mai promesso alla sua migliore amica di fare compagnia al padre mentre lei è fuori città. Ancora non può sapere che quell’anziano signore che in cucina sta preparando uno squisito arrosto e un soffice soufflé è in realtà un cuoco straordinario, e sta per cambiarle per sempre la vita. Con quella prima cena ha infatti inizio una delle più improbabili e incredibili delle amicizie: lui ha novantatré anni, e non pensa ad altro che alla sua amatissima moglie da poco scomparsa; lei ha quasi cinquant’anni di meno, e dopo l’ennesima delusione sentimentale ha deciso che non si fiderà mai più dell’amore. Ma durante quegli splendidi e sontuosi banchetti diventati ben presto un attesissimo appuntamento settimanale, oltre alle prelibatezze di Edward, Isabel presto comincerà ad apprezzare ricette e consigli sul buon cibo e sulla vita. E giorno dopo giorno, quasi senza accorgersene, sia lei sia Edward si scopriranno di nuovo capaci di sorridere e di gioire, pronti a riscoprire il sapore dimenticato della felicità.

Recensione

La storia di Edward e Isabel mi ha profondamente commosso e penso che questa mia reazione mi avrebbe accomunato a chiunque si sia approcciato a questo romanzo; una scorza piacevole, leggermente croccante che profuma di cucina, ricordi di una vita vissuta in tutta la sua pienezza, di un amore che continua oltre la morte tanto è forte; una patina alimentata da due esistenze completamente diverse che si fondono creando un unico, luccicante intreccio di pietre preziose e opalescenti quali sono le qualità nascoste dell’uomo. Ma poi il cuore, con una piccola cascata densa e cremosa, si riversa nell’animo magari fragile di un lettore rapito dalla storia. E lì inizi a piangere come un bambino: le lacrime ti solcano il viso e nemmeno sai il perché, ti sfiori incuriosito le guance e ti ritrovi le dita umide e salate. Non sai nemmeno perché lo stai facendo, gioia, tristezza, sorpresa? Per me è stato un vortice di emozioni contrastanti che ha toccato profondamente tasti nascosti nel profondo, magari dimenticati, producendo una melodia nuova e struggente, ma anche lenitiva, come un balsamo fresco su una ferita aperta. Ti trovi di fronte a due vite opposte, da una parte una donna insoddisfatta dal su matrimonio, che non ha ancora trovato il coraggio di scavarsi nel petto e trarne i suoi veri sentimenti. È persa, trascurata, porta avanti per inerzia un’esistenza che non sente, ma che non ritiene fondamentale cambiare al momento, o magari proprio non ne è in grado da sola. Appunto, da sola. Ed è qui che entra in scena il gentiluomo più raffinato, unico e speciale che abbia mai avuto il piacere di incontrare. Edward è un anziano signore dal passato più ricco dei deliziosi pasti che prepara, attore mancato, cuoco sopraffino dai settant’anni, che ha ricevuto in dono l’amore più travolgente, veritiero e duraturo che ci sia. Sua moglie Paula lo ha lasciato da poco quando Isabel inizia a frequentarlo sotto richiesta dell’amica Valerie, che nella zona di Manhattan e ha terribilmente paura che il genitore perda la voglia di vivere senza la sua amata metà; se ne è andato facendogli una serenata, cantando le loro canzoni Jazz preferite, con voce limpida e piena di significati comprensibili al solo marito.
Dopo la prima cena insieme, Isabel rimane colpita dall’effettiva capacità culinaria del Gentlemen, che le propina un sontuoso ed elaborato pasto e una deliziosa serata di chiacchiere; è affabile, brillante e particolarmente sveglio, orgogliosissimo dei suoi piatti provenienti dalla tradizione della sua terra natia ma arricchiti dalle innumerevoli esperienze e luoghi che l’uomo ha vissuto. Quando raggiungono la sufficiente intimità per far sì che Edward doni alla donna la sua ricetta per il dolce all’albicocche che l’ha molto colpita iniziano anche a subentrare discorsi più seri riguardo la vita della giovane come ad esempio il matrimonio disastroso che la sta demolendo piano piano, ma prima di tutto l’insoddisfazione verso se stessa. Con poche e semplici mosse l’anziano inizia, anche con buffi modi perentori, a consigliarle di indossare cose che la facciano sentire “donna”, portandola perfino a far shopping; le ordina di mettere il rossetto, di sorridere di più, ma soprattutto di essere felice. I suoi modi un po’ antiquati ma indirizzati solamente al bene di Isabel cominciano a dare i loro frutti e piano piano, come una lumaca quando le titilli per curiosità le lunghe antenne lattigionse che dopo averle ritirate cautamente le ricaccia fuori con pazienza, la donna riprende pieno possesso della sua vita. Diventata ciò che dà ad Edward uno scopo per andare avanti, il suo piccolo progetto benefico, ricomincia ad amarsi, a concedersi un vestito più costoso, a osare le ricette del suo anziano amico in cucina anziché mangiare sardine direttamente dal barattolo, ad uscire e andare ad eventi sentendosi a suo agio, perfino a trovare, cosa che giudicava impossibile, una nuova simpatia che la ricambia con riguardo e affetto. Cena dopo cena, parola dopo parola, esperienza condivisa dopo lacrime di frustrazione, i due personaggi del romanzo si danno forza a vicenda, accaparrandosi il loro posto nel mondo e riscoprendo la gioia di vivere con un ardore e una passione che mi hanno veramente portato a riflettere; veramente il rapporto con un’altra persona, magari un estraneo, riesce a donarci la possibilità di svegliarci da un torpore secolare, di comprendere che non stiamo vivendo secondo il nostro volere ma schiavi di una routine degenerante? Possono soltanto le parole di dolore di quello sconosciuto laggiù darmi la possibilità di renderlo nuovamente felice, di costruire un rapporto che darà moltissimo anche a me, che magari mi distrarrà dalla mia attuale situazione e mi permetterà di comprendere che c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto, del mio aiuto per andare avanti? La risposta che mi sono sentita di darmi è che, come la vicinanza di determinati individui può uccidere il nostro Io, annullarci, condannarci all’oblio e rendere la nostra autostima come un pestato di erbe beh, allora magari sì, al mondo esistono persone che sanno donare la propria luce o permetterti di risplendere grazie ad essa. Magari è la vicina di casa un po’ bisbetica che però ti porta sempre una fetta di crostata di more dell’orto di suo figlio, che non la va mai a trovare… forse l’adolescente in tuta da ginnastica che trovi sempre in libreria, con il naso infilato tra le pagine di un fumetto, con gli occhi ancora arrossati dal pianto in cui si è spremuto fino all’ultima goccia per l’ennesima cartella buttata nel cestino a scuola… o ancora lei, sì, proprio lei, quella donna nel fiore degli anni, ma con le gote cadenti e le borse sotto gli occhi, ben visibili da sotto il fondotinta esagerato, con le gambe che sembrano grissini che sbucano da un vestito troppo largo che le si affloscia sui fianchi vuoti. Quello che questo libro mi ha permesso di comprendere vorrei che arrivasse anche a tutti voi, un messaggio forte e chiaro: intorno a noi ci sono persone che hanno bisogno di una spalla amica, di un sostegno per ricavare dal profondo del cuore il coraggio di vedere l’alba del giorno dopo, un paio di braccia aperte e calorose che ti invitano: “vieni, io sono qui e non vado da nessuna parte”.
Detto questo, nel finale avevo un magone talmente forte che ho sospeso la lettura per qualche giorno. Sapevo a cosa sarei andata incontro dopo gli svenimenti di Edward, i suoi vuoti, le gambe che non lo reggono più come una volta e il viso che inizia a mostrare la sua vera età. Non volevo che un personaggio così grandioso, saggio, buono potesse scomparire dalla vita del libro. Ma mi sono resa conto che era inevitabile, le persone muoiono e non ci si può far nulla, solo, come fa Edward nel romanzo, mantenerle vive nel ricordo e non permettere mai che la loro memoria venga cancellata. Così mi sono decisa e ho concluso la lettura, sorprendendomi per quanto mi fossi attaccata ad un personaggio fittizio, magari basato su una persona particolare, ma comunque inventato; tutto questo per merito di una scrittrice che mi ha lasciata veramente senza parole. Talento è dir poco. Un modo di scrivere impeccabile, scorrevole, intenso e particolareggiato con numerosi sprazzi a sfondo culinario che ho apprezzato molto; una capacità di far arrivare le emozioni dritte al cuore, anche quando son presentate dietro una spolverata di zucchero a velo, con una potenza che non può far altro se non colpire. Ma ciò che veramente ho profondamente amato e rispettato è il messaggio che ha voluto imprimere tra le pagine del suo libro, un appello chiaro e genuino sotto forma di amabile racconto. La psicologia e i personaggi riccamente caratterizzati ci forniscono tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno per definire questo uno dei più bei libri che si sia mai letto nella vita.
Mi ritrovo senza altro da dire, se non questo: il mio voto è 5+ su 5.

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