Recensione American Horror Story: Murder House

Ok, forse sono consapevole che mi sto imbarcando su una nave altamente poco stabile, semidistrutta e con più buchi di una di quelle belle forme di formaggio svizzero. L’idea mi è balzata fuori così dal nulla, magari avrò mangiato qualcosa di indigesto ieri sera che mi ha fatto proliferare nel cervello come un grappolo di funghi venefici un’iniziativa decisamente troppo impegnativa e ai limiti del possibile, anche perchè un prodotto come AHS è qualcosa di fuori da ogni schema, eccessivo, volgare, crudo all’estremo, discriminante e forse anche proprio per questo, innovativo.

La serie, accolta in modo entusiasta e un po’ stranito dal pubblico e da svariati critici, ha avuto molta fortuna guadagnandosi sette stagioni, Emmy Awards e Golden Globe, ha condotto numerosi membri del cast al successo e affascinato e raccapricciato migliaia di fan impazziti, pronti a prendersi a mazzate alle varie convention ed eventi dedicati al programma e che si prostituirebbero per avere una foto con Jessica Lange o Evan Peters.

Ma dopo l’incredibile successo della prima stagione, Murder House, l’enorme e superiore successo della seconda, Asylum, dalla terza in poi è stato impossibile da parte mia e di molti altri telespettatori non notare un certo calo di rendimento nello show e in generarsi di pareri contrastanti che ha portato AHS dalle stelle a non proprio le stalle, diciamo dei recinti dignitosi e forniti di tutti i servizi, ma nulla a che vedere con il successo precedente. Così ho preso la decisione, e spero faccia piacere a tutti voi, di condividere delle considerazioni a riguardo ripercorrendo, seguendo le mollichine di pane lasciateci dal caro Ryan Murphy, la storia di American Horror Story.

Murder House è famosa principalmente per due motivi: innanzitutto l’amore contrastato e difficoltoso ma comunque infrangibile tra Tate Langdon, bel fantasma psicotico che ha decimato i suoi compagni di scuola andando un bel giorno a scuola truccato da scheletro (boh, gli andava così)

e armato di mitra a ripetizione, e l’ingenua e triste Violet Harmon, scontenta della sua vita e incompresa dai più, dolce e al contempo indifferente verso i suoi coetanei da cui viene spesso bullizzata. Le adolescenti sono andate fuori di testa per la “Violate” e hanno iniziato a tatuarsi in fronte il nome della ship e ad idolatrare i due giovani attori ma, diciamoci la verità, soprattutto l’unico e inimitabile Evan Peters.

L’altra motivazione che ha portato la prima stagione di AHS al successo è senza dubbio gli intrighi e le trame che si intrecciano silenziose e tuttavia assordanti sotto gli occhi di tutti anche se praticamente nessuno se ne accorge; e che è! E’ tutto un accoppiarsi e scoppiarsi, corna a volontà, cattivi che in realtà sono buoni, vivi che in realtà sono morti, cortesi e distinte vicine di casa dall’aura dorata e gli uccellini che cinguettano che le si posano sulle dita a mo’ di Biancaneve che si rivelano essere le peggio psicopatiche esistenti in questo mondo (sì Constance, sto parlando di te).

Ci imbattiamo in una trama che a livello di complicatezza se la batte con “Beautiful”, ma che fortunatamente ha solo 12 episodi e non porta avanti una rivelazione del tipo “io sono cugino ma in realtà anche tuo figlio” in mille puntate e più; la famiglia Harmon si trasferisce nella bellissima quanto leggermente maledetta direi, Murder House, conosciuta da tutti in città perchè al suo interno sono avvenuti svariati omicidi e gira la voce che sia infestata. Il piccolo nucleo familiare è composto da Violet, la figlia fragile e sensibile, la madre Vivien, donna paziente e con grande forza di volontà ed infine Ben, il padre psichiatra motivo del loro trasferimento: difatti ha tradito la moglie e per ricominciare da capo gli Harmon hanno deciso di cambiare aria e allontanarsi dalla squinzia di turno. Come potrete ben immaginare le dicerie sull’edificio sono più che veritiere e in un baleno i poveretti si trovano ad affrontare innumerevoli personaggi pittoreschi e apparizioni inquietanti, mentre un matrimonio che doveva riniziare a carburare nuovamente viene minacciato su ogni fronte da pericoli di dubbia natura. La numerosità dei colpi di scena, le idee innovative alla base dello show, avvenimenti sconcertanti e morbosi che non tutti avrebbero avuto il coraggio di portare in scena, uniti ad un cast più che capace e in sintonia sono tutti quanti fattori che hanno contribuito a far svettare AHS tra le classifiche e le nomination per vari trofei dalle forme improbabili. C’è anche da dire che alcuni personaggi hanno veramente lasciato il segno nel cuore dei fan, come i già citati Tate e Violet ma anche Moira, l’avvenente/anziana cameriera della casa


o l’odiosissima Hayden, l’amante di Ben, che la ricordo bene sì, ma perchè avrei voluto strozzarla con le mie mani. Per concludere, la prima stagione aveva le sue carte vincenti e le ha sfruttate al meglio, guadagnandosi un posto di rispetto nella vita di ogni amante sfegatato di serie tv come la sottoscritta. Vi aspetto per la seconda parte dell’articolo, sarà dedicato a American Horror Story: Asylum, la stagione che ha maggiormente gradito il pubblico… e anche io! Un bacione a tutti 😊

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