Recensione de “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson

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Titolo: Io non mi chiamo Miriam

Autore: Majgull Axelsson

Genere: Narrativa contemporanea

Editore: Iperborea

Data pubblicazione: 29 Settembre 2016

Voto: 4,5/5

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Sinossi

“Io non mi chiamo Miriam”, dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant’anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l'”altro” interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno.

Recensione

Il libro, scritto in terza persona, permette di immedesimarsi subito nella storia di Miriam, o Malika, che decide di fingersi ebrea per evitare l’astio degli altri deportati nei confronti dei rom prigionieri dei campi di sterminio nazisti.

Fin dalla prima pagina il lettore sente l’angoscia della protagonista e la sua paura di essere smascherata come rom nella Svezia del dopoguerra tollerante verso gli ebrei scampati ai lager ma diffidente verso i cosiddetti zingari. La scrittrice, raccontando nei dettagli la vita e le privazioni del lager, porta il lettore a sentire sulla propria pelle il terrore e la paura delle selezioni, la fame, i sospetti e la gioia della liberazione dall’inferno.

I continui flashback tra il presente, la vita di Miriam subito dopo il matrimonio e il periodo del lager portano colui che legge a vivere direttamente la quotidiana paura di Miriam di essere scoperta e di essere quindi mandata via da quella nazione che lei considera il paradiso sulla Terra.

Dal racconto emerge anche come, subito dopo il conflitto e la liberazione, l’intera umanità volesse dimenticare gli orrori dei campo di concentramento mentre si avverte in Camilla, nipote di Miriam, il desiderio di sapere tutto su quel periodo e sarà proprio Camilla a spingere la vecchia nonna a voler raccontare l’intera storia dopo una vita passata cercando di dimenticare.

Consiglio questo libro perchè il racconto è veramente coinvolgente e trasporta il lettore direttamente nella Svezia del dopoguerra in cui i pregiudizi verso i rom erano ancora forti mentre nei confronti degli ebrei vi era solidarietà da tutto il mondo.

Voto : 4,5/5

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