Philip Roth sposta i confini della narrazione contemporanea in un romanzo che è un autentico corpo a corpo con la propria identità, portando il tema del Doppio a vette di virtuosismo raramente raggiunte. La trama si snoda attorno a un paradosso inquietante: l’incontro tra l’autore e un altro Philip Roth, un impostore che ne condivide nome e sembianze, ma che agisce come un agitatore politico pronto a promuovere un paradossale controesodo degli ebrei verso l’Europa. In questa sorta di “confessione” romanzata, Roth non si risparmia, mettendo a nudo le proprie fragilità psichiche e le contraddizioni dell’essere ebreo in un mondo segnato da traumi storici indelebili e conflitti mai sopiti.
Sullo sfondo di una Gerusalemme blindata e febbrile, il racconto si trasforma in una spy story atipica che intreccia le operazioni del Mossad e il processo a un criminale nazista con le visioni allucinate di un protagonista in cerca di sé stesso. Con una lingua che sa essere viscerale e ferocemente speculativa, l’opera riesce nell’impresa di fondere la commedia nera più dissacrante con il dramma collettivo di popoli lacerati. La prefazione di Emmanuel Carrère e la nuova traduzione di Ottavio Fatica restituiscono tutta la potenza di un libro che sfida il lettore a distinguere tra realtà e finzione, tra l’uomo e la sua maschera, in un susseguirsi di incontri brucianti che lasciano il segno.
