Il confine tra la cronaca nera e la memoria collettiva è spesso segnato dal silenzio. Gli Anni di Piombo rimangono, per gran parte dell’Italia contemporanea, una ferita aperta che fatica a cicatrizzarsi, chiusa tra i faldoni dei tribunali e il pudore dei ricordi privati. Davide Carrozza, docente e studioso appassionato, decide di sfidare questa reticenza con il suo nuovo romanzo, “Diario di un brigatista”.
Attraverso la voce di Ernesto Battistini, un personaggio d’invenzione ma costruito con il rigore documentale di un saggista, Carrozza ci riporta nel cuore della lotta armata, non per giustificare, ma per comprendere. Partendo da un incontro illuminante a Maglie tra Agnese Moro e Adriana Faranda, l’autore intraprende un viaggio letterario che è, al tempo stesso, un atto di riconciliazione storica e un’operazione di alta divulgazione per le nuove generazioni. In questa intervista, esploriamo la genesi di un’opera che sceglie di guardare la storia con gli occhi dei “perdenti” per ritrovare l’umanità perduta tra le pieghe della violenza politica.
Nel romanzo, Ernesto cerca una riabilitazione attraverso la scrittura. Qual è stata invece la scintilla che ha spinto lei, come autore, a calarsi nei panni di un brigatista nel 2025?
Mi sono imbattuto in un incontro presso un Liceo di Maglie (paese natale di Aldo Moro) in una mia ex scuola e davanti ai miei ex studenti, fra Agnese Moro e Adriana Faranda. La prima, figlia dello statista DC rapito e ucciso dalle BR e la seconda ex militante BR che a quel rapimento partecipò. Due donne che ai miei occhi rappresentavano due italie che si erano fatte la guerra, quel giorno sedute una accanto all’altra a parlare alle nuove generazioni. L’ho visto come un piccolo passo per il processo di accettazione del nostro passato. Decisi che anch’io avrei dato il mio contributo a questo processo, scrivendo un romanzo.
Ernesto Battistini è un personaggio fittizio che interagisce con la storia reale. Come ha costruito questo equilibrio per evitare che la finzione edulcorasse la tragicità dei fatti storici?
Studiando tanto. Tutte le rivendicazioni, le “risoluzioni della direzione strategica” e tutte le biografie degli ex BR, nonché le deposizioni e dichiarazioni spontanee nei vari processi. Volevo che Ernesto fosse il più reale possibile, anche nella sua fase di maggiore crudeltà. Comunque sempre con un’anima e con degli affetti come tutti gli essere umani. Questa base di conoscenze “brigatiste” mi ha permesso di costruire un personaggio verosimile dove finzione e storia sono in equilibrio, almeno nelle intenzioni.
Trattare gli anni di piombo richiede una documentazione rigorosa. Quali documenti, atti processuali o testimonianze dirette sono stati fondamentali per dare voce a Ernesto?
Le carte dei 5 Processi Moro, del processo Metropoli e relative udienze. Il sito di Radio Radicale, a cui ho dedicato il libro, ne possiede un archivio sterminato. Le audizioni audio delle 3 Commissioni Parlamentari che si sono succedute. Le pubblicazioni di storici, sociologi e giornalisti che alla materia hanno dedicato la loro attività intellettuale saggistica e giornalistica: Sergio Zavoli, Marco Clementi, Paolo Persichetti, Vladimiro Satta, Giorgio Galli, Rossana Rossanda, Paolo Morando. Ovviamente la consulenza storica di Gianremo Armeni, sociologo scrittore e saggista esperto di storia delle BR che ha curato la prefazione del romanzo. Particolarmente preziose infine sono state le conversazioni con Massimo Coco, figlio del giudice Francesco Coco assassinato dalle BR nel Giugno del ‘76.
La narrazione ha un ritmo serrato. È stato un processo di scrittura fluido o ha richiesto continue revisioni per calibrare la voce di un uomo diviso tra fabbrica e clandestinità?
L’equilibrio fra vita borghese, poi semiclandestina e poi clandestina è stato difficile da trovare. Ogni fase ha le sue prerogative e volevo fossero tutte perfettamente aderenti alla realtà, le revisioni quindi sono state necessarie per assicurarmi che le fasi della sua vita avessero un’identità precisa e storicamente attendibile. L’inevitabile apporto di finzione volevo fosse tale da non inficiare mai il dato storico. Finzione e storia non devono mai “disturbarsi” fra loro, assicurarsi ciò richiede almeno un paio di revisioni ad ogni sessione di scrittura.
Perché ha scelto di chiudere il cerchio proprio con un messaggio diretto al figlio della vittima? È un tentativo di Ernesto di riumanizzarsi agli occhi della società, o è la sua ammissione definitiva che la lotta armata ha fallito proprio sul piano dell’umanità?
Ho provato a lasciare una finestra di speranza, una traccia di come la vita di Ernesto sia poi cambiata nel corso del tempo. In qualche modo quei “ripensamenti” che durante la militanza vengono subito ricacciati nell’oblio dell’inconscio, ritrovano spazio in un’età più adulta come si vedrà nel prequel/sequel a cui sto lavorando.
A quasi cinquant’anni da quegli eventi, cosa spera che resti ai lettori più giovani che non hanno vissuto quegli anni? È un monito, una testimonianza o un tentativo di analisi psicologica?
Si parla pochissimo di lotta armata e di anni ’70, ancor meno nei nostri licei e istituti. I programmi arrivano a stento alla guerra fredda e accennano ai cosiddetti anni di piombo in modo molto superficiale, il 9 Maggio non ci sono molte iniziative in ricordo delle vittime del terrorismo e non c’è la stessa sensibilità che invece è continuamente riservata (con tutto il rispetto) alle ricorrenze del 27 Gennaio e del 25 Aprile. Il mio è quindi un romanzo storico con un fine anche divulgativo.
Inoltre, ho cominciato a scrivere questa storia quando ho assistito agli incontri fra ex BR e parenti di vittime nell’ambito del “gruppo dell’Incontro”. In questi incontri ho intravisto il modello di una nazione che si perdona, che trova il coraggio di fare i conti con il proprio passato, che guarda i suoi mostri negli occhi e ne contrappone il coraggio di cambiare idea, il coraggio di accettare ciò che è stato. Una nazione che non ha più bisogno di distinguere fra buoni e cattivi. Ho provato a compattare simbolicamente tutto ciò nella storia di un uomo che non ha paura delle sue idee, così come non avrà paura di chiedere perdono. Le Brigate Rosse hanno senza dubbio perso la loro guerra contro lo stato ma per capire bene la storia bisogna guardarla anche dagli occhi dei perdenti, una volta tanto. Tutti messaggi che spero passino anche alle generazioni future.
Progetti futuri?
Come dicevo, sto scrivendo un secondo volume da intendersi sia come sequel che come prequel ma ho già rivelato troppo nelle domande precedenti. 🙂
Ho anche curato una serie di articoli sul caso Moro per “Sinistra in Rete” sui quali sto preparando un podcast insieme ad un mio collega, il podcast si occuperà della dietrologia sulla storia delle BR e sul caso Moro.
L’indagine di Davide Carrozza ci ricorda che la letteratura ha il potere, e forse il dovere, di riempire i vuoti lasciati dai programmi scolastici e dalle narrazioni parziali. Attraverso il percorso di Ernesto, l’autore non ci consegna solo un romanzo storico, ma ci invita a riflettere sul valore del perdono e sulla necessità di una memoria che renda onore agli uomini di Stato che hanno sacrificato la vita sotto i colpi di chi ha scelto la violenza politica.
