Gianpazzo | La Rubrica di Zaritè

Cagliari a maggio era di un fascino disarmante, la solida bellezza pervasa dall’attesa di un’estate che doveva ancora iniziare.

Dalla stanza del mio Hotel in centro città mi godevo i tetti bianchi, il fermento delle bottegai cadenzato dal dialetto musicale, la vista magica sul mare, il cibo genuino.

Poche ore dopo, la mia cara amica Cristina si sarebbe sposata.

Ecco, Cristina era lo sfolgorante ritratto di quella che ce l’aveva fatta. Ci conoscevamo da una decina di anni ormai, anni che avevamo passato insieme a fare una sola cosa: collezionare casi umani. Col passare del tempo ci eravamo anche specializzate ciascuna nella propria sottocategoria di preferenza, un pò come accadeva per i medici: lei li preferiva più umanamente disagiati, io prediligevo quelli più psicologicamente scoppiettanti. Eravamo oramai una società rodata e complementare, che in un momento di ilarità avevamo ribattezzato ‘’Casi umani &Co’’ . Fino all’avvento di Marco, colui che passò alla storia come “l’ultimo caso umano di Cristina’’ (per approfondimento, leggere il capitolo apposito). Le sue magagne infatti ruppero l’inossidabile tradizione: dopo di lui il doppio filo che legava la pazienza di Cristina al bisogno di integrazione di soggetti simili si ruppe, ed ella improvvisamente guarì.

Nel giro di un estate cambiò completamente; rivoluzionò immagine e prospettiva ed in pochi mesi incontrò quello che poi sarebbe diventato suo marito.

Nonostante lo smarrimento e l’iniziale delusione, provavo una grandissima ammirazione nei suoi confronti e forse anche un po’ di invidia: a dispetto dei miei numerosi tentativi di emulazione, infatti, tornavo a scivolare nei coatti e sfortunati schemi, più per pigrizia che per incapacità.

Alla fine realizzai che ognuno viaggia nel suo tempo: probabilmente il suo nell’universo dei casi umani era finalmente finito. Io invece ne avevo ancora per un po’.

Dopo mesi ad elaborare il lutto della perdita della compagna di merende, iniziai a lasciar spazio alla gioia per la mia amica, fino a diventare la regina dell’entusiasmo. In fondo i matrimoni sono divertenti: tanto alcool, buon cibo, compagnia, ed una scusa più che onesta per comprare un fantastico abito!

Ammiravo soddisfatta il lungo vestito fucsia cangiante e i tacchi dorati che facevano capolino nell’armadio. Proprio un bell’acquisto. Uno sguardo rapido all’orario mi distrasse dalle mie elucubrazioni: era ora di iniziare i preparativi.

Cristina non rispettò la consuetudine di arrivare in ritardo. Il suo era lieve, indispensabile ma quasi impercettibile, elegante. Voleva essere perfetta, ma più di tutto voleva sposare il suo amore.

Le note di un’arpa accolsero il suo ingresso nella chiesa sotto gli sguardi commossi dell’intera folla. Era raggiante, bianca e felice, i capelli corvini splendenti.

Nonostante la primavera dell’isola, il tempo fu indisponente, forse invidioso dallo spettacolo di tanta felicità: Cristina sfilò accompagnata dallo scroscio improvviso di un temporale imponente. Ma neanche quei nuvoloni neri riuscirono ad offuscare la luce contagiosa del suo sguardo.

Strette l’una all’altra, noi amiche storiche osservavamo con commozione lo svolgersi di un nuovo inizio. Accanto a me lacrime asciugate furtivamente, sospiri trattenuti, sorrisi carichi di emozione.

Quanto l’avevo vista piangere. Quanto l’avevo vista soffrire, quanto l’avevo vista maltrattarsi dietro a personaggi squallidi e villani. Ma la vita le aveva insegnato a suon di schiaffi. E aveva imparato.

Sentii una serenità nascere dal centro del cuore, spandersi in tutto il corpo ed irradiarsi all’esterno, fino ad inglobare tutti gli invitati, l’altare, i mosaici sul soffitto.

D’ora in poi sarebbe stata felice, ogni giorno della sua vita.

Casi umani &Co era finita.

La magica cerimonia e gli spumeggianti festeggiamenti furono coronati per me dal più ovvio dei cliché: la conquista del testimone dello sposo. Gianpaolo ed io ci conoscevamo già da un pò: nel corso degli anni ci eravamo sfiorati senza mai incontrarci per via delle reciproche situazioni sentimentali. Ero sempre stata molto attratta da quello che consideravo essere il mio tipo ideale: intelligente, ombroso, sinistroide, un pelino malinconico. Aveva un solo difetto: era più magro di me.

Quella fu la prima occasione in cui eravamo entrambi liberi. Dopo una giornata passata a flirtare sottilmente, mi invitò a fare una passeggiata. Gli schiamazzi e la musica si sentivano in sottofondo, la festa era ancora al suo apice. Ma l’atmosfera magica ovattava i rumori: lui, il chiaro di luna, il giardino, le gocce di rugiada sulle foglie. La conversazione scorreva veloce e semplice, come se non avessimo fatto altro fino al giorno prima.

<< Senti, io voglio conoscerti più a fondo >> confessò deciso.

<< Che idea! Milano/Reggio Calabria mi sembra fin troppo >> mi precipitai a dire, cercando di frenare il suo entusiasmo.

<< In qualche modo si fa >> replicò fermo.

<< Ma ascolta, non mi conosci bene, fidati di me, non sono il tipo, non sono in grado, insomma è tempo sprecato, io non posso avere una relazione in questo momento e forse mai, non so neanche come si fa, non sai in che casino andresti ad imbarc…>>

<< Perchè sei così arrabbiata? >>

La domanda inaspettata mi sorprese. Inaspettata perchè tra le tante ragioni che adducevo al mio comportamento, la rabbia non mi era mai saltata in mente. Inaspettata soprattutto perchè sorprendentemente aveva ragione e non lo seppi fino a quel momento. Tutti quegli anni a cercare di capire, ad inondarmi di domande, a combattere contro le frustrazioni dei miei insuccessi relazionali. Non ero incapace, non lo ero mai stata. Ero solo furibonda. Talmente tanto che sprigionavo rabbia dagli occhi, dalle orecchie, dalla bocca, così tanta che mi colava fin sotto ai piedi come un torrente incandescente mentre cercavo di camuffarla in illogiche scuse.

<< Io…non lo so >> sussurrai incerta. E invece quello lo sapevo bene. Ma mi era impossibile solo pensare di verbalizzarlo.

<< Sono anni che ti rincorro…>>

Il bacio che mi diede mi lasciò stordita. Non riuscii ad aggiungere altro. Pensai che dopo molto molto tempo, forse mi ero presa una bella cotta.

Al rientro del ristorante mi resi conto di essermi persa il lancio del bouquet.

Due settimane dopo

Quella sera Gianpaolo sarebbe finalmente atterrato a Bergamo.

Ero già in terribile ritardo, persa com’ero nella mia nuvola di felicità e fantasie matrimoniali.

Mi vestii ed uscii in fretta, sotto gli sguardi contrariati dei conigli che avevano già annusato l’imminente tragedia.

Arrivai che era già atterrato da un’ora.

<< Scusami! C’era un sacco di traffico…>>. Non era vero, avevo sbagliato strada molteplici volte mentre immaginavo il mio vestito da sposa.

<< Non ti preoccupare >> mi disse serafico, dandomi un bacio leggero sulla guancia.

La conversazione in macchina proseguiva tranquilla, nonostante il mio malcelato imbarazzo.

<< Ascolta, ma è ancora periodo di fioritura qui a Milano? >> mi domandò all’improvviso.

<< Ehm non so, mi sembra un pò tardi adesso, perché? >> lo guardai di sottecchi e mi resi conto che gli lacrimavano gli occhi a pioggia. <<Oh no! >> esclamai.

<< Eh purtroppo non ho portato gli antistaminici, non pensavo ci fosse qualcosa che potesse darmi fastidio ora >>, disse tranquillo.

<< Non preoccuparti, ho qualcosa io a casa! >> risposi.

Poco dopo si scatenò la reazione allergica più inverosimile che avessi mai visto. Era come se avesse inalato tutti i pioppi della bergamasca in un solo momento. Ormai era irriconoscibile, gli occhi e il naso gonfi e colanti. Pigiai l’acceleratore più a fondo che potevo.

Ovviamente, non avevo alcun antistaminico a casa. Gianpaolo ormai stava spiccando il volo, il viso ridotto ad un palloncino.

‘’Maledetta che sono. E sono le due del mattino’’

<< Senti, aspetta qui che vado a comprarlo >>.

Si limitò ad annuire, incapace di articolare movimenti con la bocca.

Mi precipitai all’unica farmacia del circondario aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.

E mentre parlavo freneticamente con la farmacista, avvenne il lapsus freudiano più pericoloso della storia della mia vita: << Ho bisogno dell’Atarax! >>, strillai, mentre nella mia mente ero convinta di dire ‘’Ayrinal’’.

La signora mi guardò di sottecchi.

<< Ha già preso questo farmaco? >> mi chiese.

<< Sono un medico! >> tagliai corto. << Ah prendo anche del Medrol già che ci sono >>. Meglio preparare l’arsenale pesante.

Fece spallucce mentre armeggiava con il resto.

Tornai fiera a casa con il bottino, decisa a salvare il mio uomo. Gianpaolo, ormai allo stremo delle forze, afferrò immediatamente una pastiglia con la stessa solennità con cui avrebbe atteso l’estrema unzione.

<< Vedrai, adesso ti passa >>, lo rassicurai.

Annuì ancora: prima che riprendesse l’uso della parola ci sarebbe voluta un’altra giornata. Dopo pochi minuti cadde in sonno profondo, lasciandomi da sola a contemplare le rovine dei miei progetti serali.

La mattina dopo, Gianpaolo dormiva ancora.

‘’Caspita’’, pensai mentre mi accingevo ad allestire la colazione dei malefici roditori.

Se non fosse stata per una lieve e ritmica escursione addominale avrei pensato che fosse morto.

Dopo circa tre ore iniziai ad allarmarmi: il sonno di piombo proseguiva ormai da circa 15 ore ininterrotte.

Mi avvicinai circospetta, iniziando a scuoterlo leggermente. Non ottenni alcuna reazione. Ci riprovai con più forza, evocando uno strano grugnito.

Rinunciai, spaesata, lo sguardo che vagava avvilito per la stanza. A un certo punto mi cadde l’occhio sull’acquisto della sera precedente. Atarax. Qualcosa non mi tornava, ma non riuscivo a capire cosa.

“Ma è davvero l’Atarax quel nuovo meraviglioso farmaco di cui tutta la mia cerchia di allergici decantava lodi la primavera scorsa?’’. Presi in mano la scatola e tirai fuori il bugiardino dispiegandolo con estrema attenzione, neanche fosse una preziosa pergamena egizia.

Principio attivo: idrossizina. ‘’Ok fin qui ci siamo’’.

‘Atarax contiene il principio attivo idrossizina dicloridrato ed appartiene ad un gruppo di medicinali chiamati psicolettici ed ansiolitici. Atarax è prescritto per il trattamento a breve termine di uno stato ansioso negli adulti e per il trattamento della dermatite allergica accompagnata da prurito.’

<< COME PSICOLETTICI?! >> urlai.

Non poteva essere possibile che avessi sbagliato cosi tanto. Non potevo accettarlo. Setacciai ogni sito di Internet alla ricerca di una risposta, che alla fine arrivò, senza però una soluzione: l’idrossizina possiede una potente azione sui recettori H1 dell’antistamina sia a livello centrale che periferico e ciò rende conto delle sue proprietà antistaminiche e sedative. Per queste sue azioni è utilizzata per il trattamento di vari sintomi come riniti e gravi casi di prurito. Tuttavia, a causa dei suoi effetti sedativi e della sua potente azione ansiolitica ed antiserotoninergica, è considerato un farmaco di seconda scelta tra gli antistaminici trovando principale indicazione come coadiuvante nel trattamento a breve termine dell’ansia e della tensione associata ad alcuni stati nevrotici.

Molto bene. Avevo confuso l’Ayrinal con l’Atarax.

Non mi ero accorta dell’errore in quanto accumunati dal principio attivo antistaminico, ma con un diverso spettro di azione recettoriale.

Dettagli insomma.

“Vabbè a farmacologia ero una sega’’, pensai sconfortata.

Guardai Gianpaolo, aspettandomi di trovarlo ormai cadavere.

Era la diciassettesima ora di coma. Decisi di non indugiare oltre. Presi a scuoterlo vigorosamente, a chiamarlo, a schiaffeggiarlo finche non si svegliò a furia di pizzicotti.

<< Buongiorno >> biascicò finalmente, ancora non del tutto contattabile.

<< TUTTO BENE?>> gridai con gli occhi sbarrati.

<< Certo! Che bella dormita! Ammazza, un pò pesantino questo antistaminico! Però mi ha fatto davvero scomparire tutto >>.

In effetti nella disperazione non avevo avuto il tempo di accorgermi che non avevo più sentito uno starnuto, e che il suo viso avesse ripreso fattezze umane.

Risi nervosamente.

Il resto della giornata proseguì a ritmi molto tranquilli. Anzi, eccessivamente tranquilli, poichè Gianpaolo aveva, per ovvie ragioni, la prontezza di azione di un bradipo.

Dal pomeriggio inoltrato iniziò a manifestare segni di insofferenza:

<< Però, mi sento davvero rimbambito, forse quella medicina era troppo forte per me >>.

Mi sentii in colpa. Ma tutto sommato ero stata molto fortunata, poteva andare peggio. Alla fine mi autoconvinsi che in fondo un pò di ansiolitico a caso non fa male a nessuno. Anzi, fosse per me distribuirei Xanax come caramelle.

Il problema vero fu che con il passare delle ore Gianpaolo iniziò a sembrarmi sempre più diverso dal giorno prima, e sempre più lontano dalla persona che avevo conosciuto al matrimonio di Cristina. Anzi, quella mi sembrava ormai solo un remoto miraggio.

“Mah, che abbia un gemello nascosto con cui si divide la vita, tipo The Illusionist?”

L’acme venne raggiunto verso ora di cena, quando Gianpaolo, noto ed affermato vegano, dichiarò cattedratico che quella sera avremmo gustato un piatto di pasta con ragù di carne e polpette, preparate da lui stesso.

A quel punto ero completamente smarrita. Non sapevo più cosa pensare. Rilessi il bugiardino per l’ennesima volta alla disperata ricerca di “cambi di personalità improvvisi’’, o “trasformazione da veganesimo a carnivorismo”, ma non trovai nulla.

La serata ragù si concluse con immenso successo, al contrario del weekend di Gianpaolo a Milano. Ero delusa, non capivo cosa stesse succedendo. Che un ansiolitico dato per errore producesse una cascata di eventi così imprevedibili? Non solo sembrava che non gli piacessi più, ma appariva anche molto infastidito dalla mia presenza. Mi sentivo confusa e mortificata. L’indomani mattina aveva il volo per la Calabria.

Durante il viaggio in macchina verso l’aeroporto, l’ennesimo inspiegabile accadimento:

<< Ascoltami Grazia >> esordì con tono grave << prima di andare mi sembra opportuno dirti quanto segue: ti ritenevo una persona risolta ed equilibrata, ma è assolutamente chiaro che mi sono sbagliato. Di conseguenza, ritengo che un’unione tra noi sia la cosa più sbagliata da creare in questo momento storico. Grazie di tutto comunque. >>

Dopo l’agghiacciante discorsetto, cadde il silenzio. Ero sconcertata, più per la forma che per il contenuto. Gli lanciai un’occhiata. Ormai non c’era più alcuna traccia della persona vogliosa ed entusiasta che avevo conosciuto al matrimonio. Sembrava una specie di robot freddo e calcolatore, distrutto per sempre dalla sofferenza inflitta da una rinite troppo intensa. Continuai a guardarlo con la coda dell’occhio, ma era perfettamente immobile, a malapena un battito di ciglia mentre osservava la strada dritto in fronte a sè. Forse era andato in standby.

<< Mi sembra una idea sensata…>> mi limitai a dire.

Non rispose.

Con mio immenso sollievo intravidi il cartello di Orio al Serio: di lì a poco avrei potuto sganciare giù dalla macchina quella specie di entità inquietante e precipitarmi a casa a piangere per l’ennesimo individuo che non mi aveva voluta.

Non parcheggiai nemmeno; accostai appena per sbarazzarmi il più velocemente possibile dell’essere. Recuperò il bagaglio e mi salutò, ribadendo ancora una volta i suoi ringraziamenti.

<< MA GRAZIE DE CHE? >> strillai in preda alla soggezione più vivida, ma Gianpaolo aveva già chiuso la portiera.

Tornata a casa, per prima cosa alzai il telefono.

<< Pronto…? >> la voce di Cristina mi rispose squillante da qualche parte in Sud Africa, destinazione del viaggio di nozze.

<< Senti Cri, devo dirti una cosa assurda. Indovina chi è venuto a trovarmi da Reggio Calab..’’ >>

<< Oh no Gra >> mi interruppe rassegnata lei.

<< Gianpaolo! >> squittii, lanciandomi nel racconto prima che lei potesse ribattere, arricchendolo di dettagli assolutamente inutili con il solo scopo di posticipare la ramanzina.

Lei mi lasciò finire, paziente.

<< Grazia, lo sai qual’è il soprannome di Gianpaolo?>>

<< Ehm no…>>

<< GIANPAZZO! Grazia, il suo soprannome è Gianpazzo, lo capisci?! >>

‘’Oh’’

<< Si Cri, però perchè sarebbe pazzo? Cioè in fondo è un termine di cui abusiamo, solo perchè magari uno è un pò diverso dalla norma…>>

<< No Gra >> mi interruppe di nuovo decisa. << Se ti dico che è pazzo, è cosi. Lui è pazzo nella misura in cui ha una sindrome bipolare che si rifiuta di curare >>

‘’OH’’

<< Sono anni che è in terapia, e quando la prende è una persona qualsiasi. Poi all’improvviso, non si sa esattamente per quale ragione, interrompe tutto, ricadendo nell’apatia completa, quando va bene, o nella psicosi totale! Allo stesso modo in cui decide improvvisamente di essere vegetariano, e il giorno dopo cucina una grigliata di carne! Ma perchè non mi ha chiamata subito? Cretina! Pensa che una volta… >> Proseguiva imperterrita lei con una serie di racconti dell’orrore.

Ormai non la ascoltavo più. E’ vero che rasentavo la scarsità in farmacologia, ma la mia passione per i casi umani già da studente in erba mi aveva fatto particolarmente apprezzare il capitolo sugli psicofarmaci.

Da un passato neanche troppo lontano tornarono a galleggiarmi nella mente parole funeste:

“Mai dare un antidepressivo ad un bipolare. Rischio shift in scompenso psichiatrico totale’’

L’idrossizina era ANCHE un antiserotoninergico, l’antidepressivo per eccellenza.

<< Nessuna delle sue fidanzate si è mai ripresa dopo essere stata lasciata da lui. Ah si perché chiaramente le lascia tutte lui eh, perché dopo un pò lui si scopre non più innamorato. Te la ricordi Silvia? Ecco praticamente lei dopo…>> la voce di Cristina mi rimbombava nelle orecchie.

Mai dare un antidepressivo ad un bipolare.

Rischio shift in scompenso psichiatrico totale.

Scompenso psichiatrico totale.

Non ebbi il coraggio di confessare a Cristina il mio crimine.

Non lo ebbi allora, nè mai più.

Per un pelo non avevo ammazzato il suo testimone di nozze.

E l’avevo sicuramente fatto tornare pazzo, forse per sempre.

Era proprio una brutta storia.

Incontrai per caso Gianpaolo a Roma l’anno successivo, alla festa dei trent’anni di Cristina. Purtroppo aveva ancora lo sguardo asettico e perso dell’estate precedente. Solo che adesso era rivolto alla la pista da ballo invece che alla strada verso l’aeroporto.

Tanti errori di valutazione avevo già fatto nel corso della mia breve vita, ma sicuramente una cosa non l’avevo sbagliata.

Nonostante la passione, avevo fatto benissimo a non scegliere psichiatria: sarei stata davvero una psichiatra terribile.

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