Intervista al Soprano Barbara Massaro

Classe 1994, si diploma in Viola e in Canto sotto la guida di Silvana Manga con il massimo dei voti, lode e menzione d’onore presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano.

E’ vincitrice del Concorso Assami (ed. 2016), 2° premio IX ed. Concorso “Magda Olivero”, 3° premio e premio del pubblico al III Concorso Lirico “A. Bazzini”; 2° premio al IX Concorso Lirico “Salvatore Licitra” e 1° premio al II Concorso Lirico Piemonte Opera Voci dal Mondo. Ha rappresentato il Conservatorio di Milano nell’ambito dell’XI edizione del Premio Nazionale delle Arti e nella seconda edizione di “Amadeus Factory”, vincendo il premio della categoria Canto e aggiudicandosi il premio speciale della critica ViviMilano.

Vincitrice del 67° Concorso AsLico per il ruolo di Despina (Così fan tutteTeatri del Circuito Lombardo); è poi la Principessa (La bella dormenteTeatro Lirico di Cagliari), Adina (L’elisir d’amore – al Teatro Coccia di Novara) Nannetta (FalstaffLiverpool Philharmonic Hall), Frasquita (CarmenArena di Verona), Berenice (L’occasione fa il ladroTiroler Festspiele Erl), Zerlina e Lauretta (Don Giovanni e Gianni SchicchiTeatro Filarmonico di Verona), Almirena (RinaldoGlyndebourne Festival Opera),

Incisioni discografiche: Driade in Baccanali per Dynamic (2016), Tebaldo nel cd “Anita” per Sony Classical (2018); incide due arie per la rivista Amadeus, in collaborazione con Milano Classica (numero di Marzo 2019).

Attiva nel repertorio sacro ha eseguito Stabat Mater di Bach, Stabat Mater di Pergolesi, Requiem e Exultate Jubilate di Mozart, Petite Messe Solennelle di Rossini. Attiva anche nel repertorio vocale da camera ha collaborato con Divertimento Ensamble eseguendo le Ariettes oubliéès di Debussy per la prestigiosa Società del Quartetto di Milano e il Festival Slowind di Lubiana presso la Sala Verdi del Conservatorio e la Slovenska Filharmonija (Slovenian Philarmonic Hall).

Ha collaborato con i direttori D. Renzetti, G. Capuano, F. Ciampa, A. Cadario, S. Mercurio, C. Tenan, M. Beltrami, V. Petrenko, G. Sagripanti, R. Balsadonna, G. Prandi; i registi L. Muscato, G. Aliverta, H. de Ana, E. Stinchelli, F. Micheli, V. Borrelli; le orchestre de I Pomeriggi Musicali, I Cameristi della Scala, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.


Come e quando si è avvicinata allo studio della Musica? Quando è arrivato l’amore per l’Opera?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, nonostante arrivi da una famiglia assolutamente lontana da questo mondo, ancor di più dalla musica classica. Sin da piccola però ho sempre cantato e per le mie “esibizioni” prendevo spunto dal quotidiano, dalla radio e dalla televisione: cantavo pop e le sigle dei cartoni animati! I miei genitori hanno subito intuito che ero mossa da un grande interesse, che mi divertivo e in un certo modo mi identificavo nel canto. Hanno quindi pensato di iscrivermi al coro di voci bianche del Teatro alla Scala e da quel momento il canto è entrato a tutti gli effetti nella mia vita. L’opera l’ho scoperta così, per gioco, senza sapere di cosa si trattasse per davvero: la prima esperienza è stata nel coro dei bambini della Bohème, con lo storico allestimento di Zeffirelli; la magia di quello spettacolo mi ha immediatamente stregata facendomi capire che non avrei più potuto fare a meno del teatro e dell’Opera. In seguito i miei genitori hanno voluto che iniziassi uno studio della musica più sistematico e così è arrivato il Conservatorio.


Lei si è inizialmente diplomata in Viola presso il Conservatorio della sua città. Quanto è importante secondo lei per un cantante poter suonare almeno uno strumento? Come e in quale misura è stato utile per lei avere una formazione iniziale da strumentista nell’approccio al canto?

Penso che lo studio di uno strumento sia fondamentale nella formazione di un cantante: dà maggior consapevolezza musicale, un approccio allo studio più sistematico (e veloce!) e maggior sensibilità nel capire cosa un direttore (e quindi l’orchestra) ha necessità di sentire. Da violista mi è capitato spesso di suonare opera ed è stata un’esperienza fondamentale: essere “dall’altra parte” ti mette di fronte alle reali difficoltà che l’orchestra può avere nel seguire un cantante e tutto ciò mi ha reso molto più consapevole. Sapere quali strumenti stanno dialogando con me, la tinta orchestrale che accompagna la mia aria o chi realizza la mia stessa linea, mi permette di andare più a fondo nell’analisi musicale e di “giocare” di più su intenzioni e dinamiche.


Lei è risultata finalista all’ultima edizione di Amadeus Factory, il Talent per giovani talenti scelti tra gli studenti dei Conservatori italiani. Com’è stata questa esperienza?

Amadeus Factory è stata una bellissima esperienza! Il “format” ideato da Biagio Scuderi è stato capace di raccontare la competizione con un taglio giovane e “social” offrendo a tutti noi una qualità artistica di assoluto livello. Come “coach” della mia categoria infatti c’era Monica Bacelli, artista dalla carriera internazionale: confrontarsi e ricevere consigli da chi ancora vive il palcoscenico è un’esperienza preziosa. Senza contare poi tutte le possibilità che sono nate grazie a questa competizione: la finale presso il Teatro Dal Verme, una delle sale più importanti di Milano, con una commissione di altissimo profilo, numerose proposte di concerti e l’incisione di un cd in collaborazione con la rivista Amadeus. Inutile dire che la vittoria del premio della categoria canto e il riconoscimento del premio della critica sono stati una bellissima gratificazione personale! Amadues Factory è un’esperienza che consiglio a tutti coloro che desiderano mettersi in gioco e provare a superare i propri limiti.


Lei è molto giovane, ma nonostante ciò ha già debuttato nei più importanti Teatri di tradizione, tra cui la famosissima Arena di Verona. Quale difficoltà comporta l’esibirsi in un Teatro all’aperto rispetto ad un Teatro strutturalmente chiuso?

Non parlerei di difficoltà ma di differenze: quando sei in un teatro al chiuso hai l’oggettiva consapevolezza dello spazio in cui stai cantando, all’aperto non è così. Ciò non toglie che esistano teatri al chiuso con acustiche difficili o quantomeno “strane” e spazi all’aperto capaci di far volare le voci con sorprendente facilità; l’Arena di Verona è l’anfiteatro con una delle acustiche più belle che abbia mai provato: si può cantare con estrema libertà, giocando con tutte le dinamiche della voce, anche i pianissimi.


E’ stata tra i vincitori della 67^ edizione del progetto AsLiCo per giovani cantanti lirici. Come questa vittoria ha influenzato la sua crescita professionale e personale?

Il concorso Aslico ha rappresentato un momento importantissimo per me: avevo 21 anni e sono andata senza alcun tipo di pretesa. Sapevo che mi sarei confrontata con cantanti più grandi di me e con maggior esperienza, senza parlare poi delle personalità importanti che mi avrebbero ascoltata…Inutile negare l’emozione o lo stress di quelle giornate ma ho cercato di pensare il meno possibile e di lasciarmi guidare dalla musica. Passata l’eliminatoria ero già contenta, passata la semifinale ero piuttosto felice; quando ho vinto come Despina in Così fan tutte non ho realizzato: la mattina dopo mi sono svegliata e ho controllato che l’attestato l’avessero dato proprio a me perché non poteva essere vero! La vittoria del concorso ha segnato l’inizio del mio percorso e sono perciò molto legata a tutta la famiglia Aslico: sono stati i primi a credere in me e mi hanno regalato un debutto che ha sicuramente avuto un peso importante nel mio percorso di cantante.


Come descriverebbe la sua vocalità?

Una vocalità che per il momento definirei di lirico-leggero ma dalla natura lirica: come repertorio affronto moltissimo Mozart (Susanna, Despina, Zerlina, Ilia) e un po’ di belcanto (Adina, Norina e Giulietta); sto iniziando ad inserire qualcosa dal repertorio francese, come Juliette e Manon mentre Verdi e Puccini li affronto a “piccole dosi”: per ora ho in repertorio Oscar, Nannetta insieme a Musetta e Lauretta.


Ha un autore che sente più affine a sé?

Al momento sento di avere affinità con la scrittura mozartiana, scuola di legato, di ricerca del “bel suono” e di valorizzazione del testo; affrontare tanto Mozart inoltre mi aiuta a trovare maggior consapevolezza ed intenzioni anche nel belcanto.


Il suo ruolo preferito e perché?

Ce ne sono molti ma uno che sicuramente ha un posto speciale nel mio cuore è Susanna da Le Nozze di Figaro di Mozart: la sento molto affine a me, per la sua spontaneità ed energia, per la concretezza e la grande limpidezza d’animo.


Quali ruoli crede continueranno ad essere presenti per molto tempo nel suo Repertorio? Quali invece entreranno a farne parte a breve?

Tutti i ruoli che ho preparato sino ad oggi rimarranno per molto tempo nel mio repertorio, matureranno e troveranno nuovi colori e accenti; sicuramente a breve inizierò ad inserire ruoli dal colore un pochino più lirico: penso ad una Gilda, una Micaela o ad una Pamina.


Ha un ruolo che rappresenta un sogno nel cassetto?

Sarò forse scontata: Violetta. È un ruolo che rappresenta la massima espressione vocale e drammaturgica per un soprano lirico, una figura quasi mitica alla quale accostarsi solo quando la si sente davvero come una seconda pelle. Ecco perché resta un bellissimo sogno nel cassetto ancora per un po’ di anni. Altro ruolo è quello di Anna Bolena: l’idea di accostarmi ad una figura storica, regale e dalla vicenda così intensa sotto il profilo umano mi affascina moltissimo.


Quando si approccia ad un nuovo spartito, come organizza lo studio dal punto di vista drammaturgico, interpretativo e musicale? Come crede che questi fattori debbano influenzarsi ed interagire tra loro per una migliore esecuzione?

Nell’approccio ad un nuovo ruolo sono tanti gli elementi che aiutano ad arrivare ad un’analisi attenta del personaggio. Personalmente parto dal contesto storico e nel caso ci sia un riferimento letterario al soggetto dell’opera vado alla fonte. Passo poi allo studio musicale: dal semplice “leggere le note” al lavoro sul testo (ancor di più se è un’opera con recitativi secchi), alla ricerca del fraseggio opportuno nel rispetto di quanto è scritto dal compositore. Infine affronto un lavoro più “drammaturgico” sul libretto e sull’evoluzione del mio personaggio, concentrandomi sulle dinamiche che si instaurano anche con gli altri protagonisti. C’è poi una fase di “ascolto”: cerco le incisioni di riferimento per capire come le grandi interpreti hanno affrontato il ruolo, risolto un certo passaggio tecnico o valorizzato quel particolare momento; da ognuna di loro prendo ispirazione e poi smetto di ascoltare e inizio a fare “mio” dal punto di vista vocale e interpretativo il ruolo che sto affrontando.


Qual è l’artista vivente che stima di più e perché? E da quale mito del passato si sente maggiormente ispirata?

La lista degli artisti viventi che stimo è lunga: Barbara Frittoli per la grande eleganza di fraseggio, Mariella Devia per l’assoluto controllo vocale e tra gli artisti emergenti trovo Lisette Oropesa straordinaria. E ho ancor più miti: Maria Callas, per me unica in ogni aspetto; Lucia Popp, artista di straordinaria raffinatezza; Leila Gencer, magnetica nel canto e dalla dirompente personalità. Tra i “miti viventi” Mirella Freni e Renata Scotto.


I suoi prossimi impegni dove la porteranno? Può darci qualche anticipazione?

Certo! Sono molto felice di tornare nuovamente nei teatri del circuito di OperaLombardia: sarò Jemmy in Guglielmo Tell, il mio primo ruolo “en travesti”! Ci sarà poi un progetto di registrazione di un compositore in fase di riscoperta e un L’Elisir d’amore in Austria.


Qual è stata la più bella esperienza professionale che ha vissuto nella sua arte da raccontare ai nostri lettori, e perché proprio quella?

Sono due: la mia Nannetta nel Falstaff presso la Liverpool Philarmonic Hall. La prima volta che cantavo all’estero debuttando il mio primo ruolo verdiano e con accanto un Falstaff d’eccezione: il grande Sir Bryn Terfel! Lavorare con un artista di questo calibro è stato divertente, emozionante e di grande crescita personale. Non posso poi non parlare del mio debutto come Frasquita in Arena di Verona: ricordo la mia prima recita con grande emozione… Sentire risuonare la propria voce in uno spazio così carico di storia e tradizione è un privilegio che non si può raccontare. Il primo minuto è stato da “togliere il fiato”, poi tutto è andato avanti con estrema naturalezza.


Quali sono le sue aspettative per il futuro e come spera sarà il futuro del Teatro lirico?

Desidero continuare nella costruzione di un sano percorso, debuttare i ruoli giusti per la mia vocalità, capaci di valorizzarmi e gradualmente ampliare il repertorio sempre nel rispetto della mia voce. Per i Teatri Lirici spero in un futuro capace di richiamare un pubblico appassionato e GIOVANE: abbiamo bisogno di spettatori che non vedano l’opera come qualcosa di polveroso e antico ma come espressione di valori assoluti nei quali riconoscersi con naturale semplicità.


Da “Gianni Schicchi” “O mio babbino caro”
Direttore: Alessandro Bonato Teatro Filarmonico di Verona, 26 Maggio 2019
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