Recensione “Miss Miles” di Mary Taylor

Titolo: Miss Miles

Autore: Mary Taylor

Editore: Darcy Edizioni

Genere: Classico

Data pubblicazione: 20 Dicembre 2018

Voto: 3/5

Cartaceo – >18€ | Ebook -> 0,99€


Sinossi 

Yorkshire, 1830. Maria, Dora, Sarah e Amelia sono le protagoniste di queste storie intrecciate fra loro che, in qualche modo, riescono ad avere un comune denominatore: la forza delle donne. 

Siamo nell’Ottocento, un periodo in cui la donna deve sottostare alle regole maschili e tacere, come la buona norma impone. Maria, Dora, Sarah e Amelia però, in barba alle regole del tempo e nonostante le avversità che cercano di ostacolarle, si dedicheranno alla ricerca del loro destino. Un destino che non è già scritto, come la società vorrebbe, ma che loro stesse vogliono creare. Chi sono queste donne, caparbie e intelligenti, che sfidano le regole degli uomini? 

Quattro storie che vi faranno ricredere sulla forza di volontà femminile e che racchiudono due semplici ma grandi valori, sempre attuali: l’amore e l’amicizia.

Scritto da Mary Taylor, una delle più care amiche di Charlotte Brontë, Miss Miles è considerato uno dei primi manifesti femminili ottocenteschi.

Recensione

Che dire sicuramente la sinossi ha creato grandissime aspettative su questo romanzo. La verità è che fondamentalmente è solo un impasto non ancora infornato: l’idea è molto promettente e se contestualizzata al periodo anche trasgressiva e all’avanguardia, ma appunto rimane soltanto un’idea. La sensazione che più si percepisce è che il romanzo sia quasi un flusso di pensieri dell’autrice, la immagino che scrive di getto colta dall’ispirazione tra una faccenda e l’altra della sua vita. Non sono sicura neanche che abbia davvero avuto mai intenzione di renderlo disponibile all’attenzione altrui, quasi come se fosse un diario, una sorta di guida personale se consideriamo come Mary Taylor ha scelto di vivere la propria vita.

Di difficile interpretazione e lettura: non c’è un minimo ordine nel racconto della storia, in alcuni punti è lacunosa e complicata da seguire, spesso ripetitiva e noiosa, con dialoghi strutturati male e frequentemente inconsistenti. Molto simile come trama, personaggi, costruzioni di scena e leggera ironia di fondo ai romanzi di Jane Austen; ecco se dovessi dare una definizione sarebbe proprio ‘la bozza di una storia janeaustiana’.

Non abbiamo grosse notizie sull’autrice, ma di sicuro si percepisce anche una nota di autobiografia. Che una delle protagoniste le ricordi particolarmente se stessa? Non so perchè ma a naso scommetterei su Maria, la più autonoma delle tre, che dal nulla ha creato il tutto per se stessa. 

Il tema del libro ruota appunto sulla difficoltà di affermazione per una donna al di fuori di un sistema matrimoniale. E’ interessante a tal proposito notare come le nostre protagoniste abbiano di fatto trovato l’amore solo nel momento in cui si sono realizzate personalmente ed in alcuni casi professionalmente, un concetto che al giorno d’oggi viene particolarmente stressato ma che all’epoca non era nemmeno lontanamente concepibile. Doveva infatti necessariamente ed obbligatoriamente essere il contrario: l’amore (vero o finto) e l’ unico strumento di realizzazione di una donna, conditio sine qua non per la costruzione di una famiglia e dunque automaticamente della serenità femminile. 

La pacatezza di Maria, il fervore di Dora, la rabbia di Sarah; ognuna ha trovato il modo più consono alla propria personalità di esprimere la ribellione. 

Molto bello come nonostante tutto l’autrice sia riuscita a rendere anche il concetto di amicizia: le donne si legano tra loro, coerentemente con il passare del tempo, a seguito delle dovute reciproche misurazioni e dopo aver deciso di meritarsi a vicenda. 

In contrapposizione alle nostre eroine, la signora Everward, anziana triste e a volte patetica, è una sorta di memento vivente di cosa può comportare neanche la scelta, ma l’accadimento non di meritarsi con conseguente dipendenza da terzi. Ma infine anche per lei l’epilogo è comicamente positivo. 

Singolare come l’unica delle quattro ad avere una storyline abbastanza triste è proprio colei che parte avvantaggiata economicamente, socialmente e culturalmente, Amelia; proprio lei che tutto possedeva, non aveva neanche l’istinto di sopravvivenza quando tutto è andato perduto, a dimostrazione del fatto che è la forza di volontà a fare la grossa differenza. Inoltre sottolinea come il solo caldo abbraccio di una vita confortevole sia soltanto illusorio: si disintegra alla prima folata di vento lasciandoti sospesa nel vuoto ad ondeggiare come una piuma inerte, senza appigli. 

Altro spunto di riflessione in questo romanzo è la figura dell’uomo, che definirei non del tutto marginale ma sicuramente molto pìù cauto, timoroso e a volte peggiorativo sul disegno generale. Non c’è un elemento maschile che si distingue particolarmente, ed anzi il romanzo si conclude con un capovolgimento completo dei ruoli, con la donna come figura trainante del nucleo famigliare. 

Insomma sembra quasi che Mary Taylor si sia raccontata un finale alternativo alla propria di esistenza; un’idea segreta divertente, che le ha consentito di affrontare e vincere molte battaglie a costo sicuramente di una grande sofferenza e solitudine personale, scotto che pagano tutte coloro che preferiscono la libertà alle sbarre dorate delle convenzioni sociali. Gli anni trascorrono ma le sensazioni sono le stesse. 

Grazie Mary Taylor per aver reso il sapore dolce-amaro della lotta femminista quotidiana un pò più dolce e meno amaro, e sopratutto eterno. 

Se cercate una lettura leggera e non troppo impegnativa, di sicuro non fa per voi. Da valutare come approfondimento personale sulle lotte femministe dell’epoca, o come arricchimento se si è particolarmente amanti della letteratura inglese ottocentesca. 

Voto: 3/5

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