Recensione su “Nessuno può volare” di Simonetta Agnello Hornby

Titolo: Nessuno può volare

Autore: Simonetta Agnello Hornby

Editore: Feltrinelli

Genere: Narrativa contemporanea

Data pubblicazione: 28 Settembre 2017

Voto: 5/5

Cartaceo: 16,50€ | Ebook: 9,99€


Sinossi

Quando si nasce in una famiglia come quella di Simonetta Agnello Hornby, si cresce con la consapevolezza che si è tutti normali, ma diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, talvolta un po’ “strane”. E allora con naturalezza “di un cieco si diceva ‘non vede bene’, del claudicante ‘fa fatica a camminare’, dell’obeso ‘è pesante’, dell’invalido ‘gli manca una gamba’, dello sciocco ‘a volte non capisce’, del sordo ‘con lui bisogna parlare ad alta voce'”, senza mai pensare che si trattasse di difetti o menomazioni. Attraverso una serie di ritratti sapidi e affettuosi, facciamo così la conoscenza di Nini, sordomuta, della bambinaia Giuliana, zoppa, del padre con una gamba malata, e della pizzuta zia Rosina, cleptomane – quando l’argenteria scompare dalla tavola, i parenti le si avvicinano di soppiatto per sfilarle le posate dalle tasche, piano piano, senza che se ne accorga, perché non si deve imbarazzare. E poi naturalmente conosciamo George, il figlio maggiore di Simonetta. Non è facile accettare la malattia di un figlio, eppure è possibile, e la chiave di volta risiede proprio in quel “nessuno può volare”: “Come noi non possiamo volare, così George non avrebbe più potuto camminare: questo non gli avrebbe impedito di godersi la vita in altri modi. Nella vita c’è di più del volare, e forse anche del camminare. Lo avremmo trovato, quel di più”. Lo stesso proposito quotidiano ci arriva anche da George – che da quindici anni convive con la sclerosi multipla -, la cui voce si alterna a quella della madre come un controcanto ironico ma deciso nel raccontare i tanti ostacoli, e forse qualche vantaggio, di chi si muove in carrozzella. Simonetta Agnello Hornby ci porta con sé in un viaggio dalla Sicilia ai parchi di Londra, attraverso le bellezze artistiche dell’Italia. Un viaggio che è anche – soprattutto – un volo al di sopra di pregiudizi e luoghi comuni, per consegnarci, insieme a molte storie toccanti, uno sguardo nuovo. 

Recensione

La storia narrata è autobiografica, scritta a due mani: quelle di Simonetta e di suo figlio George. Si apre e si chiude in una cornice caratterizzata da due donne: la zia con il piede caprino e la vicenda di Cettina.

Ogni capitolo del libro tende a coinvolgere e a convincere il lettore sulla normalità della disabilità. Un paradosso questo, che funziona e alla fine anche noi – come i figli che si ritrovano a mangiare le carote congelate d’estate al posto del gelato – (pp 135-136), siamo convinti che disabilità non è anormalità, ma fa parte della normalità, della quotidianità.

Inseriti anche noi nel vortice delle vicende quotidiane dei protagonisti, ci scandalizziamo , ci indigniamo quando “con” e “nel” viaggio di George, malato di sclerosi multipla e costretto alla carrozzella, con la madre, scopriamo esserci tante barriere architettoniche evitabili, che impediscono al disabile di affermare la propria autonomia. Il libro ci offre la visione del mondo da un altro punto di vista, quello dal basso verso l’alto.

Simonetta arriva diretta al lettore con la sua grinta, con la sua determinazione, con la sua tenerezza, con la sua logica forense e con la sua sicilianità. Una per tutte, quando descrive la proprietaria del ristorante “I Pesci”, come <<mafiusa>>.

A tutto questo, fa da contrasto il comportamento british di George, che con ironia e la semplicità quasi infantile si presta a farsi tagliare i capelli in piazza, o nella ricerca della disabilità nel passato.

Le due voci si alternano e si completano. Non è solo il punto di vista della persona “abile” come non è solo quello del “disabile”.  Per questo possiamo definirlo un libro corale, dove nessuno è escluso.

Per non cadere nell’ingenuo ottimismo, Agnese ha disseminato nella sua autobiografia anche momenti di cedimento psicofisico, di stanchezza e nervosismo. Tutto questo rende il racconto mosso e realista.

E’ un libro dove si piange, si ride, si riflette e per un po’ vivi con loro la quotidianità, fatta di tante cose. Al termine della lettura ti resta una gran voglia di poter essere utile e cercare di migliorare il mondo, perché possa essere a portata di mano per tutti.

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