Intervista al Soprano Sara Rossini: dal Conservatorio “Giuseppe Verdi” all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano

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Salve Sara, iniziamo col ringraziarla per aver accettato di essere intervistati da noi. Per iniziare ci piacerebbe sapere quale è stato il suo approccio alla musica e come si è avvicinata al canto e poi all’opera.

Buongiorno, grazie a voi! Ritengo un privilegio avere dello spazio per racconare qualcosa di me e lo faccio molto volentieri.

Ho cominciato a studiare pianoforte all’età di sei anni circa. Una mia compagna di scuola aveva iniziato e io un po’ per imitazione, un po’ per curiosità chiesi a mia madre di farmi fare lo stesso. Ho sempre amato la musica, ho diverse foto della mia infanzia che mi vedono in giro per casa con in mano un microfono finto o con un registratore.

Il pianoforte mi piaceva molto, ma richiedeva uno studio costante e non ero proprio disposta, ero piccola e l’unica attività che concepivo come obbligatoria era la scuola, i compiti. Il resto doveva essere svago. Sono andata comunque avanti per diversi anni fino a che a 19 cominciai un corso di canto moderno in una scuola di musica vicina al mio Liceo. Ho sempre amato cantare, ma l’ho sempre fatto di nascosto, chiusa nella mia stanza. Una passione che non sapevo come conciliare col percorso che avevo scelto dopo il liceo classico, Giurisprudenza. La mia insegnante un giorno mi fece provare a cantare “Voi che sapete”, l’aria di Cherubino dalle Nozze di Figaro. Scoprii di avere una certa facilità nell’emissione ed è stato amore! Amavo la sensazione che provavo nel cantare in quel modo così diverso. Improvvisamente, con una certa incoscienza e ingenuità, avevo deciso che volevo fare QUELLO.

Tramite conoscenze mi feci ascoltare da quella che poi sarebbe stata la mia docente in Conservatorio, feci l’ammissione al Verdi di Milano e cominciai quel percorso frenetico che mi ha condotta qui. Cercai di portare avanti anche il percorso universitario ma dopo un paio d’anni era diventato inconciliabile.


Lei è diplomata presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, un’istituzione che da la possibilità ai proprio allievi di fare molte esperienze e di mettersi in gioco anche con produzioni di un certo rilievo. Come ricorda i suoi anni in questo istituto? Concretamente quale esperienze le ha dato?

Gli anni del Conservatorio sono stati i più belli. Improvvisamente vivevo la vita che avevo sempre sognato, mi sentivo un’artista…lì ho conosciuto tanti dei miei amici piu cari di adesso e mi ha dato tantissime opportunità. Ho debuttato ne “L’impresario in angustie” di Cimarosa come Fiordispina, nel laboratorio di Sonia Grandis al mio secondo anno di studi. Qualche anno dopo in occasione di iniziative come “Conservatorio in Expo” ho eseguito la Petite Messe Solennelle di G. Rossini e l’anno successivo Contessa ne “Le Nozze di Figaro” di Mozart nel laboratorio OperaStudio di Laura Cosso, diretta dal Maestro Matteo Beltrami. Sono state esperienze importantissime, tutte le persone con cui ho collaborato in quegli anni sono state fondamentali alla mia formazione e soprattutto è stato cruciale essermi sempre cimentata in scritture giuste per la mia età e la mia voce. Quando si è giovani non si ha tale consapevolezza, è importante avere la guida giusta e potersi fidare. Sono stata fortunata.


Dal 2016 al 2018 ha studiato presso la prestigiosa Accademia del Teatro alla Scala di Milano. Come è stata l’esperienza all’interno di un teatro di tale rilievo? Come l’Accademia l’ha forgiata e le ha insegnato ad essere una professionista? Se dovesse consigliare una tale esperienze ai dei neo-diplomati, cosa direbbe loro?
Se penso che sono entrata all’Accademia del Teatro alla Scala, sono passati due anni e ora è anche finita…non ci credo ancora!
È successo tutto molto in fretta ed è stato meraviglioso. L’Accademia è un’esperienza che consiglio a chi è giovane ma complessivamente pronto per la professione. Data la quantità di lezioni e impegni bisogna essere solidi tecnicamente e psicologicamente, pronti ad affrontare periodi intensi in cui si preparano ruoli, allo stesso tempo concerti…e magari intanto si è anche impegnati in Teatro! Non è un gioco. Ho avuto l’opportunità di studiare con Luciana D’Intino, Eva Mei, Vincenzo Scalera, James Vaughan…tutte personalità che ho sempre ammirato in uno schermo e che sono diventati punti di riferimento. Bisogna essere sempre all’altezza di ciò che viene richiesto. All’inizio può essere uno shock se non si è abituati a cantare tutti i giorni, ma ci si abitua anche a questo ed è un esercizio importante. Bisogna imparare a dosare le energie in modo intelligente e sicuramente l’Accademia obbliga a farlo.

Come è organizzato lo studio nell’Accademia della Scala? Come si diversifica da quello di un Conservatorio, oltre che ad essere di perfezionamento?
La responsabile della didattica per i cantanti lirici in Accademia è la Signora D’Intino. Lei si occupa della tecnica vocale durante le masterclass e in generale della supervisione di ciò che gli allievi studiano. È sempre attentissima, conosce a fondo il repertorio e dedica davvero anima e corpo ai suoi ragazzi. Ci sono le masterclass, ma ci sono anche lezioni individuali sia con la Signora, sia coi Maestri. E’ un lavoro fondamentale. Insieme si preparano i concerti, quelli in Scala, quelli fuori sede, i ruoli, le audizioni… E’ un lavoro diverso da quello che si fa in conservatorio.  in Accademia è studiato il canto in tutte le sue forme: dalla tecnica all’interpretazione allo studio strettamente musicale, laboratori di arte scenica e consapevolezza corporea. L’accademia si occupa di perfezionamento di artisti già formati, non delle basi del canto.
 

Durante il periodo dell’Accademia, oltre ad esibirsi in concerti, ha potuto partecipare a produzioni con cantanti di un certo spesso, di quali le andrebbe di parlarci? Cosa ha potuto imparare nello stare al fianco di tali vocalità? Come si è sentita ad essere sulle stesso palco?
 
Durante il biennio in Accademia ho partecipato a sei produzioni Scaligere, quella che mi è rimasta nel cuore è stata Francesca da Rimini di R. Zandonai. È stata un’esperienza chiave per me, sia perchè mi è stato affidato un ruolo perfetto per la mia vocalità, sia perchè ho avuto il privilegio di lavorare diretta dal Maestro Fabio Luisi e a fianco ad artisti come Maria Josè Siri. È superfluo parlare della grandezza dell’artista, ma posso dire che trovo di grande ispirazione conoscere personalità che rivelano una grande umanità e sensibilità. Questo per me è fondamentale, perchè è quello che cerco sempre di conservare per me stessa. Un’altra esperienza meravigliosa (questa fuori sede, però) è stata la Petite Messe Solennelle, diretta dal Maestro Bruno Casoni e col Coro del Teatro alla Scala: un privilegio assoluto che conserverò nella mia memoria. Ricordo con tantissimo piacere anche il Così fan tutte al Teatro Carlo Felice di Genova, con la storica regia di Ettore Scola, un’altra bellissima opportunità che l’Accademia mi ha dato.
 

Cantare al Teatro alla Scala di Milano è un sogno e non tutti i cantanti hanno la possibilità durante la loro carriera di fare una tale esperienza. Cosa ha provato la prima volta che si è esibita su tale palco? Quale atmosfera si respira e cosa si prova al pensiero di esprimere la propria arte, dove gran parte della storia dell’opera è stata fatta?

 

Tutti noi allievi riteniamo un privilegio poter cantare su quel palcoscenico. La prima volta per me è stata alla finale del concorso di ammissione. Ricordo che io e un mio collega andammo qualche minuto prima di nascosto a sbriciare la sala dal palcoscenico per avere un’idea di quello che ci saremmo trovati davanti in seguito. È stata un’emozione incredibile cantare quel giorno. Non avrei mai osato chiedere tanto eppure ho avuto questa grande fortuna per ben due anni, ne sarò sempre grata. In futuro, chissà!
Quando mi trovo in scena, nei momenti di agitazione o di tensione, cerco di concentrarmi sulla bellezza della sala: guardo il grandissimo lampadario, le luci fioche dei palchetti, la gente in alto in loggione che guarda proprio verso di me…prendo tutta questa energia con un respiro profondo e cerco un contatto con loro in quel momento. Il nostro lavoro è questo, spesso lo si dimentica, ma noi abbiamo il dovere di donare bellezza a chi ci ascolta, prima di tutto.

Come descriverebbe la sua vocalità? Quali ruoli sente si addicano di più a lei, sia dal punto di vista vocale che psicologico?
Nel mio percorso sono sempre stati tutti abbastanza concordi sul fatto che sono un soprano lirico. Il personaggio che mi accompagna da sempre è Mimì della Boheme di Puccini, un ruolo che ho eseguito tante volte in forma ridotta, ma che ancora non ho avuto possibilità di debuttare per intero. La sento molto vicina per la dolcezza che si evince anche dalla scrittura vocale. In generale la scrittura Pucciniana l’ho sempre trovata congeniale alla mia vocalità e spero in futuro di incontrarla spesso. In generale per la liricità e la morbidezza della linea vocale ho sempre pensato che il verismo, in un futuro, potrebbe essere la mia strada…Ma si vedrà, è importante conservare una certa elasticità in fatto di repertorio e io sono sempre pronta a mettermi in gioco anche con ruoli e vocalità diverse. Adoro anche il Verdi meno drammatico, quello di Amelia del Simone e Desdemona dell’Otello.
 

Quale ruolo porta nel cuore e spera di poter eseguire prima o poi? Quale ruolo invece è stato più ostico ma poi le ha regalato grandi soddisfazioni nell’eseguirlo?
Come dicevo prima Mimì, senz’altro. Insieme al Verdi di cui scrivevo prima, un mio sogno è Elisabetta del Don Carlo. Mi strugge la storia d’amore, quella musica meravigliosa e soprattutto porto nel cuore questo ruolo perchè mi rimanda subito a Daniela Dessì, sua grandissima interprete con cui ho avuto la fortuna e l’onore di studiare fino al 2016.
Un ruolo che nel mio percorso non avevo mai preso in considerazione è stato Adina dell’Elisir d’Amore. L’Accademia mi ha dato l’opportunità di debuttarlo nella versione ridotta per bambini presso il Teatro alla Scala. E’ stato difficile approcciarsi a un ruolo così diverso, ma l’aiuto dei maestri e soprattutto del regista Grischa Asagaroff per creare il personaggio ha reso tutto più semplice. Per me è fondamentale trovare un collegamento profondo tra quest’ultimo e me, trovare il carattere scenico e vocale…una volta trovata la chiave è stato molto divertente.

Quando si approccia allo studio di un nuovo ruolo, in quale misura la drammaturgia e la psicologia di un personaggio influenzano il suo studio? Come riesce ad immergersi nelle personalità più lontane da lei? L’empatia crede possa aiutare?
Quando apro uno spartito la prima attenzione va al canto, le note, i suoni, le posizioni giuste…Quando cominciano le prove di regia cerco di conciliare la mia idea con quella del regista e comincio a immergermi non solo nella musica, ma anche nel personaggio. Non sono mai stata capace di fingere, è troppo faticoso…quindi cerco di trovare dentro di me quelle corde che piu sono toccate dal personaggio in questione. La mia insegnante di arte scenica mi ha sempre detto che recitare non significa fingere e io sono totalmente d’accordo. In scena e nel canto ogni reazione deve essere una vera reazione. Ovvio! lo spettacolo è preparato in ogni dettaglio, ma è fondamentale essere immersi e credere nel corso di tutta la recita in ciò che si fa. Nessuno spettatore o ascoltatore crede a una storia d’amore se non lo avverte negli sguardi, nei gesti, nelle parole. Questo è il teatro per me.

Nella prossima stagione dove avremmo il piacere di ascoltarla? Nel ringraziarla per l’intervista, le chiediamo di lasciare un pensiero rivolto ai più giovani e a coloro che sperano in un prossimo futuro di iniziare una carriera in questo ambito.
Al momento sono ancora impegnata al Teatro alla Scala con l’Elisir d’Amore per bambini, c’è stata la prima il 3 novembre e andrà avanti fino a marzo, almeno. Uno spettacolo che raccomando a tutti, regia divertentissima con scene e costumi bellissimi.. ci sono anche diverse recite aperte al pubblico. Per il prossimo anno ho già in programma diversi concerti e le riprese di Hansel und Gretel (regia di S. Bechtolf, opera studio dell’Accademia del 2017) al Teatro Lirico di Cagliari, forse anche in lontanissimo oriente. Il resto si definirà a breve.

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